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L'editoriale di TerzaRepubblica

Renzi scelga l'Assemblea Costituente

SE RENZI VUOLE SMARCARSI DALLA CATTIVA POLITICA SMONTI IL REFERENDUM SCEGLIENDO L'ASSEMBLEA COSTITUENTE

12 agosto 2016

Non sappiamo (ancora) chi e cosa rappresenti Stefano Parisi nello sgangherato mondo del centro-destra, ma se fossimo in Matteo Renzi prenderemmo al volo la sua proposta di convocare un’Assemblea Costituente per dare sbocco alle riforme istituzionali – allargandone il fronte e cambiando verso alle (troppe) stupidaggini che l’attuale riforma contiene – e “smontare” il maledetto referendum che da mesi blocca l’Italia e altrettanto è destinato a fare nei prossimi, prima e dopo che si sarà tenuto. Per la verità, come Terza Repubblica gli ha suggerito fin dall’inizio della sua avventura di governo, Renzi avrebbe dovuto essere lui il promotore dell’operazione Costituente. Per la precisione gli suggerimmo un progetto-paese “ri-costituente”, che da un lato affidasse alla solennità e al distacco dalla routine politico-parlamentare di un’Assemblea le riforme di tipo costituzionale, anzi la riscrittura (laicamente, senza tabù né pulsioni stravolgenti) della Carta suprema, e dall’altro predisponesse una sorta di piano Marshall per uscire in modo radicale dal declino economico e sociale. Nulla di tutto questo è stato fatto fin qui. Ma in politica non è mai troppo tardi per definizione, e dunque ora che sembra definirsi l’esistenza di una possibile sponda nel centro-destra, Renzi – per salvare se stesso, oltre che per il bene del Paese – dovrebbe avere la sveltezza di saltare sul tram che gli sta passando davanti. Che è l’ultimo, sia perché ci siamo ormai persi l’altra via d’uscita che era lo “spacchettamento” dei quesiti referendari, sia perché non ci sarà più tempo se non per una campagna lacerante.

Sappiamo che, per ragioni di carattere, non gli è facile arrivare secondo, ma dovrebbe una volta per tutte imparare che saper esercitare l’arte dell’umiltà è cosa utile, oltre che opportuna. A incoraggiarci in questo nostro ennesimo appello a Renzi – d’altronde, a chi altro dovremmo farlo? – c’è il fatto che il primo ministro nei giorni scorsi, dopo un periodo di salutare low profile (per le sue abitudini, tutto è relativo), ha finalmente detto di avere sbagliato a personalizzare il referendum. Bene, fare ammenda è stato saggio. Peccato, però, che subito dopo lui abbia sparato che se passa il Sì i 500 milioni (boom, al massimo saranno 150) risparmiati con le sue riforme verranno dati ai poveri, e il ministro Boschi se ne sia uscita definendo chi propone di votare No irrispettoso del lavoro del Parlamento (dichiarazione talmente azzardata che ha richiesto una successiva riformulazione correttiva). Il tutto con i renziani di provata fede che continuano a ripetere il ritornello che se vince il No si apre una crisi politica senza sbocco, che l’economia deperisce (perché finora è stata rigogliosa?) e che la Costituzione non si potrà più cambiare (chissà perché, visto che dal 1948 ha già subito ben 35 modifiche e che gli stessi propagandisti del Sì dicono che la riforma non è perfetta ma poi si potrà aggiustare). Ergo, il referendum come linea di demarcazione tra il bene e il male, tra la prosperità e la tragedia. Senza contare l’altra intollerabile modalità in cui la propaganda si è esibita (da entrambe le parti, ad essere sinceri), e cioè le liste di proscrizione di coloro che si sono espressi pro o contro. Della serie “non vorrai mica votare come Tizio o Caio?”, che è un modo di argomentare a dir poco barbaro.

Insomma, gli italiani vanno in ferie, ma la (cattiva) politica no. Sono molti i problemi che incombono su di noi, dall’economia che non va (siamo ritornati alla “crescita zero”, mentre la deflazione non schioda e le banche rimangono nel mirino della speculazione) alle gravi tensioni internazionali (terrorismo, Libia, Turchia, ecc.), dalla permanente impasse dell’Europa alla complicata gestione del flusso dei migranti, per finire con lo spettacolo indecoroso offerto da Roma, sepolta dai rifiuti e umiliata nell’offerta dei servizi essenziali. Eppure la politica guarda ad altro e parla d’altro. La penosa querelle sulla Rai, vicenda nella quale il più pulito ha la rogna. Il truffaldino annuncio che la politica economica si occupa di ridistribuire ricchezza (pensioni minime, poveri, ecc.) che non produciamo, anziché porsi l’obiettivo di far crescere il pil di almeno due punti l’anno per rendere meno eterno il tempo di recupero del reddito perduto dal 2008 in poi. Il surreale dibattito sulla data del referendum costituzionale. Il demenziale braccio di ferro, in Campidoglio, sulla figura dell’assessore Muraro, di cui i romani sentivano certo il bisogno per essere rassicurati che la signora Raggi sarà un buon sindaco e che i problemi della città saranno prontamente aggrediti. Ma si può sentir dire dal sindaco grillino che doveva rottamare la cattiva amministrazione che c’è un “rischio sanitario dietro l’angolo” per la sporcizia nelle strade e poi offrire come soluzione il fatto che chiederà chiarimenti alla municipalizzata preposta? Ma, Campidoglio a parte, a fare mostra di pochezza non è solo il governo, da mesi ormai inspiegabilmente ridotto all’ordinaria amministrazione e alla politica degli annunci, o i pentastellati, che misurano la distanza siderale che passa tra vellicare l’anti-politica e lo sporcarsi le mani con i problemi da risolvere. No, anche l’opposizione fornisce il suo bravo contributo al disfacimento generale. Di quella grillina basta osservare il dilettantismo con cui si muove a Roma per capire di che pasta sia fatta. Quella del centro-destra non esiste (Brunetta a parte) perché il tema è tutto interno a Forza Italia e Lega e nelle dinamiche delle possibile alleanze tra le diverse componenti. Mentre è quella interna al Pd a dare spettacolo: priva di idee da sempre, ora tocca l’apice della sua evanescenza proponendo nomi come Bianca Berlinguer, Michele Santoro e Roberto Saviano (li abbiamo scritto in ordine di crescente demenzialità) per lanciare il guanto di sfida a Renzi. Ma possibile che a Bersani, Speranza o Cuperlo non venga l’idea di spiazzare Renzi con la proposta dell’Assemblea Costituente?

Tutto ciò è sconsolante, avvilente, demoralizzante. Ed è così preoccupante che, contrariamente agli altri anni quando TerzaRepubblica staccava per qualche settimana di riposo, in questo desolante agosto abbiamo deciso di tenere aperta la bottega, nel tentativo – se è disperato, ditecelo voi, cari lettori – di alimentare quello che ci piace definire il “buonsenso del buongoverno”. Buon Ferragosto.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario