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Public Policy

L'editoriale di TerzaRepubblica

Moderati senza leader

NÉ BERLUSCONI NÉ SALVINI I MODERATI DEVONO TROVARE LEADERSHIP NON POPULISTE E ALLEARSI CON I RIFORMISTI

19 marzo 2016

Una maledizione. Le elezioni amministrative disgiunte da quelle politiche in Italia sono sempre state motivo di verifiche politiche generali, fin dai tempi della Prima Repubblica. Ma nella stagione bipolare, e ancor più in questa Seconda Repubblica bis senza né capo né coda che dura da quattro anni e mezzo, il voto nelle regioni e nelle città è diventato una vera e propria dannazione, capace di bloccare per mesi l’attività dei governi, ferma nell’attesa che i partiti regolino i loro conti, interni e tra di essi. Non fa eccezione il prossimo turno che vede coinvolte città come Milano, Torino e Napoli oltre che la Capitale. Anzi, è almeno dall’inizio dell’anno – a Roma anche prima, visto che Ignazio Marino ha lasciato il Campidoglio lo scorso ottobre – che la vita politica ruota intorno a candidature, primarie, equilibri, scontri e inciuci vari, e a maggior ragione sarà così fino a giugno. Uno stallo intollerabile, per il tempo buttato e per le scene disgustose che vanno in onda al cospetto dei cittadini, sempre più stomacati. Questa volta, però, nella disgrazia sembra almeno esserci un vantaggio: i protagonisti di questo inverecondo spettacolo non ne usciranno vivi. Prendete il centro-destra. Non solo le diverse candidature che vanno dal centro alla destra non sono il segno di una ricchezza di posizioni pronte a unirsi al secondo turno (eventuale, ma in questo caso inevitabile) bensì la certificazione di una disastrosa implosione, ma dietro di esse è ben visibile (anche agli orbi) il profilo di uno scontro tra una leadership tramontata e una impossibile, per di più con il contorno di ambizioni malriposte.

Parliamoci chiaro: Berlusconi non solo non è più un leader spendibile, per enne ragioni di cui l’età non è la principale, ma rappresenta un vero e proprio impedimento alla formazione di quel partito liberale di massa che avrebbe voluto essere Forza Italia (e che mai è stato) e di cui il Paese sente un grande bisogno. Certo, la doppia debolezza del Cavaliere – quella propria e quella derivante dall’essere uno scoglio per la rigenerazione della dirigenza – non è l’unica causa se il soggetto politico che per sua natura sarebbe la forza potenzialmente di maggioranza relativa è invece ridotto ai margini della scena politico-parlamentare. Conta, non meno, l’aver del tutto perso quel poco (troppo poco) di capacità progettuale e programmatica, l’aver lasciato prevalere – come bene ha scritto Davide Giacalone – “linguaggi e idee di tono e di sostanza estremista”, l’aver “abusato nel carezzare sentimenti popolari come la paura e la rabbia” per inseguire il consenso, senza capire che così facendo si faceva perdere ruolo e credibilità alla politica, finendo col premiare chi meglio sbraita nel comunicare. Errore grosso, perchè l’Italia che si sente violentata negli interessi (legittimi) e ribolle d’indignazione, non riempie le piazze ma svuota le urne. Da una forza moderata che vuole rappresentare i moderati ci si aspetta un programma di governo in cui si dica dove si taglia la spesa pubblica corrente, come si semplificano le strutture e le amministrazioni pubbliche, in che modo e in quanto tempo si sconfigge la burocrazia inutile e si proceda alla delegificazione, come si afferma il merito e si affiancano i doveri ai diritti. Una forza che rifiuta la logica bipolare se questa significa doversi coalizzare con le forze estreme, populiste e forcaiole, per vincere e invece si confronta e si allea – apertamente, non attraverso patti nazareni occulti – con la parte riformista della sinistra, aiutandola a fare a meno delle componenti massimaliste e giustizialiste, incontrandosi con essa su un programma di governo di stampo liberal-keynesiano – in modo da rendere più efficiente il comparto pubblico e più competitivo quello privato, come ha ben scritto Michele Salvati – per la rinascita del Paese dopo la penosa stagione del declino e della decadenza.

Proprio per questo, non solo non è concepibile che la leadership del centro-destra sia nelle mani di Salvini, tanto più nella versione lepenista (ma presto ci aspettiamo anche trumpista), ma non è opportuno che i moderati abbiano la Lega e i nazionalisti ex fascisti come alleati. Che meglio stanno vicini ai 5stelle – e forse presto li vedremo, da quelle parti – in una sorta di santa alleanza del populismo e dell’anti-europeismo. Le evocazioni accorate all’unità – “uniti si vince, divisi si perde” – che si sentono continuamente fare dai berlusconiani della prima e dell’ultima ora, sono dunque sbagliate sia in via di principio che in via di fatto, e dimostrano la pochezza di una classe dirigente (si fa per dire) totalmente incapace di compiere uno straccio di analisi politica, economica e socio-culturale.

Noi lo abbiamo detto e ridetto, che non si poteva né riprovarci con Berlusconi né provarci con Salvini, da solo o in compagnia della Meloni. E che se si voleva che il partito della nazione di Renzi non fosse una (cattiva) riedizione della Democrazia Cristiana, bensì la nascita di un moderno partito socialista-riformista, bisognava costringere Berlusconi e Renzi a restare alleati alla luce del sole – anziché per il tramite di Verdini – e fare in modo che nuove forze occupassero la scena sul lato centrale destro del palcoscenico politico. Tutto, invece, è andato e sta andando per il verso opposto. Certo, qualche segnale c’è che la controtendenza è organizzabile: la candidatura di Parisi a Milano, il buon esito dell’esperimento Toti in Liguria, il gioco a tutto campo di Tosi, il ruolo terzista di Marchini e Passera. Ma è ancora troppo poco, e spesso troppo personalizzato. Occorrono luoghi di pensiero, strumenti di dibattito, gruppi impegnati in elaborazioni programmatiche nuove. Per i moderati come per i riformisti. Altrimenti prevarrà la disgregazione. E saranno dolori.

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