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L'editoriale di TerzaRepubblica

Intercettazioni e (in)giustizia

NON SOLO INTERCETTAZIONI. RENZI FACCIA LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA CHE BERLUSCONI NON HA SAPUTO FARE

25 luglio 2015

Si dice, ed è vero, che certe cose ti devono capitare personalmente per capire la reale portata dei loro effetti. Dovrebbe essere così anche per Matteo Renzi, almeno dopo che si è visto spiattellare sui giornali il testo delle telefonate intercettate tra lui e il generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi, in cui tra le altre cose dava dell’incapace a Enrico Letta un mese prima di defenestrarlo e prenderne il posto a Palazzo Chigi. Forse avrà meglio compreso, dopo questa mascalzonata di cui è stato vittima, cosa significhi finire nel tritacarne del famoso circuito mediatico-giudiziario, quando questo prima intercetta cose che nulla hanno a che fare con le indagini per le quali gli ascolti sono stati autorizzati e poi, a orologeria, le fa diventare arma di sputtanamento politico e personale. Certo, nel frattempo c’è stata la presunta telefonata con i silenzi di Crocetta – che sarebbe bene smettesse di far danno alla Sicilia, ma per tutt’altri motivi – e quelle su Tirreno Power del sottosegretario De Vincenti – dalle quali si capisce che egli, da persona perbene qual è, aveva la sacrosanta e benemerita intenzione di riparare quell’azienda e i suoi dipendenti dalla furia iconoclasta della magistratura militante – ma siamo sicuri che, da buon egoista, Renzi abbia dato più peso alla vicenda Adinolfi, anche perché non può che essere letta (tranquilli, la minuscola non è un refuso) come un tentativo di sgambetto nei suoi confronti. Dunque, è sperabile che il presidente del Consiglio reagisca di conseguenza. Intendiamo dire, reagisca ben di più di quanto potrebbe prevedere la “disciplina” sulle intercettazioni telefoniche o telematiche che arriva alla Camera lunedì 27 luglio, all’interno della legge delega sul processo penale. Par di capire che essa tenda ad assicurare una maggiore tutela dei diritti alla riservatezza dei “terzi estranei”, dei “soggetti soltanto casualmente intercettati” e delle conversazioni “del tutto estranee all’oggetto dell’accertamento e quindi del tutto irrilevanti”. Bene. Peccato, però, che questa formulazione risulti decisamente vaga e quindi facilmente aggirabile: tutto dipende da chi e come vengono valutate la “non rilevanza” delle conversazioni e il “non coinvolgimento” dei soggetti. Basterà usare la stessa furbizia che già ora, per esempio, consente di intercettare senza limiti di tempo nonostante che sia espressamente prevista una scadenza oltre la quale andrebbero spente le “cimici”: i richiedenti l’autorizzazione spesso e volentieri dimenticano di apporre la data di inizio dell’ascolto, e altrettanta disattenzione ci mettono coloro che devono dare l’okay; quindi si spia fino a quando non si pesca qualcosa ritenuta utile, magari per tutt’altre ragioni rispetto al contenuto delle indagini cui l’intercettazione è collegata, e in quel momento si appone la data della settimana prima. Tutto regolare, no?

Insomma, invece di piantare paletti perfettamente aggirabili, figli di superfetazioni barocche del pensiero giuridico, Renzi si rilegga l’articolo 15 della Costituzione, che solennemente protegge l’inviolabile segreto delle conversazioni, e poi predisponga un decreto molto semplice: le intercettazioni possono essere solo uno strumento d’indagine e non di prova, uno spunto investigativo senza alcun valore probatorio che stimoli la ricerca di riscontri oggettivi, e come tali non debbono per alcun motivo diventare, tutto o in parte, oggetto di divulgazione, neppure alle parti interessate. D’altronde, già ora il codice descrive la loro funzione quale mezzo di ricerca della prova, e non di prova in sé, ma visto che farle finire nei fascicoli processuali e quindi sui giornali è diventata barbara abitudine, adesso occorre intervenire. Non cerchi di regolare l’irregolabile. Per esempio, è inutile far periziare (come peraltro il codice già prevede) i brogliacci della polizia giudiziaria con le trascrizioni delle telefonate per avere maggiore garanzia di autenticità, o intervenire sulla loro selezione, oggi lasciata alla discrezionalità (arbitrio) di chi ascolta, per evitare che siano fonte di rappresentazione ingannevole: se non sono prove esibibili, non serve.

Insomma, Renzi non dia retta ai farisei che raccontano agli italiani che le intercettazioni tutelano la loro sicurezza, che senza di esse tante indagini non sarebbero nemmeno iniziate e che così si scoprono le nefandezze della “casta”. Viceversa, si legga ciò che un magistrato come Carlo Nordio scrive dai tempi di Mani Pulite, e lo ascolti quando pubblicamente lo invita a “intervenire ora, con l’energia che gli è congeniale, usando lo strumento del decreto legge, per eliminare questa barbarie giuridica”.

E magari, già che c’è, Renzi di una regolata anche alla normativa che, meritoriamente, ha già prodotto per salvare le imprese (nella fattispecie Ilva e Fincantieri) i cui cantieri vengono posti sotto sequestro dalle procure senza nessun riguardo per la tutela della continuità produttiva e dell’occupazione. Il suo decreto è stato molto utile, ma non è giusto, perché si riferisce solo agli “impianti strategici” (chi stabilisce quelli che lo sono?), lasciando tutti gli altri al loro destino. La politica industriale può (e in certi casi deve) discriminare tra chi è grande e strategico, e chi no, ma il diritto non può e non deve farlo. Il tema va affrontato da un altro angolo visuale: lo strabordante potere d’intervento delle procure, preventivo rispetto alle sentenze, richiede che si cambino le garanzie relative alla procedura. Come dimostra l’abuso dei provvedimenti cautelari, sta nella fase preliminare degli iter giudiziari il nocciolo dei problemi della (cattiva) giustizia italica. Ma questo richiede una riforma organica, non interventi spot, per di più timidi. Se davvero Renzi vuole dimostrare la differenza (che c’è) tra lui e Berlusconi e dare una svolta al Paese – e al suo governo – questo della giustizia, insieme a quello dell’economia (di cui parleremo la settimana prossima), è il terreno su cui si deve misurare. Con coraggio e, per una volta, senza concedere nulla al teatrino mediatico.

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