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L'editoriale di TerzaRepubblica

Perchè la Spagna cresce più di noi

GLI SPAGNOLI CRESCONO 4 VOLTE PIÙ DI NOI EPPURE I VINCOLI UE E L’EGOSIMO TEDESCO ESISTONO ANCHE PER LORO

06 febbraio 2016

Uno: Mario Draghi denuncia l’esistenza di forze che “cospirano” – usa proprio questo verbo, nonostante il suo linguaggio sia da sempre più che sorvegliato – per tenere l’inflazione lontano dai livelli voluti dalla Bce. Due: alla Ue è bastato ridurre di un decimo di punto, da 1,5% a 1,4%, le stime di crescita del pil italiano dell’anno in corso per mettere in fuorigioco i nostri conti pubblici proprio mentre richiediamo a gran voce maggiore flessibilità dimenticandoci che nel 2017 penderà sulla nostra testa la mannaia da 25 miliardi delle clausole di salvaguardia. Tre: la Spagna consuntiva il 2015 con una crescita della sua economia del 3,2%, contro il nostro 0,7-0,8%.

Nel momento in cui è tornata incandescente la polemica a distanza tra Roma e Bruxelles, con Renzi che insiste nel chiedere più tolleranza nei confronti delle sue politiche (presuntivamente) espansive, consigliamo i nostri lettori di tener d’occhio le tre cose che abbiamo segnalato, slegate tra loro solo apparentemente. Perché? Andiamo con ordine.

Primo perché l’inusuale uscita di Draghi indica un pericolo che a più riprese ci eravamo permessi di segnalare su TerzaRepubblica: l’indebolimento del partito difensore dell’eurosistema, che ha nello stesso presidente della Bce e nella cancelliera Merkel i suoi leader, a favore del partito che punta alla fine dell’euro e alla nascita di un’Europa a due velocità, che ha come perno fondamentale il trio tedesco Schäuble (ministro delle Finanze), Weidmann (governatore della Bundesbank) e Weber (capogruppo del Ppe all’europarlamento). Basti vedere cosa contiene un rapporto di esperti economisti tedeschi fatto proprio dal falco Schäuble a proposito dei debiti pubblici, secondo cui si dovrebbe estendere il principio del bail-in dalle banche agli Stati e porre un freno alla quantità di titoli di Stato detenuti dalle banche, obbligando quest’ultime a fare accantonamenti per il 70% del valore. E siccome, come è evidente anche agli orbi, la prima vittima del disegno tedesco (e nord-continentale) è l’Italia (anche la Grecia, ma lì l’omicidio-suicidio si è già consumato da tempo), sarebbe suicida non capire che ci riguarda molto da vicino. Ed è per questo che non più tardi di una settimana fa dicevamo: caro Renzi, tienti cara la signora Merkel, invece di prenderla a pesci in faccia, perché con tutti i suoi limiti l’attuale equilibrio politico in Germania che lei garantisce è incomparabilmente migliore di quello che si delineerebbe se Merkel inciampasse, trascinandosi dietro Draghi e la sua politica monetaria.

Secondo punto: evitare forzature populiste verso Berlino – per interesse, mica per bontà – oggi significa anche evitarle contro Bruxelles. Specie se paiono speciose. Perché è vero che alla Ue conoscono solo il freno dell’austerità e l’acceleratore dello sviluppo, ma Roma non ha le carte in regola per protestare, e per di più è contraddittoria nel farlo perché o si contesta fino in fondo l’intero impianto del fiscal compact e del pareggio di bilancio in Costituzione, e allora non si va a chiedere flessibilità, oppure si negozia quest’ultima in silenzio e con gran umiltà. Anche perchè la nostra “fedina penale” non è sporcata solo dalla colpa storica del troppo debito pubblico – che comunque non possiamo pensare di far scendere in modo significativo solo facendolo erodere dagli avanzi primari – ma da quel vizio di strategia nella politica economica che in questo spazio indichiamo da sempre (a costo di farci etichettare come gufi) e che l’economista Daniel Gros (direttore del Ceps di Bruxelles) sintetizza con efficacia quando dice che Renzi sbaglia nel voler rafforzare la ripresa sostenendo la domanda, sussidiata in deficit, dimenticando che un paese vive prima di tutto dell’offerta che crea, fatta di investimenti, produttività, innovazione e competitività.

E che si sia sbagliato il modo con cui sono stati fatti i compiti a casa è dimostrato – siamo al terzo punto – dalla comparazione tra l’andamento di Italia e Spagna nel 2015. I due paesi condividono l’euro, l’area mediterranea, una virulenta e profonda crisi post 2008, e sono stati pari nel soffrire lo spread nel 2011. Sopratutto, sono entrambi “cugini” che soffrono un rigoroso “zio” tedesco che impone un’austerity per molti versi controproducente. E allora, se il vincolo esterno è eguale per entrambi, come mai Madrid ha incrementato la ricchezza nazionale quattro volte tanto Roma? E non è solo un exploit momentaneo: se si confrontano gli ultimi 10 trimestri (due anni e mezzo), la Spagna gli archivia tutti con il segno più, mentre noi solo gli ultimi 4 (altri 4 negativi e 2 a somma zero). Dal 2008, poi, la somma del pil è negativa per entrambi, ma noi perdiamo 8,3 punti, mentre la Spagna 3,2. E la forbice è destinata ad allargarsi: per quest’anno noi dovremmo (speriamo) raggiungere l’1,4%, Madrid il 2,6%. E’ vero che in Spagna il tasso di disoccupazione è sempre altissimo (20,8% contro il nostro 11,4%), ma è anche vero che i due paesi hanno un tasso di occupazione uguale (56%) nonostante i nostri “cugini” non siano il secondo paese manifatturiero d’Europa, non facciano parte del G7, e non abbiano la nostra tradizione imprenditoriale e il nostro tessuto produttivo. Allo stesso modo, è allarmante che nel corso del 2015 lo spread tra Bonos spagnoli e i Btp italiani sia arrivato a raggiungere i 30 punti e che adesso, con le elezioni spagnole che non hanno dato un vincitore, la differenza sia di soli 10 punti a nostro favore.

La verità è che, da allora, loro hanno saputo cambiare profondamente. Noi no. Prendete il sistema bancario. Nel 2011 la Spagna, con 41,3 miliardi di aiuti europei, ha creato una bad bank che ha rilanciato i finanziamenti alle imprese, mentre noi fatichiamo a sottrarre i nostri titoli bancari dall’attacco speculativo dei mercati. L’Italia è l’unico paese tra i “piigs” a non aver adattato il proprio sistema produttivo al nuovo scenario economico internazionale ed è anche, guarda caso, quello più in difficoltà. Ed è inutile incolpare i vincoli europei, la congiuntura internazionale, prendersela con la Germania e battibeccare quotidianamente con Bruxelles. Basta fare un raffronto ad armi pari ed è evidente che ognuno è responsabile del proprio destino.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario