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I FALSI PROBLEMI DEL PAESE SFIDUCIATO

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RENZI HA SBAGLIATO PARTITO O IL PD HA SBAGLIATO LEADER?
INUTILE DOMANDA PER UN PAESE SFIDUCIATO

 

di Enrico Cisnetto - 01 agosto 2015

È dai tempi di “Vamos a la playa” dei Righeira che ogni estate ha il suo tormentone. Quest’anno invece di una canzonetta o di un modo di dire, a tenere banco sulle spiagge è una domanda politica: “è Matteo Renzi ad aver sbagliato partito o è il Pd ad aver sbagliato leader?”. Come per tutti i tormentoni che si rispettino, la risposta non c’è. Ma una cosa è comunque chiara: le strade del presidente del Consiglio e del Pd prima o poi sono destinate a separarsi. Vedremo chi lascerà chi, quando e con quale scusa, ma date pure la cosa per fatta. Siamo però sicuri, cari lettori, che la stragrande maggioranza di voi dirà senza tante perifrasi: ma chissenefrega! E noi con voi. Ma sì, francamente non c’è bisogno di attingere all’armamentario qualunquista – e voi sapete bene che TerzaRepubblica se ne tiene alla larga – per dire che delle convulsioni del Pd cui siamo costretti ad assistere quotidianamente non solo non importa niente a nessuno (tranne che agli interessati) ma si tratta di uno spettacolo deprimente, e inutile ai fini della soluzione dei problemi del Paese. Naturalmente questo giudizio vale anche per gli altri protagonisti della vita politica (si fa per dire), partiti allo stato gassoso da cui non scaturisce un’idea che una per tirare fuori dalle secche il Paese. Il quale è ancora fermo, immerso in una stagnazione che ha impedito che l’uscita dalla recessione si trasformasse in vera ripresa, con il divario Nord-Sud che si fa abissale (si vedano gli ultimi dati Svimez) e la disoccupazione che torna a salire e rende probabile la dura profezia del Fondo Monetario, secondo cui ci vorranno altri 20 anni per tornare ai livelli pre crisi mondiale. Basta guardarsi intorno (senza la mediazione di giornali e tv, che sono occhiali deformanti) per vedere che partite Iva sono evaporate, il piccolo commercio si sta esaurendo, che le poche grandi realtà industriali che abbiamo guardano (inevitabilmente) sempre più all’estero, e che non basta l’export a cambiare le sorti del nostro sempre più povero capitalismo.

E, oltretutto, è un Paese violentato da vicende di cattiva per non dire squallida amministrazione, come quelle romane (ma è solo un esempio dei tanti), che contribuiscono a rendere ancora più sfiduciati e depressi gli italiani.

In questo quadro – di cui vi graziamo ulteriori dettagli, vuoi perché li conoscete bene e vuoi perché alla vigilia delle vacanze sarebbe crudele elencarli – l’unica medicina utile, sul piano pratico come su quello della psicologia collettiva, è imprimere una svolta all’andamento dell’economia. Renzi l’ha capito, e non è un caso che nel momento più difficile della sua scommessa politica – dopo la ridimensionata patita alle amministrative il suo grado di consenso non si è più risollevato, anzi – ha tirato fuori l’idea di un taglio significativo, ancorché progressivo, delle tasse. Un piano pensato e presentato come una sfida alla destra del “meno tasse per tutti” che non ha saputo realizzare quel sogno e alla sinistra che ne è ideologicamente contraria. E frutto di una politica di comunicazione che ha come presupposto far dimenticare l’esistenza del Pd ed arrivare alle elezioni politiche, anticipate o a scadenza naturale che siano, avendo profilato il Pdr (Partito di Renzi) in un crescendo di promesse di cambiamenti radicali. Progetto politico comprensibile, e per molti versi anche utile (noi però gli consigliammo di metterlo in atto ai tempi delle primarie, forse ora è un po’ tardi per emanciparsi da un partito di cui è anche segretario), ma che rischia d’infrangersi contro una complessità che è molto più grande e articolata di quanto Renzi non immagini. Cogliere il punto della questione fiscale come chiave elettorale (come fu per gli 80 euro) è sì corretto dal punto di vista politico, ma temiamo non lo sia sul piano sostanziale. Una cosa del genere andava fatta subito, come primo passo del governo – perché più ci si avvicina alle urne e meno chi governa è disposto a mettere mano ai privilegi insopportabili di un pezzo della società italiana – e andava sostanziata (come andrebbe anche ora) sia da un preventivo piano di riduzione (il perimetro della cosa pubblica deve restringersi) e trasformazione (da spesa corrente a investimenti) della spesa pubblica, sia da un piano di messa a reddito del patrimonio pubblico.

Si dirà: meglio tardi che mai. E sia. Ma quel piano fiscale non è lo shock che serve e che gli italiani stanchi di un ventennio inconcludente (la Seconda Repubblica) si aspettano. Non produrrà un flusso d’investimenti tale da configurare una netta inversione di tendenza, così come non spingerà più di tanto i consumi interni, che ormai si sono assestati su stili di vita molti diversi da quelli di quando eravamo ben oltre le nostre possibilità. E dunque, non servirà ad accrescere il pil in misura tale da poter accorciare le distanze nella crescita con gli altri paesi dell’euroclub. Ci inducono a pensare così alcuni fattori. Primo: la progressività della manovra, che inevitabilmente perde d’impatto. Secondo: l’assoluta genericità delle indicazioni sulla copertura della manovra da 50 miliardi. Che può anche essere fatta a deficit e negoziata con Bruxelles, ma presuppone un piano d’intervento compensativo sul debito che non c’è. Terzo: la non focalizzazione degli obiettivi. Non si può passare dalla prima casa al carico fiscale sulle imprese e tanto altro, proprio perché non c’è spazio per una manovra a 360 gradi. Quarto: l’esperienza. Di queste manovre ne abbiamo viste, o meglio sentite annunciare, un’infinità, ma se nessuna è andata in porto vuol dire un motivo ci sarà.

Sia chiaro, non siamo affatto contrari ad un forte shock fiscale. Anzi, lo andiamo predicando e abbiamo scritto più volte, anche negli ultimi tempi, che Renzi avrebbe fatto bene a lavorarci. La pressione fiscale è troppo alta, scoraggia non solo gli imprenditori ma qualunque intrapresa. Intervenire è indispensabile. Ma è quel poco che c’è (e soprattutto quel tanto che non c’è) sul tavolo a spaventarci. Se si propone un patto agli italiani, come ha fatto Renzi, non si può non dire loro che la prossima legge di stabilità dovrà necessariamente partire dai 29 miliardi in più di entrate tributarie previste a legislazione vigente nel Def, con le clausole di salvaguardia pronte a scattare se non si procede a tagli di spesa di tale importo.

Temiamo come la peste gli effetti annuncio, malattia ormai cronica della nostra politica. Speriamo solo che qualche giorno al mare o in montagna, anziché inutili tormentoni, porti un po’ di saggezza. Buone vacanze e arrivederci a sabato 5 settembre.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario