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L'editoriale di TerzaRepubblica

Renzi senza alternative

TRA QUESTI NEMICI A SINISTRA E AVVERSARI A DESTRA RENZI SEMBRA UNO STATISTA

12 marzo 2016

Poco se mi giudico, tanto se mi confronto. Non sappiamo se Matteo Renzi abbia fatto propria questa modalità di approccio alla vita (politica, nel caso specifico), ma siamo convinti che gli si attagli perfettamente. Perché il ragazzo fiorentino, se si giudica la sua azione politica e di governo, si merita non poche critiche – e noi non gliele abbiamo mai fatte mancare, seppure sempre costruttive, anche a rischio di farci iscrivere d’ufficio nel partito dei “gufi” – ma non appena si volge lo sguardo sui suoi avversari, vicini e lontani, ecco che vien voglia di portarlo in trionfo.

Partiamo da ciò che succede a casa sua e nei dintorni. Sono due anni che assistiamo solo a spargimenti di rancore, senza la benché minima capacità di dare dignità politica e progettuale a quella che si fatica a chiamare opposizione interna. Vale per Bersani e quelli della cosiddetta “minoranza” – che giustamente il professor Giovanni Orsina ha definito gente che “brontola come una pentola di fagioli borlotti che sta bollendo, ma non ha la forza né la voglia di fare qualcosa” – ma anche per il ben più strutturato D’Alema, che ora auspica che “il malessere crei una nuova forza” capace di regolare i conti prima alle elezioni amministrative e poi al referendum costituzionale. Ma l’alternativa a Renzi con chi andrebbe costruita? Con Gianni Cuperlo (da dentro) o Pippo Civati (da fuori)? E per far numero dovrebbe imbarcare da Sel ormai vedova di Vendola (riflusso nel privato) ai giustizialisti di Micromega, dai comunisti d’antan fino ai “no a tutto” in salsa Syriza-Podemos? Come dice Orsina, suvvia non scherziamo.

In realtà a D’Alema non da fastidio, come dice, che Renzi non voglia tenere insieme il centro-sinistra, e neppure, come infatti non dice (ma per pudore), che stia sconfiggendo i comunisti a casa loro: il primo che voleva archiviare quella storia con tutti i retaggi che si porta dietro è proprio l’ex presidente del Consiglio. No, gli rode che il ragazzo riesca laddove lui aveva fallito, pur avendo praticato il riformismo e cercato con insistenza un modus vivendi con Berlusconi esattamente come Renzi (via Confalonieri, persino il tramite è sempre lo stesso). Sia chiaro, molte delle critiche che D’Alema rivolge a Renzi sono fondate. Ma allora la partita va giocata a viso aperto, avendo il coraggio di battersi sullo stesso terreno, quello riformista, non inseguendo il partito della “sinistra doc”, che non può che essere minoritario e come tale avere l’unica funzione di far perdere l’erede sfacciato. Si chiama regolamento di conti, non battaglia politica. E difficilmente interessa agli italiani. A cui non sfugge, per esempio, che non si può gridare allo scandalo – pur essendocene pienamente motivo – per le primarie farsa di oggi quando si è stati analogamente protagonisti di quelle di ieri (non dissimili) e non si è fatto niente per dare a quell’istituto elettorale la regolamentazione legislativa che necessita. Così come non piace, agli italiani, che scelte decisive come decidere a chi mettere in mano il destino di città come Roma, Milano o Napoli, o se approvare o meno riforme nientemeno che della Costituzione non vengano prese in democratici congressi ma diventino oggetto di complotti e vendette, cui si sentono del tutto estranei.

Sull’altro fronte, il caso Roma – con le divisioni su Bertolaso e l’assurda rinuncia a Marchini – dimostra non solo che il centrodestra è lontano mille miglia dall’aver risolto i suoi problemi esistenziali, ma anche che – come più volte denunciato da TerzaRepubblica – la convivenza tra Berlusconi e Salvini è impossibile. Qui l’empasse è tanto semplice da decrittare quanto difficilissimo da superare: se Forza Italia cede alla Lega e ne riconosce la leadership, il centrodestra sarà inevitabilmente minoritario e lascerà a Renzi il campo libero per conquistare il voto dei moderati; viceversa, se Salvini si chiama fuori o mette le cose in modo da farsi mettere fuori, il centrodestra perde un blocco di voti significativo – che ragionevolmente troveranno il modo di saldarsi con quelli del movimento 5stelle – ma riguadagna la possibilità di fare il pieno dei voti moderati. In questo secondo caso, però, tornerebbe al centro del ring Berlusconi – non fosse altro per mancanza di figure spendibili – che invece di essere un plus finirebbe per rappresentare un handicap. Come si vede, un’equazione irrisolvibile. O meglio, che sarebbe risolvibile se il Cavaliere: a) non avesse la necessità di difendere il suo impero, decisamente sottoposto a corrosione, e dunque di fare accordi sottobanco o per interposta persona (Verdini?) con Renzi; b) si decidesse ad appendere definitivamente le scarpe al chiodo. Condizioni, queste, non date, almeno per ora.

Tutto questo – debolezza dei nemici a sinistra e fragilità degli avversari a destra – nulla toglie al fatto che il percorso renziano del “partito della nazione”, o come diavolo lo si vuole chiamare, sia assai poco limpido e lineare. Anzi. I lettori più affezionati ricorderanno che in tempi meno che non sospetti – cioè prima che dicesse ad Enrico Letta di “stare sereno” – suggerimmo a Renzi di imboccare una strada extra Pd, e quando entrò a palazzo Chigi di non fare il segretario del partito. Dunque, siamo consapevoli che occorra una forza “centrale” (che non significa centrista) del sistema politico, anche se rispetto al “partito pigliatutto” che vorrebbe Renzi attraverso un meccanismo elettorale iper maggioritario, preferiamo un sistema di alleanze tra diversi partiti uniti da una condivisione programmatica e selezionati da un voto proporzionale con sbarramento alto e sfiducia costruttiva. E temiamo che aver scelto la strada del premieriato forte per effetto del progressivo svuotamento del Parlamento, unita ad un premio di maggioranza mostruoso non solo non sia cosa buona e giusta in assoluto, ma diventi la corda cui Renzi stesso rischia di impiccarsi, perché restiamo convinti che in un eventuale (e molto probabile) ballottaggio tra lui e un candidato 5stelle (moderato, esteticamente presentabile e dotato di buona capacità mediatica) quest’ultimo rischi di vincere. E sì, perché il fatto di essere indispensabile per mancanza di alternative, fa presto a trasformarsi da vantaggio a fregatura.

Lo sappiamo, l’analisi è deprimente, perché ci consegna non solo una fotografia impietosa di una realtà che è brutta a vedersi, ma anche ben pochi appigli a cui pensare di potersi aggrappare. Ma non è colpa nostra.

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