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Gli errori di Renzi

Europa, referendum e Italicum

POLEMICHE IN EUROPA E IL PASTICCIO SU REFERENDUM E ITALICUM DUE ERRORI DA MATITA ROSSA

24 settembre 2016

Quando si è privi di un disegno politico e a corto di idee programmatiche, ma si dispone di un ego ipertrofico e per di più si è convinti di essere discendenti diretti di Niccolò Machiavelli, si finisce con l’inscenare forzature e creare suggestioni mediatiche che inesorabilmente diventano boomerang micidiali. Ci riferiamo a Matteo Renzi sia nella versione di “rompi Ue” andata in scena al vertice di Bratislava che in quella di temporeggiatore su legge elettorale (quale?) e referendum costituzionale (quando?). È come l’impacciato che per vincere la sua timidezza sta sopra le righe, esagera, e finisce per combinare guai. Non è il caso del presidente del Consiglio, che tutto è meno che timido, ma le conseguenze sono le stesse.

Partiamo dalla cosa più importante – nel senso di grave – e cioè la scelta di attaccare con inusitata violenza l’Unione europea e i leader di Germania e Francia. A parte lo stridore di una situazione come quella che si è creata a margine dell’ultimo vertice Ue che si sovrappone a distanza di pochi giorni a quelle di segno opposto andate in scena con gran clamore mediatico a Ventotene (proprio con Merkel e Hollande) e nel bilaterale italo-tedesco svoltosi nell’impropria sede della Ferrari a Maranello, molti osservatori hanno malevolmente ipotizzato che nelle intenzioni del Renzi che manda a quel paese gli inutili balletti degli inutili vertici europei ci fosse una malcelata intenzione di conquistare consensi in quella sempre più vasta componente dell’opinione pubblica che attribuisce all’Europa e all’euro la colpa dei mali italiani. Francamente, non facciamo così sciocco il presidente del Consiglio da non sapere che sul quel terreno competono altri ben più attrezzati di lui per lasciargli simpatie e voti anti-Ue e, soprattutto, da non sapere che in questa fase storica quando uno è a capo del governo per quanto faccia il populista non può riuscire nell’impresa di battere i populisti di professione.

No, il motivo fondamentale dello scatto di Renzi è nello stesso tempo meno banale e più grave. E risale a quanto ha ben scritto Antonio Polito sul Corriere della Sera: l’Italia è in crisi – economica, istituzionale, di fiducia e, quel che più conta, di ruolo strategico (nel mondo, nel Vecchio Continente e nel Mediterraneo) – e l’Europa ha toccato il punto più basso del suo processo di integrazione; in questo quadro il governo avverte che la situazione gli sta sfuggendo di mano e reagisce provando a rinfacciare le cause dell’impasse a quegli stessi partner con i quali fino a pochi giorni prima diceva di aver stretto patti di ferro. Nel farlo si toccano questioni – dall’immigrazione alle politiche di austerità – su cui è facile avere ragioni da vendere. Ma l’errore sta nel farlo come se l’Italia fosse un soggetto terzo e non avesse sia una quota parte (tra l’altro non piccola) di responsabilità nel disastro europeo, sia dei problemi interni gravi (debito pubblico, 18 punti di pil in meno della media Ue negli ultimi 15 anni, incapacità di gestire decentemente i flussi migratori) che minano la credibilità delle sue pur fondate critiche. Così come è un errore non avere un progetto alternativo per l’Europa che si critica e personalità all’altezza di una sfida del genere (Mogherini, chi è costei?). L’Economist ci rimprovera di voler scaricare su altri (Ue, Germania) la colpa della nostra disastrosa recessione e dell’essere ormai a un passo dal tornarci (se l’Istat rivede al ribasso la previsione del pil 2016 portandola a +0,7% è perché nella seconda parte dell’anno siamo e resteremo a crescita zero). E per una volta ha ragione: le deficienze europee nulla tolgono alla responsabilità della nostra paralisi interna.

Ma non è tutto. Noi pensiamo che a indurre Renzi a quella polemica così poco ortodossa sia anche stato il fatto di aver percepito che Bruxelles potrebbe non avere l’intenzione di accordarci quella flessibilità di bilancio che andiamo mendicando e dunque di essersi precostituito l’alibi per la prossima legge di stabilità. Sia che scelga di forzare i conti, sapendo però che scatterebbero le clausole di salvaguardia (aumento dell’Iva, ecc.), sia che si pieghi alle regole europee. Della serie: cari italiani, quei cattivoni di Juncker e Merkel mi impediscono di fare ciò che si dovrebbe per sostenere la nostra economia e mi impongono di farvi pagare lacrime e sangue. Ma è un giochino che, oltre ad essere forzato e fuorviante anche per chi, come noi, considera quelle regole stupide (nel senso di anelastiche), è pure poco produttivo dal punto di vista elettorale, perché gli italiani hanno imparato a diffidare di chi rifila sempre la colpa agli altri, tanto più se costoro altri non sono che gli stessi partner di cui fino a ieri si è raccontato che fossero pappa e ciccia con il governo italiano.

Diffidenza che ci pare alimentata anche dalla pantomima del referendum e della legge elettorale. Per mesi ci è stato raccontato che riforma costituzionale e Italicum erano i pilastri su cui si reggeva tutta la strategia riformista del governo. Cambiamenti epocali, che agli occhi dei grandi partner internazionali, europei e non, e dei mercati finanziari avrebbero radicalmente trasformato il modo di percepire il Paese. Sciocchezze. Che sarebbero tali anche se quelle riforme fossero buone, e che a maggior ragione sono scempiaggini perché entrambe sono pessime. Inoltre, per controbattere le critiche – in effetti, spesso sbagliate nel modo e nel merito – si è raccontato che si trattava di due questioni disgiunte, quando invece non lo sono per ragioni di forza maggiore e guai se fossero state pensate senza alcun collegamento tra loro, perché nei paesi che funzionano sistema politico (determinato dalla modalità di voto) e assetto istituzionale sono l’uno complementare all’altro. Adesso, dopo mesi di propaganda, si scopre che la data della consultazione popolare – voluta dallo stesso governo, si badi bene – è un optional e s’incrocia persino con i tempi di realizzazione di aumenti di capitale di talune banche, mentre la legge elettorale, fino a ieri sacra e inviolabile frontiera dell’azione del governo, si può tranquillamente cambiare, anzi si predispone una mozione parlamentare per far giurare chi la vota che s’impegna a cambiarla. Come e con quale coerenza con la riforma costituzionale, che si definisce intoccabile ora ma “migliorabile” quando il popolo l’avrà avvallata, non si sa, ma che importa. Semplicemente grottesco.

In tutto questo, la decisione della Corte Costituzionale di rinviare il suo pronunciamento sull’Italicum appare l’unica cosa sensata. Per ben quattro motivi. Primo perché quando la Corte fissò l’udienza (ora rinviata) al 4 ottobre sapeva che Renzi aveva pubblicamente dichiarato che intendeva farci votare il 2, e dunque fin dal primo momento l’orientamento era quello di pronunciarsi dopo. Secondo perché a Costituzione vigente quel sistema elettorale – oltre che incostituzionale così come lo era il Porcellum, ma questo è un nostro modesto avviso, sarà la Corte a dirlo – è improponibile, visto che serve per sola Camera mentre il Senato è ancora in vita e solo il referendum ci dirà se verrà cambiato (meglio: malamente stravolto) o rimarrà tale e quale. Terzo perché se dovessero vincere i No il pronunciamento dei giudici supremi sarebbe inutile, tanto la legge andrebbe comunque riscritta per dare una modalità di voto anche per il Senato. E quarto, perché non è affatto vero, come si è detto da più parti, che il rinvio sarebbe un regalo al primo ministro. Per il semplice motivo che per esserlo, un regalo, Renzi dovrebbe avere già in tasca la nuova legge elettorale e la maggioranza disposta a votarla. Cosa che non è. Anzi, la manfrina della mozione che impegna a cambiare la legge sembra fatta apposta per sospingere oltre la data (che prima o poi qualcuno avrà la cortesia di indicare) del referendum.

La verità è che l’Italicum, al di là dei rilievi che muoverà la Corte, non è da ritoccare e neppure da riscrivere, ma da buttare. E che se Renzi volesse davvero sbrogliare la matassa avendone vantaggio lui e il Paese, dovrebbe accantonare tutto e promuovere un passaggio Costituente in cui inserire anche la legge elettorale – così è troppo esposta ai cambiamenti d’umore dei partiti e ai biechi interessi personali dei parlamentari in carica – rendendola omogenea all’impianto istituzionale. Proprio com’è in quei due paesi, Germania e Francia, cui abbiamo la pretesa di “dichiarare guerra”.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario