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L'editoriale di TerzaRepubblica

Un voto contro il populismo

COSA VOTARE AL REFERENDUM SE SI GUARDA CON TERRORE ALL’IPOTESI CHE IL GOVERNO FINISCA NELLE MANI DEI POPULISTI

28 ottobre 2016

Man mano che ci si avvicina al 4 dicembre (finalmente!) si configura il profilo socio-economico di coloro che tendono a rispondere con il Sì o con il No al quesito referendario. L’idea che ci siamo fatti è che il voto affermativo prevalga nella parte alta della piramide sociale, mentre quello negativo sia allocato in prevalenza nella fascia più bassa. E che, di conseguenza, il risultato finale sarà determinato dal punto in cui si fissa l’ipotetica linea di demarcazione tra le due aree e da quanto No minoritario ci sarà sopra e da quanto Sì minoritario ci sarà sotto. Con il passare del tempo si sta profilando meglio anche il ventaglio di motivazioni che prevalgono nell’uno come nell’altro schieramento. Tra le ragioni di natura più politica ce n’è una che, curiosamente, è uguale a chi è per il Sì e a chi per il No, ed è tanto più marcata, come orientamento di voto, quanto più si sale nella scala sociale. Si tratta della necessità – assolutamente condivisibile – di evitare che il Paese cada nelle mani delle forza populiste. “Voto Sì per consentire a Renzi di bloccare Grillo”, si sente dire da molti. “Voto No per evitare che prevalgano le pulsioni populiste del presidente del Consiglio, che a ogni piè sospinto tenta di fregare Grillo e Salvini muovendosi sul loro stesso terreno, dal populismo anti-casta a quello anti-Europa”, dicono altri, seppur in numero inferiore (almeno secondo le nostre percezioni, che non hanno, né hanno la pretesa di avere, valore statistico). Questi cittadini hanno in comune la benemerita preoccupazione che l’esito della consultazione costituzionale possa introdurre instabilità e che questa consenta ai populisti di conquistare palazzo Chigi (come pure la presidenza della Repubblica, aggiungiamo noi, preoccupati del combinato disposto di riforme costituzionali e Italicum).

Ora, che questo pericolo esista noi di TerzaRepubblica lo denunciamo da tempo. Anche perché siamo stati i primi, e tra i pochi, che hanno indicato come molto probabile un accordo elettorale tra il movimento 5stelle e la “nuova” Lega, di lotta e per niente di governo, di Salvini. Ma a questo vanno aggiunti altre due osservazioni che ancora non avevamo fatto. La prima discende dai sondaggi relativi alle tendenze politiche generali, dai quali si evince che il disastroso approccio al governo di Roma da parte dei grillini – un mix di dilettantismo e di guerra tra bande della peggior casta – non solo non ha tolto un voto, su scala nazionale, a costoro, ma anzi altri se ne sono aggiunti. E questo nonostante sia visibile ben oltre la Capitale lo spettacolo indecoroso del Campidoglio e pur essendo quello romano l’ultimo e più eclatante episodio di manifesta incapacità di governare dei parte dei pentastellati (laddove la trasformazione, pur con molti limiti, riesce, come a Parma, ci pensa la santa inquisizione grillina a cacciar fuori il reprobo). Ora, noi non siamo inclini a costruire le nostre analisi politiche sul terreno assai franoso delle indagini demoscopiche, ma certo anche prendendole all’ingrosso, come è giusto che sia, colpisce il fatto che non ci sia neppure l’ombra di una scalfittura, anzi, sul volto nuovista dei (presunti) castigamatti della politica.

E di questa impermeabilità le forze di governo (quelle di maggioranze come quelle di opposizione) devono tener conto, se non vogliono consegnare il Paese in mano ai populisti. Così come dovrebbero riflettere su un’altra questione (la seconda che vi avevamo preannunciato): il fortissimo consenso dei giovani – anzi, addirittura degli under 55 – per i 5stelle. In un documento di Mediobanca in cui sono suddivise le intenzioni di voto in due classi di età (i dati sono un mix delle maggiori società di rilevazioni incrociati con quelli dell’Istat), si legge che il consenso maggiore (33,4%) tra i 18-54enni è per il movimento di Grillo, che distacca di quasi dieci punti il Pd (24,8%) e doppia la Lega (17%). Seguono poi Forza Italia (9,1%), Fratelli d’Italia (5,1%) e Sinistra italiana (4,4%). Viceversa, tra gli over 55 il Pd è di gran lunga in testa con il 36,7%, quindici punti in più del 21,3% dei pentastellati. Mentre in questo caso il partito di Berlusconi, seppur di poco (15% contro 12,6%) sorpassa la Lega. Gli altri partiti sono tutti sotto il 5%. Il documento dice anche che tra 16enni e 17enni (persone che voteranno nel 2018) circa il 50% è orientato sui 5stelle, mentre il Pd non va oltre il 17% (ancor peggio gli altri). Se a questo si aggiunge che gli anziani che votano Pd sono destinati giocoforza a diminuire, Mediobanca calcola che ogni anno si crea un gap dello 0,4% tra i due partiti che si contendono la leadership del Paese, a favore dei 5stelle.

Allora? È palese che non basta la fretta di andare a votare di Renzi per avere un parlamento tutto suo – che sarebbe accentuata dalla vittoria del Sì – per fronteggiare una crisi strutturale della politica cosiddetta tradizionale, che con tutta evidenza affonda le radici della caduta verticale di credibilità della classe politica e del sistema politico-istituzionale, il quale richiede modifiche radicali e non aggiustamenti posticci e pasticciati che finiscono per essere una toppa peggiore del buco. Tuttavia, tornando al referendum, lo schema di valutazione sul che fare il 4 dicembre, non può che essere ricondotto – almeno per quella fetta di cittadini che non ha strumenti di giudizio per entrare nel merito delle riforme e che comunque preferisce fare riferimento a questioni di carattere più generale – alla domanda “per fermare l’avanzata populista e scongiurare l’arrivo di Grillo e dei suoi ragazzotti al potere centrale, è meglio votare Sì o No?”. In realtà, la risposta non può che essere succedanea di un’altra, quella al quesito: “cosa occorre fare per evitare che Grillo…?”. Qui la risposta è una sola: occorre che il Pd (se è Renzi bene, altrimenti chi per lui) si allei con le componenti moderate del centro-destra. Un nuovo patto del Nazareno? Sì. Ma alla luce del sole, in parlamento, non nell’opacità di negoziati occulti e lontani dalle aule parlamentari. È l’unica cosa, nelle condizioni date, che può scongiurare il pericolo che alle prossime elezioni politiche vinca Grillo e i suoi improbabili accoliti. Se si è d’accordo – chi non lo è ci faccia il piacere di spiegare come fare per ottenere il medesimo risultato con altri mezzi – allora ci si ponga la domanda referendaria così riformulata: “per indurre progressisti e moderati, o se si vuole Berlusconi e Renzi, a (ri)mettersi insieme, come è più opportuno votare?”.

A voi la risposta. La nostra è: votare No. Perché per come abbiamo conosciuto Renzi fin qui, la vittoria, anche di misura, lo indurrà – sbagliando clamorosamente – a giocarsi la partita da solo, mentre la sconfitta, speriamo contenuta, lo spingerà inevitabilmente a fare scelte che il carattere e l’indole altrimenti non gli consigliano. Immaginiamo l’obiezione: ma nel fronte del rifiuto in prima fila militano i grillini, se vince il No vincono loro, proprio quelli che vogliamo fermare. Risposta: per il No c’è un fronte talmente composito che nessuno potrà intestarsi l’eventuale vittoria; inoltre, i pentastellati stanno facendo una campagna contro Renzi, non a favore del No, anche perché dalla vittoria del Sì e dal suo combinato disposto con l’Italicum avrebbero tutto da guadagnare.
Tutto qui? No, ci sono anche tanti altri elementi di valutazione, ma questo per una fetta di paese potrebbe essere quello decisivo. Meditate, gente, meditate.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario