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L'editoriale di TerzaRepubblica

Silvio e Matteo, errori in sincrono

GLI ERRORI DI BERLUSCONI E RENZI CHE COMPROMETTONO L’UNICA SOLUZIONE POST REFERENDUM

18 novembre 2016

Che errori. Sarà che un po’ si somigliano, ma in questa concitata fase pre-referendum, Berlusconi e Renzi stanno sbagliando in perfetta sincronia. E a far loro prendere delle cantonate è, more solito, l’ego ipertrofico di cui sono entrambi ampiamente dotati.

Clamoroso – ma non inaspettato, almeno per noi – è il comportamento del fondatore di Forza Italia nei confronti di Parisi e Salvini. Dopo averlo investito di un ruolo improprio – una sorta di amministratore delegato con poteri da commissario per dare una sistemata all’ormai polverizzata Forza Italia – il Cavaliere ha mollato da un giorno all’altro l’ex candidato sindaco a Milano, accusandolo di non avere buoni rapporti con il leader della Lega. Ora, Parisi non manca di difetti, ma quello che gli imputa Berlusconi non solo non esiste, ma è addirittura un pregio. Il Cavaliere, prigioniero della sua mitologia, crede che sia possibile e opportuno rieditare per l’ennesima volta il vecchio centro-destra, con Lega e Fratelli d’Italia a fare da ancelle di Forza Italia. Peccato che nel frattempo siano successe un po’ di cose: Berlusconi ha raggiunto la bella età di 80 anni ed è agli occhi degli italiani, a cominciare da quelli che lo votarono, irrimediabilmente un uomo del passato; il partito berlusconiano esiste solo nei gruppi parlamentari ma si è frantumato nel Paese; la Lega ha una consistenza elettorale pari se non superiore a quella di Forza Italia; la linea politica del duo Salvini-Meloni è ormai del tutto populista-lepenista; con la consacrazione dei cinquestelle, il sistema politico non è più bipolare ma tripolare. Tutte cose che da un lato rendono improbabile, per non dire impossibile, che si possa ricostruire l’alleanza che un tempo fu vincente, tantomeno se pensata ancora a trazione berlusconiana, e che dall’altro fanno sì che comunque l’eventualità andrebbe scartata, sia perché perdente e sia perché destinata a non poter governare.

Dunque, in questo quadro, l’annuncio di Salvini di volersi candidare premier dopo essersi messo alla testa di un “nuovo” centro-destra frutto di una sorta di opa della Lega su Forza Italia, avrebbe dovuto rappresentare il classico cacio sui maccheroni per Berlusconi, e di conseguenza per Parisi. La risposta a Salvini non avrebbe potuto che essere una pernacchia, e un rafforzato endorsement nei confronti di Parisi per costruire un soggetto politico nuovo, liberal-popolare, capace di parlare non alla nomenclatura residuale bensì al popolo dei moderati che a suo tempo aveva consentito a Berlusconi di stare al governo dieci anni. Ma si sa, Berlusconi non è mai stato uno lungimirante e generoso, politicamente parlando. Ed è per questo che, dimostrando ancora volta (per chi aveva bisogno di ulteriori conferme) di non prevedere eredi, il Cavaliere non ci ha pensato due volte a sacrificare Parisi per provare ad agire con il tribuno lepenista in una logica di scambio. Sbagliando due volte: una nel pensare che quella sia la giusta mossa, e due nel credere che con Salvini funzioni. E questo dopo aver appena pronunciato, in un’intervista al Corriere della Sera, parole più che sensate sulla sua collocazione politico-culturale, tanto più perché pronunciate subito dopo la vittoria di Trump negli Stati Uniti, quando ha precisato di non considerarsi di destra, e di non avere quindi intenzione di “interpretarla”, ma di avere invece l’ambizione di “rappresentare un centro liberale e popolare, nel quale confluiscano le migliori tradizioni politiche italiane”, dai cattolici ai socialisti riformisti, dai repubblicani ai liberali. Peccato: analisi giusta, comportamento sbagliato.

Detto questo, una parte non piccola di responsabilità ce l’ha pure Parisi, che ha creduto che davvero Berlusconi gli avrebbe consegnato le chiavi di casa e così si è lasciato etichettare come “erede designato” nonostante qualcuno – noi, per esempio (vedi TerzaRepubblica del 17 settembre : http://www.terzarepubblica.it/newsletter/20160916-newsletter-n37/) – lo avesse vivamente sconsigliato. Ora non gli rimane che imboccare la strada a suo tempo suggeritagli, quella di un’iniziativa autonoma rivolta agli elettori e non ai partiti del vecchio centro-destra, meno verticistica e più permeata dello spirito di voler creare una classe dirigente e non una leadership a tavolino, ma certo questo incidente di percorso finirà per pesare.

Berlusconi, peraltro, non si è limitato a voltare la spalle a Parisi e a confessare di essere senza eredi (meno male), ma se n’è uscito con una riedizione del suo battesimo politico al presidente del Consiglio – “oggi l’unico leader è Renzi” – cosa che aveva ripetutamente fatto dopo l’arrivo a palazzo Chigi del giovane democristiano prestato alla sinistra, salvo poi zittirsi fino al punto di non ascoltare il suggerimento di Confalonieri di schierarsi a favore del Sì nel referendum. Ora questo ritorno di fiamma, che molti interpreteranno come una conferma di un pensiero diffuso, e cioè l’ammissione di preferire sotto sotto la vittoria del Sì – ma non è detto che questo giovi alla causa renziana – ha spinto Renzi a commettere a sua volta un errore esiziale: sconfessare in via preventiva l’unica mossa politica sensata possibile per il dopo referendum, sia che vinca il Sì come il No. Parliamo di una nuova maggioranza comprendente Pd e Forza Italia che gestisca l’ultima fase della legislatura, figlia di un “patto del Nazareno” fatto alla luce del sole (non inciucista come quello precedente) e con la dichiarata finalità di sbarrare la strada a Grillo, unendo e non contrapponendo le forze riformiste e moderate. Naturalmente un patto che riveda radicalmente la legge elettorale, togliendo a Renzi l’illusione che in un ballottaggio con un pentastellato possa uscirne vincitore e a Berlusconi l’insana idea di poter ricreare un centro-destra competitivo sia con Renzi che con Grillo. Uno scenario che noi riteniamo sia più probabile, o se si vuole meno problematico, realizzare con una vittoria del No – proprio perché Renzi sarebbe costretto a battere quella strada, pena la sua sconfitta politica definitiva – ma che andrebbe perseguito anche nel caso prevalgano i Sì. Certo, l’essere tornato da parte di Renzi ad alimentare l’ossessione del 4 dicembre – in realtà non ha mai smesso di personalizzare il referendum, neppure quando ha accennato ad una autocritica sul punto – e per di più toccando tasti pericolosi non meno dei fili dell’alta tensione, come la polemica in Europa, non giova. Non solo per le conseguenze negative immediate – vedi il rialzo dello spread, ormai oltre quota 180 e avviato a raggiungere i 200 punti negli ultimi giorni della campagna elettorale – ma anche e soprattutto perché non si chiuda l’unica via d’uscita che la legislatura ha per sopravvivere e dare qualche frutto dopo l’assurda sospensione della vita (non solo politica) nazionale nel corso di quasi tutto il 2016.

Tuttavia, la politica è l’arte del possibile, e non sarebbe certo la prima volta, e neppure l’ultima, che si cambi idea in corso d’opera per rimediare a degli errori e rendere praticabile ciò che fino ad un minuito prima sembrava impossibile. Tantomeno sarebbe un problema per Berlusconi e Renzi, così uguali nell’essere pervicacemente bugiardi, cambiare idea facendo finta di niente. Se lo facessero, una volta tanto sarebbe utile.

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