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L'editoriale di TerzaRepubblica

Lo scontro Russia-Turchia

L’OCCIDENTE PER BATTERE IL TERRORE JIHADISTA DEVE RISOLVERE TUTTE LE SUE CONTRADDIZIONI POLITICHE

28 novembre 2015

Complimenti. Invece di trovare la giusta unità d’intenti di fronte alla minaccia jihadista, il resto del mondo, occidentale e orientale, non trova di meglio che farsi la guerra. Purtroppo, siamo stati buoni profeti: la scelta francese di rispondere in modo unilaterale ai tragici fatti di Parigi con una dichiarazione di guerra all’Is, finendolo per considerare lo Stato che non è, ha innescato una reazione a catena che è subito diventata un boomerang per l’Europa, per la Nato e per l’Occidente nel suo insieme. L’abbattimento del Sukhoi-24 russo nei cieli di confine tra Siria e Turchia a cura delle forze militari turche, premeditato e su esplicito ordine del primo ministro, non sarà equivalente – speriamo – ai due colpi di pistola di Sarajevo che dettero il la alla prima guerra mondiale, come qualcuno ha detto, ma certo getta una luce inquietante su come chi è bersaglio del terrorismo non abbia maturato la minima idea di come occorra rispondere. Rendendo la scena internazionale gravida di rischi ben peggiori di quelli già gravi degli attentati jihadisti.

 

Ingenerando anche qualche mugugno, la settimana scorsa abbiamo scritto come Hollande, spinto da ragioni interne comprensibili ma non per questo giustificabili, abbia sbagliato nell’approcciare sul piano militare ciò che invece andava, e va, affrontato sul piano politico. Ora la crisi russo-turca ci dice come quella analisi fosse più che fondata. Ha scarsa importanza disquisire se Putin abbia premeditatamente innescato la reazione turca, ben sapendo che era pronta a scattare e volendo lucrare sul fatto di poter vestire i panni della vittima, o se il dito sul grilletto Erdogan lo avrebbe messo comunque, come la dinamica dei fatti fa ampiamente pensare. La cosa decisiva sta nel comprendere come la Turchia abbia voluto abbattere il bombardiere russo perché aveva sconfinato (ammettiamo per un momento che la tesi turca sia fondata) nonostante fosse indirizzato a combattere l’Is, facendo così antecedere le ragioni nazionali – giustificate o meno poco importa – a quelle atlantiche. Come ha scritto Alberto Negri sul Sole 24 Ore, qui ognuno si fa la propria guerra. Erdogan aveva molte ragioni – politiche interne, di rivendicazione di ruolo e territori, di gioco di sponda contro il suo vero nemico, i curdi – per armare i suoi contro la Russia, ben sapendo che Washington, come puntualmente è successo, lo avrebbe coperto, non disdegnando Obama di rifilare un calcio negli stinchi a Putin. Ma anche lo zar russo aveva tutto da guadagnare a recitare il ruolo di chi si batte davvero contro i tagliagole del Califfato, come dimostra il suo pronto schierarsi al fianco di Hollande, proprio mentre il fronte atlantico, da Obama alla Merkel passando per Renzi (per quel che conta l’Italia…), mostra ai francesi un’adesione solo diplomatica al loro voler “scendere in guerra”.

 

La verità è che un’operazione non così difficile e prolungata nel tempo, l’annientamento dell’Is, non solo non si compie, ma neppure se ne vedono le avvisaglie, per il semplice motivo che gli interessi “non islamici” in campo sono divergenti, quando non contrastanti. Per esempio, a Erdogan, e a Obama, preme far capire ai russi che non si possono permettere, con la scusa del Califfato, di stringere accordi con l’Iran (non a caso l’aereo russo è stato bombardato all’indomani dell’incontro Putin-Rohani). Altri esempi: i curdi combattono (sono gli unici) contro quel Califfato che la Turchia ha definito un proprio nemico, ma guarda caso sono massacrati dai turchi, cui interessa evitare a tutti i costi che una fetta dell’Iraq possa congiungersi al Kurdistan; Putin fa bombardare l’Is, ma in egual misura o forse anche di più le forze siriane rivoltose contro Assad (che ha le mani sporche di sangue non meno che i tagliagola vestiti di nero), per il semplice motivo che vuole salvaguardare le sue basi militari in loco e il dittatore di Damasco lo garantisce. Per non parlare del ruolo che i gruppi dirigenti sauditi hanno avuto fin qui nel sostenere e coprire il fondamentalismo.

 

Insomma, un casino. Se non fosse un paragone irriguardoso per le vittime di tutto questo, pare di assistere a quelle partite di pallone “tutti contro tutti” che facevamo da ragazzini. Uno scenario da cui emerge l’inesistenza dell’Europa e la pochezza della politica estera Usa (che per gli americani è sempre stata politica tout court). Oggi chi in Europa inveisce contro il governo di Ankara dovrebbe farsi un esame di coscienza e chiedersi cosa a suo tempo abbia fatto (o non fatto) per portare la Turchia nella Ue e nell’eurosistema. Noi in tempi non sospetti lo abbiamo sostenuto: la Turchia, che lo voleva fortemente, andava accolta, ponendole una serie di obblighi di cambiamento che, allora, avrebbe accettato. Una decina di anni fa la Turchia era un paese laico in fortissima espansione economica, con una democrazia fragile ma facilmente irrobustibile. Non averle aperto le porte, considerato il ruolo geostrategico fondamentale di cerniera tra Occidente e Oriente e anche vista la solidità dell’alleanza con gli Stati Uniti, è stato un errore politico gravissimo. Figlio della frammentazione, che rende tutti ciechi, dell’Europa che pure si era data la moneta unica e aveva aperto – in quel caso sbagliando – a paesi marginali.

 

Ma anche la cecità americana, iniziata con Bush jr e proseguita con Obama battendo strade solo apparentemente opposte, ha la sua bella parte di colpa. Da Saddam in poi è stato un crescendo di fesserie, arrivate fino al punto di non considerare che Assad e gli iraniani sono i peggiori nemici di Israele, e che per quanti errori si vogliano attribuire a Netanyahu (e se ne possono non pochi) non si può arrivare fino al punto di isolare Gerusalemme. Inoltre, Putin non è un pragmatico comunista sovietico, bensì uno spregiudicato autocrate nazionalista, e per questo è più pericoloso, ma sa meglio di tutti muoversi sul piano politico, e se Obama, con la complicità dell’Europa, continuerà a regalargli la scena, sarà peggio per noi.

Valutazioni politiche, le nostre, di chi crede fermamente nel patto atlantico e nel ruolo Nato – anche se sarebbe ora di ridefinirne le regole d’ingaggio – e non certo scivolamenti verso le fesserie che si beve una parte delle opinioni pubbliche occidentali – quelle che oscillano tra il movimentismo no-global e le prediche anti-capitaliste di Papa Bergoglio – secondo gli Stati Uniti sarebbero i padri occulti del Califfato.

 

In conclusione, a nostro giudizio la partita è politica e non militare, e riguarda prima di tutto noi occidentali. Le armi servono a fortificare le politiche forti e a rendere perniciose le politiche deboli. Ergo la risposta armata ai morti di Parigi ha senso solo se viene dopo e non prima, e comunque mai al posto di, una costruzione politica che definisca le alleanze, mappi i fronti, indichi i percorsi del dopo. Altrimenti sarà davvero una catastrofe. Dunque, si convochi il vertice Nato, si stabilisca una linea di condotta e poi si metta allo stesso tavolo Russia, Turchia, Iran, Israele. Troppo difficile? Vero. Ma chi pensa che si possa aspettare che Obama abbia tolto le tende e che una nuova dirigenza Usa – quale? – sappia cambiare faccia alla politica internazionale di Washington, ha sbagliato i suoi calcoli. Non c’è tempo.

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