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La Newsletter di TerzaRepubblica

Capitalismo da rifare

PER IL NOSTRO CAPITALISMO CI VUOLE UN’IRI 3.0 E LA RINASCITA DELLA VECCHIA MEDIOBANCA

26 marzo 2016

È a dir poco schizofrenico il comportamento dei media italiani – della politica è inutile dire: non pervenuta – di fronte al “fenomeno Bollorè” e più in generale rispetto al tema dell’italianità dei gangli decisivi (quei pochi rimasti) del nostro capitalismo, cioè della proprietà italiana o straniera dei pacchetti di controllo di alcune società strategiche. Fino a ieri, pur avendo da molto tempo una posizione di rilievo in Mediobanca-Generali, e pur avendo più recentemente acquisito la quota di Telecom che era già diventata “foresta” perché finita in mani spagnole (Telefonica), Vincent Bollorè è stato trattato con i guanti, con la deferenza che si deve ad un padrone che è meglio avere amico che nemico. Ma nelle ultime settimane, supponendo che ci sia stato il suo zampino nella nomina di un francese, Philippe Donnet, al vertice di Generali (trascurando che faceva già parte del management della compagnia triestina) ed essendosi messo alla ricerca dell’amministratore delegato di Telecom (nel cui capitale nel frattempo il finanziere bretone è arrivato, senza superarla, alla soglia dell’opa obbligatoria) dopo le dimissioni di quello che c’era prima del suo ingresso nella società, ecco che di colpo l’uomo che opera attraverso il gruppo Vivendi è diventato il “francese colonizzatore”, e per altrettanta magia si è scoperto che i “poteri forti” – peraltro fino a ieri vituperati in quanto tali – parlano straniero. E giù articoli sulle penetrazioni francesi in terra italiana, solo parzialmente compensate dalla conquista di Carte Noire da parte di Lavazza e dalla malcelata soddisfazione di vedere i ripetuti inciampi che si è autoprocurata la Lactalis della Besnier nella gestione della Parmalat.

Ma il tema non si può affrontare così. Prima di tutto perché quelli che oggi si stracciano le vesti sono gli stessi che nel passato hanno non solo criticato, ma addirittura volgarmente sbeffeggiato chi (do you remeber Antonio Fazio) difendeva il valore della proprietà italiana di alcuni bastioni decisivi (banche, Eni, Enel, la stessa Telecom) in nome della tutela degli interessi nazionali. Poi perché non si possono giudicare i protagonisti della partita a seconda dei rapporti politici che coltivano: Bollorè è buono fintanto che Renzi sembra preferirgli il suo rivale Xavier Niel, ma diventa cattivo se ipotizza di fare affari con Berlusconi e riconquista le simpatie del presidente del Consiglio. Certo, se il bretone decidesse di mettere al posto di Patuano un “non italiano” o, peggio, scegliesse un uomo chiaramente sponsorizzato dal padrone di Mediaset (come almeno un nome di quelli che circolano è), sbaglierebbe di grosso. Ma di qui a metter su filippiche sul transalpino arrembante, come se ci fosse la fila di italiani che vogliono la Telecom e lui li avesse tutti sgambettati con falli da rigore, ce ne corre.

La verità è che si vorrebbe chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati da tempo. Il nostro sistema imprenditoriale si è impoverito – ben al di là degli effetti della lunga recessione – e ha perso ogni dimensione sistemica, dopo che sono venuti a mancare i poli di aggregazione, a cominciare da Mediobanca (che è ormai solo una banca d’affari come tante altre, oltre ad essere depositaria del pacchetto azionario più importante di Generali). Fiat-Exxor e Pirelli guardano oltre i confini nazionali, anzi sono già in larga misura fuori, e i quattro o cinque gruppi dotati di risorse finanziarie potenzialmente adatte a permetter loro di giocare partite aggregative, non hanno alcuna vocazione sistemica. Mentre le molte realtà medie e medio-grandi di successo – quelle che taluno chiama le multinazionali tascabili – non hanno né la tipologia di business né la dimensione neppure per concepire operazioni di sistema, e il loro spinto individualismo impedisce che lo facciano in una logica consortile.

Abbiamo scritto qualche settimana fa che non saremo certo noi a piangere il disfacimento del vecchio “sistema paese”, quell’insieme di ruoli, uomini, prassi, relazioni e abitudini, che hanno costituito l’impalcatura su cui in Italia si è retta l’organizzazione della politica, dell’economia e della stessa società nell’ultimo quarto di secolo. È la “fine di un mondo”, ed è bene che sia così. Il problema, però, è che occorre costruirne un altro, di “mondo”, e nulla si vede all’orizzonte. Molti lettori ci hanno detto: “ok, ma non potete limitarvi a dire che c’è bisogno di riprogettare tutto senza spiegare come si fa, senza indicare con quali risorse umane ed economiche intendete farlo”. Vero, verissimo. Vi dobbiamo una risposta. Diciamo subito, però, che non abbiamo la ricetta miracolistica, e che qui cominciamo a darvi soltanto qualche prima indicazione. Tre, per la precisione.

La prima: non è cosa da poco avere coscienza che la ridefinizione del “sistema Italia” riguarda tutto – gli assetti politici e istituzionali, le imprese e le loro relazioni, la rappresentanza degli interessi, la magistratura, le dinamiche della vita sociale, la mentalità collettiva – e che questa immane sfida non si può vincere se manca anche uno solo di questi tasselli. Saperlo è condizione non sufficiente, ma comunque necessaria, e siccome in giro di consapevolezza ce n’è poca, ci sentiamo di dire che si è già a metà dell’opera.

La seconda: la costruzione di una risposta, anche sul terreno degli assetti del capitalismo, non può che partire dalla politica. Sia perché è giusto che chi è chiamato a guidare il Paese se ne assuma la responsabilità, sia perché il quadro del nostro sistema imprenditoriale – e la vicenda del rinnovo della presidenza di Confindustria è lì a confermarcelo – non è tale da poterci aspettare una risposta diretta. Quindi chi ha a cuore la “ricostruzione”, sappia che non può evitare di “sporcarsi le mani” con una ridefinizione di uomini, strumenti e regole della politica.

La terza: la ricostruzione di un’intelaiatura del nostro capitalismo, che deve ovviamente calarsi nella dimensione dell’economia globalizzata e digitalizzata di oggi, va di pari passo con il nostro ritorno alla crescita e alla capacità di riportarci ad un tasso sviluppo intorno al 2,5-3%. Cosa che si può ottenere solo con un ricorso a massicci investimenti. I quali sono sostenibili solo se fatti da soggetti pubblici. Per questo occorre che nasca l’Iri 3.0 e che da una sua costola rinasca la vecchia Mediobanca. Non si tratta di nostalgia, ma di un esame obiettivo delle criticità del presente e delle necessità del futuro. Cominciamo da qui.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario