ultimora
Public Policy

L'editoriale di TerzaRepubblica

Recessione e referendum

TORNIAMO IN RECESSIONE MA SI PARLA SOLO DI REFERENDUM E CI SI ILLUDE CHE L'ITALICUM CONSENTIRA' DI GOVERNARE

23 luglio 2016

Ci risiamo: stiamo lentamente ma inesorabilmente scivolando verso una nuova recessione. I bruttissimi dati di maggio relativi all’industria, fatturato e soprattutto ordinativi, fanno intravedere una seconda parte dell’anno pesante, dopo che nel secondo trimestre la produzione industriale ha chiuso in rosso. Siamo partiti prevedendo di crescere dell’1,6% - che già sarebbe stato troppo poco – e ora le ultime stime che ci avevano già portato sotto l’1% (l’ultima quella di Bankitalia) dovranno essere inevitabilmente riviste al ribasso. Considerato che si è calcolato che la politica monetaria espansiva della Bce produce circa mezzo punto all’anno di pil, ecco che se a fine 2016 avremo il segno più davanti all’indicatore di crescita, sappiamo fin d’ora che quella miseria di incremento del pil sarà da ascrivere tutto a Mario Draghi. Altro che l’Italia che ha svoltato! E non ci si venga a raccontare dell’effetto Brexit, di Nizza o della Turchia, perché ammesso e non concesso che questi avvenimenti producano effetti significativi sull’economia, sono ancora tutti da vedere. E non si attacchi il solito refrain su “anche l’Europa rallenta”, perché la Bce ha appena confermato la stima di una crescita del pil dell’eurozona dell’1,6%, a questo punto oltre il doppio del dato italiano.

La verità è che già dal deludente 2015 l’Italia, per ragioni tutte sue, non ha agganciato la ripresa, se non in modo disomogeneo e parziale, e viaggia – al netto delle politiche e dei fattori extra nazionali, al confine tra la stagnazione e il ritorno alla recessione. Tutto questo mentre da mesi l’economia è uscita dall’agenda del governo e dall’attenzione dei media – se non per le questioni bancarie, osservate più dal buco della serratura che soppesate per le valenze sistematiche di cui portatrici – a favore di tematiche, referendum costituzionale e legge elettorale, che sono certo decisive – noi proponiamo da anni la convocazione di un’Assemblea Costituente, figuriamoci se ci sfugge l’importanza di dare una risistemata al nostro vetusto sistema istituzionale – ma che non possono in alcun modo rendere subordinata la politica economica, anche perché non ve n’è nessuna ragione logica e pratica.

Le difficoltà (autoctone) dell’economia, sottaciute, hanno tra l’altro risvolti più diretti di quanto non si pensi (o di quanto non pensi Renzi) proprio sulla cifra delle due riforme di governance cui il governo annette importanza vitale. Essa consiste nel credere possibile governare il Paese costruendo una maggioranza parlamentare in provetta, attraverso gli additivi del premio di maggioranza e del doppio turno da un lato e della riduzione ad una sola camera del vaglio del voto di fiducia, pur non corrispondendo, quella maggioranza artificiale, ad una sostanziale nella società? In altri termini, è pensabile che avendo il consenso di circa un quinto degli italiani si riesca a imporre, senza subire crisi di rigetto, le proprie scelte (o non scelte) agli altri quattro quinti? Forse, ma è un forse sottolineato con la matita rossa, si può in un paese normale – cioè stabile e ben organizzato – che vive una condizione storica normale, cioè una congiuntura, prima di tutto economica ma non solo, fatta di certezze e consolidata nel tempo. È inutile dire che l’Italia è dalla fine degli anni Ottanta che non ha il piacere di potersi definire così, e tantomeno in questi anni di trapasso al buio dalla Seconda Repubblica a qualcosa che non ben definito. L’Italicum, legge elettorale senza precedenti nel mondo occidentale e che è parente stretta di quel Porcellum che la Corte Costituzionale ha bocciato senza remissioni, pretende, grazie al premio di maggioranza del 15% nell’unica Camera che vota la fiducia al governo, di creare la governabilità. Attenzione, non ci stiamo stracciando le vesti in nome della democrazia calpestata e del pericolo autoritario (tema non infondato ma paradossalmente meno importante), stiamo dicendo che senza consenso diffuso e pazientemente costruito, la società rifiuta le scelte di governo che non sente proprie. Una volta erano i corpi intermedi a fare da cuscinetto, spesso imponendo rituali di confronto paralizzanti che di fatto si trasformavano in diritti di veto. Oggi è l’antipolitica che raccoglie lo scontento e in un batter d’occhio trasforma in casta anche chi si è imposto e affermato come rottamatore. Non capirlo, credere che un governo di minoranza sostenuto da deputati nominati e con il contorno di senatori non eletti in dopolavoristica missione cui sono affidate materie delicate e decisive come le normative europee possa reggere alla prova del fuoco dei fatti, significa – specie in un contesto economico che richiede invece scelte ben più radicali che la distribuzione a pioggia di soldi che si spera (invano) si trasformino in consumi e investimenti – portare il Paese allo sfascio.

Un uomo di grande esperienza come Giorgio Napolitano non poteva non aver capito che Renzi si è infilato in un cul de sac, e pur avendolo appoggiato anche oltre ogni ragionevolezza, alla fine è uscito allo scoperto suggerendogli apertamente di cambiar strada. Cioè quello che, privatamente e con parole più sorvegliate, gli ha fatto capire il successore di Napolitano al Colle. Solo che nel farlo, il presidente emerito – probabilmente sentendo l’esigenza di salvare la dignità del suo vecchio endorsement per l’Italicum e la riforma costituzionale – ha indicato la strada dell’eliminazione del ballottaggio per sottrarre ai Cinque Stelle il loro vero punto di forza. Così come ieri la sinistra interna del Pd e i centristi chiedevano il passaggio dal premio alla lista a quello alla coalizione, oggi Bersani, con il suo Bersanellum, propone una versione aggiornata e corretta  del sistema a collegi uninominali previsto dal Mattarellum, in cui il premio di maggioranza arriverebbe a un massimo di 90 deputati, si tratta pur sempre di aggiustamenti che non superano (pur limitandone la portata e quindi il danno) il nodo di fondo di quel maledetto premio di governabilità, scorciatoia che consente di vincere ma non di governare. E finchè l’illusione della maggioranza artificiale non sarà sgombrata dal campo, vedrete che saranno i populisti di ogni risma a fare bottino pieno.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario