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Senato e non solo

I mostri del renzismo

LO SCHEMA RENZISMO-ANTIRENZISMO PRODUCE SOLO MOSTRI COME DIMOSTRA LA (PESSIMA) RIFORMA DEL SENATO

05 settembre 2015

Ben ritrovati, cari lettori di TerzaRepubblica. Avete trascorso buone vacanze? Di certo non sarete stati distolti dalle vicende nazionali: l’estate, purtroppo, non ci ha offerto nessun spunto significativo, né sotto il profilo economico – considerato che la stagnazione in cui siamo immersi continua, mortificando attese e speranze, nonostante le euforie, esagerate e controproducenti, per un decimo di punto di pil in più – né tantomeno sul piano politico, visto che siamo costretti (nostro malgrado) ad assistere al marcire di quel che resta dei partiti ed al vociare sguaiato, inconcludente e pericoloso pur se per certi versi giustificato, del sempre più affollato fronte dei demagoghi populisti. Ahinoi, fenomeni coerenti con un paese che continua ad essere in declino, nonostante gli sforzi (spesso sinceri, anche se non sempre) di chi prova ad invertire il senso di marcia.

In questa fase, che a suo tempo abbiamo definito Seconda Repubblica bis, lo schema di gioco si è ormai consolidato: da un lato Renzi e il renzismo, che continuano a proporsi come l’incarnazione del nuovo e in nome di questo conquistano sempre maggiori quote di potere (per la verità, più formale che sostanziale), e dall’altro un coacervo di forze declinanti – la sinistra massimalista (Sel e pulviscoli vari) e quella nostalgica (Bersani e D’Alema), le diverse anime ormai spettrali del centro, quel che resta della destra berlusconiana – e di forze crescenti perché capaci di agitare il malcontento, principalmente la Lega di Salvini e il “nuovo” 5stelle di Di Maio (su cui varrà la pena di fare qualche riflessione più approfondita, prossimamente). Non è proprio la vecchia dicotomia bipolare “berlusconismo-antiberlusconismo”, ma poco ci manca. Si tratta di uno schema che consente a Renzi di apparire gigante, tra tanti nani. È probabilmente questo gioco di specchi che deve aver indotto oltre 200 esponenti della cosiddetta società civile a tassarsi per comprare una pagina di giornale in cui tessere – un po’ sperticatamente, ma si sa a gufo, controgufo e mezzo – le lodi del presidente del Consiglio. Tuttavia, il suo pragmatismo, alimentato da molte buone intenzioni e da un approccio de-ideologizzato ma nello stesso tempo poco nutrito di cultura politica, educazione istituzionale e visione strategica, non risulta sufficiente a far innescare le molte svolte di cui il Paese ha bisogno per affrancarsi da quel declino che sembra essere la cifra del suo destino da ormai un quarto di secolo. Come ha scritto con sagacia Davide Giacalone, il Renzi delle varie “leopolde” intrigava, ci consegnava finalmente una sinistra con i piedi per terra, non più ebbra di ideologie e luoghi comuni. E pazienza se era egolatrico. Ma il risultato, dopo una fase sufficientemente lunga perché il test sia attendibile, è deludente. E non può essere la pochezza degli avversari, interni ed esterni al Pd renziano, a rendere la delusione meno cocente.

Si prenda la questione della riforma del Senato come un esempio per tutti. Non sarebbe nemmeno sbagliato scendere in guerra, se l’obiettivo fosse giusto. Ma francamente – e non ce ne voglia il presidente Napolitano, di cui apprezziamo l’ansia riformatrice ma non l’obiettivo su cui l’ha concentrata – la legge di riforma costituzionale per la quale si dovrebbe combattere proprio non ci convince. Da un lato, c’è la difesa ad oltranza da parte del governo di una riforma che affronta un problema vero (il malfunzionamento dell’attività parlamentare per effetto del cosiddetto bicameralismo perfetto) con uno strumento del tutto sbagliato (ridefinire il Senato come camera rappresentativa del decentramento regionale proprio quando invece andrebbe affrontata con decisione, per non dire furia, riformista il fallimento delle Regioni). Dall’altro, all’interno del Pd si sta scatenando quello che ormai è stato definito un “Vietnam”, con 25 dissidenti (o “vietcong”) pronti a tutto pur di introdurre l’eleggibilità dei senatori attualmente esclusa dal ddl Boschi. Il che, naturalmente, non affronta minimamente la contraddizione più patente della riforma stessa. Certo, sappiamo benissimo che, al di là del merito della questione, il vero obiettivo dell’opposizione interna al Pd è alzare le barricate nei confronti di Renzi e del suo governo, in una logica di regolamento di conti (sempre legittimo in politica, per carità, ma del quale a noi non importa un fico secco). Tuttavia, si poteva ottenere eguale risultato facendo una seria controproposta, anziché infilarsi in una logica di mediazione (come quella di Anna Finocchiaro, che ha prodotto, sull’articolo 10 del ddl, l’opzione di un “listino” in cui eleggere i senatori, ma pur sempre tra i consiglieri regionali, e comunque indicati dai partiti e dunque scelti indirettamente dai cittadini). Ma quand’anche si ottenesse l’elettività diretta, come vogliono i dissidenti, sarebbe una vittoria di Pirro. Perché la questione è marginale. Il vero difetto di questa riforma è ontologico: è sbagliato il ruolo che avrà il futuro Senato. Nelle buone intenzioni della riforma la “camera alta” dovrebbe diventare luogo di mediazione tra gli interessi istituzionali dello Stato e delle Regioni. In pratica, diventerebbe la stampella di un federalismo che in Italia è nato zoppo, e poi si è rivelato totalmente incapace di camminare. Il fallimento della Riforma del Titolo V è a tutti evidente (per ammissione persino di chi l’ha fatta, quella maledetta contro-riforma). Ci siamo ubriacati di decentramento e sussidiarietà, e ora non riusciamo a smaltire la sbornia. Da queste colonne abbiamo criticato fin dall’inizio l’impostazione della riforma, di cui pure c’era assoluto bisogno. Purtroppo, tranne qualche raro caso, le pressioni politiche e parlamentari non si sono indirizzate a modifiche lungimiranti che avessero come strategia una corretta e funzionale architettura istituzionale, come per esempio, smontare l’illusione federalista. No, l’obiettivo è stato solo scatenare la bagarre.

Ecco, questa è la foto della lotta tra il “gigante” Renzi e i “nani”. Di una riforma costituzionale c’è assoluto bisogno da decenni, ma non di “qualunque” riforma costituzionale. I ripetuti passaggi obbligatori tra Camera e Senato sarebbero potuti essere l’occasione – non perfetta, perché quella passa per la convocazione di un’Assemblea Costituente, ma pur sempre una buona occasione – per smontare il bicameralismo, dividendo la produzione legislativa tra Camera e Senato e mettendo mano agli assurdi regolamenti che oggi scandiscono la vita parlamentare. Invece, l’8 settembre (data evocativa) quando riprenderà l’iter della riforma al Senato – forse direttamente in aula, visto che il governo vorrebbe evitare l’esame in Commissione, luogo complicato e pieno di insidie, dove Renzi non ha nemmeno più la maggioranza – si parlerà di una riforma costituzionale pessima e di controproposte penose. Buon ritorno alla quotidianità.

 

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