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L'editoriale di TerzaRepubblica

Renzi, cambia passo!

CARO RENZI, CAMBIA IL MODO DI AFFRONTARE IL REFERENDUM E L’EMERGENZA GIUDIZIARIA O SARANNO GUAI

07 maggio 2016

E NO. Non si può metterla che o approvi la mia riforma costituzionale o io vado a casa (Renzi). E neppure: quelli favorevoli sono gli italiani moderni, aperti, che credono nel loro paese, gli altri sono quelli dicono no a tutto (sempre Renzi). Tantomeno: questa è l’ultima occasione per cambiare la Costituzione, altrimenti resterà immodificabile per sempre (Napolitano). Mancano sei mesi al voto referendario, ed è già un’anomalia che s’inizi la kermesse ora, puro autolesionismo che lo si faccia cancellando dall’agenda politica tutto il resto (l’economia in particolare) e una pia illusione che farlo serva a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle vicende di magistratura che procurano danno al governo. Ma diventa addirittura follia se i toni sono, già adesso, questi. L’Italia, che come dimostrano le ultime stime Ue non è ancora riuscita ad agganciare la ripresa economica (viaggiamo a mezzo punto di pil in meno della media euro e addirittura meno della metà della Spagna), non potrebbe sopportare un semestre di campagna elettorale per una riforma che, la si approvi o meno, non ha nulla di così decisivo, Titolo V a parte, per scuotere il Paese dal suo torpore. Eppure, lo scenario che abbiamo davanti contempla, drammaticamente, due situazioni l’una peggiore dell’altra: da un lato, come abbiamo visto, la scelta di Renzi e di chi gli è vicino di brandire il referendum come arma di difesa e di attacco politico; dall’altro, il tiro a segno cui la magistratura – per coincidenza temporale del tutto casuale, ovviamente – sta sottoponendo, con il solito concorso di eco mediatica, Pd e mondo renziano. Una doppia guerra di cui non si sentiva certo l’esigenza, e che mette in serio pericolo la possibilità che quei pochi germi di rilancio del Paese, già fragili, riescano ad attecchire. Vediamo se e come si possa ancora evitarla. Partendo da un presupposto: che il pallino lo ha Renzi, e che lui più di chiunque altro dovrebbe avere interesse ad un eventuale sminamento, perché è quello che rischia di più.

Partiamo dal referendum. Dopo aver sbagliato a personalizzare il pro e il contro, ora Renzi eviti di ammorbarci con una campagna lunga e sopra le righe. Anche perché molti italiani sono già irritati. Vuole che si facciano tanti comitati per un lavoro porta a porta? Legittimo. Ma lo faccia fare al suo partito, lasci che siano altri ad occuparsene. Un presidente del Consiglio, con tutti i problemi interni e internazionali che ci sono, non può passare il suo tempo così. Neppure se in ballo c’è la riforma costituzionale che il suo governo ha voluto. E quando se ne occupa, eviti di dire che chi è contro – noi, per esempio – è un disfattista iscritto al “partito del no”. Perché c’è chi – noi, per esempio – non vuole affatto imbalsamare la Costituzione, neppure nella prima parte, e, tanto per capirci, non si sente per nulla rappresentato dagli Zagrebelski e dai Rodotà, e ciononostante voterà contro una riforma che non solo è stata fatta con i piedi, come ha detto efficacemente Gianfranco Fini (a proposito, bentornato nell’agone politico), ma rappresenta, specie se combinata con l’introduzione della pessima legge elettorale chiamata Italicum, un pericolosa torsione del già curvo (sotto il peso delle forzature della Seconda Repubblica) assetto istituzionale. Non è un attentato alla democrazia, come dicono gli anti-renziani di oggi che erano gli anti-berlusconiani di ieri, ma non c’è bisogno di arrivare a quello per poterla e doverla considerare una riforma sbagliata. Noi siamo per una correzione del bicameralismo, anzi lo siamo così tanto che avremmo anche accettato una abolizione tout court del Senato (pur non propugnandola). Ma questo Senato federalista, peraltro proprio mentre si controriforma in senso centralista la riforma del titolo V fatta a suo tempo dall’Ulivo – unica parte delle modifiche costituzionali che ci piace – è davvero un obbrobrio. Allo stesso modo, non abbiamo nessuna obiezione ideologica da fare al rafforzamento dei poteri del capo del governo. Ma scegliendo una delle due esperienze più consolidate nelle democrazie occidentali – il cancellierato alla tedesca, che è la formula che noi preferiamo, o il presidenzialismo, anglosassone o francese che sia – non affidandosi ad un sistema privo di contrappesi, specie se abbinato ad una modalità di voto che assegna un abnorme premio di seggi a chi è netta minoranza nel paese. Ma queste sono questioni di merito, che avremo tempo di affrontare più in dettaglio. Politicamente, Renzi deve capire due cose, oltre a quanto già detto: che trasformare il referendum in un plebiscito pro o contro lui è, oltre che improprio, un boomerang di cui si pentirà amaramente; e che pretendere che si voti in un colpo solo le più disparate modifiche costituzionali solo perché si applica l’articolo 138 è una forzatura che finirà per diventare controproducente. Meglio, molto meglio, usare misura e accortezza istituzionale scegliendo di spacchettare il voto referendario per argomenti. Noi, che con il voto è unico diremmo NO, per esempio, voteremmo SI alle modifiche che riportano in capo allo Stato funzioni impropriamente decentrate agli enti locali. Sia dunque lo stesso Renzi a chiedere alla Corte Costituzionale la possibilità del voto multiplo: oltre a fare una cosa giusta, riacquisterebbe agli occhi di molti, specie di quel mondo moderato che ha saputo inizialmente affascinare ma che ora dubita della sua tenuta, l’immagine di un leader risoluto ma nello stesso tempo equilibrato e responsabile.

Un profilo che gli sarebbe molto utile anche per affrontare con più efficacia l’altra questione che sta diventando per lui una vera e propria emergenza: la questione giudiziaria. Sulla quale Renzi oscilla tra la voglia di ingaggiare un duello all’ultimo sangue con la magistratura e il desiderio di lisciare il pelo ad un’opinione pubblica drogata da anni di giustizialismo e anti-politica per la paura di perdere consenso. Che ci sia un focus sul Pd e il mondo renziano lo dicono i fatti, tanto di natura giudiziaria quanto mediatica: Potenza, Carrai, Lodi, Soru, l’accusa di associazione esterna con la camorra per il presidente del Pd campano, l’indagine per estorsione, intimidazione e truffa a carico di un deputato Pd di Siracusa. Che non si tratti di coincidenze è evidente, ma comunque non vale discutere se siamo di fronte ad un complotto (tanto è indimostrabile). Facciamo pure finta che sia una congiunzione astrale sfavorevole. Tanto il tema non cambia: Renzi si trova nella stessa situazione in cui fu Berlusconi. Perché è l’uno come era l’altro il peggiore dei delinquenti? Non trattandosi di una domanda politica, la risposta non può trovarsi qui. Noi ci siamo sempre rifiutati di giudicare il Cavaliere sotto quel profilo, tanto per non riscuotere il nostro consenso ci bastava giudicarlo come leader politico e, soprattutto, capo di governo. Altrettanto ci rifiutiamo di fare con Renzi. Notiamo, però, che Renzi, al contrario di Berlusconi, non ha neppure abbaiato – mentre nessuno dei due ha morso – contro il “partito delle procure”, limitandosi a evocare di tanto in tanto il primato della politica e facendo il solletico alla corporazione che si è fatta “Stato nello Stato” con una sforbiciata alle ferie eccessive e una timida revisione della legge sulla responsabilità civile. Anzi, dopo la nomina di Davigo all’Anm e la sua ormai famosa intervista-proclama-sfida, Renzi ha fatto marcia indietro sulle intercettazioni e subito a capo chino la pressione per allungare i tempi di prescrizione, quando invece sarebbe necessario ridurre i tempi dei processi visto che abbiamo il record europeo di condanne per la loro irragionevole durata. Il Paese, però, non può sopportare un’altra stagione di guerra tra politica e magistratura. Dunque, Renzi, per difendere se stesso e fare il suo dovere di uomo di governo, faccia quello che Berlusconi non è stato capace di fare: mettere mano ad una riforma della giustizia. Non serve molto. Basterebbe fare quelle cose che un magistrato garantista come Carlo Nordio ripete, inascoltato, da anni: abolire l’obbligatorietà dell’azione penale, separare le carriere tra pm e magistrati giudicanti, impedire l’abuso della carcerazione preventiva, ora usata come strumento alternativo alla ricerca delle prove, e privare le intercettazioni di efficacia probatoria riconducendole alla loro naturale funzione di indizi per le indagini.

Caro Renzi, o ti sbrighi a cambiar passo, o saranno guai. Per te e per noi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario