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L'editoriale di TerzaRepubblica

Euro Stati Uniti o fine

COMUNQUE VADA È LA FINE DELL’EUROPA SOLO MONETARIA SIAMO LA CRISI GRECA PER FARE GLI “EURO STATI UNITI”

11 luglio 2015

Cari lettori, è possibile che quando leggerete questa nota, in sede europea si sarà trovato un accordo e con un certo trionfalismo tutti, da Tsipras alla Merkel, avranno dichiarato che il “caso Grecia è finalmente chiuso” e che l’euro e l’Europa sono salvi”. Balle. I processi che hanno messo a nudo sia la fragilità strutturale dell’economia greca e la sua sostanziale estraneità all’eurosistema, sia le insormontabili contraddizioni su cui poggia la costruzione dell’Europa unificata solo dalla moneta comune, sono andati così avanti, che non ci può essere accordo che tenga: la crisi europea è ormai, a tutti gli effetti, irreversibile. E l’unico modo per tentare di uscirne è prenderne atto senza infingimenti. Per questo, rispetto alle intese che in queste ultime ore si sono fatte probabili, nutriamo – oltre ad un minimo di scetticismo sulla loro effettiva sigla (è il minimo, dopo quanto è successo fin qui e vista la debolezza di Tsipras dentro il suo partito) – un doppio sentimento negativo. Dubitiamo che si possa trattare di un patto serio e duraturo, utile tanto alla Grecia quanto alla Ue, ma soprattutto siamo preoccupati che il papocchio finisca, ancora una volta, con l’allontanare la presa di coscienza della portata strutturale della crisi dell’eurosistema e la conseguente catarsi che quella consapevolezza può beneficamente provocare.

Partiamo dalla Grecia. Essa è già sostanzialmente fuori dall’euro. Le sue banche sono chiuse, la sua economia – incapace di produrre un centesimo di esportazioni e dunque out in questa fase storica – è ferma, e nel momento in cui gli sportelli bancari saranno riaperti i greci correranno a ritirare tutti i loro depositi in euro comunque, anche se la Bce dovesse immettere liquidità a seguito dell’eventuale accordo in sede Ue. Evitarle la Grexit e darle una boccata d’ossigeno non risolverà alcuno dei suoi problemi – nel novero dei quali il debito non è il più grave – ed è davvero difficile credere che un governo che ha privilegiato la ricerca del consenso attraverso la convocazione di un referendum anziché avere il coraggio di andare fino in fondo nel negoziato che stava facendo, abbia la forza e sia dotato della coerenza necessarie per rispettare gli impegni riformatori che avrà sottoscritto in caso di accordo con i partner europei. Questo non significa che sarebbe meglio che Atene fosse sbattuta fuori dall’euroclub: certo non per il suo futuro, che sarebbe nero in caso di ritorno alla sola dimensione domestica. Ma pure per l’Europa lasciare a se stessa la Grecia sarebbe un danno: non economicamente, perché irrilevante, ma per ragioni d’interesse geopolitico. Le stesse che stanno a cuore anche a Obama. Tuttavia, non si può più continuare a ignorare le ragioni che hanno portato la Grecia a questo punto – che non vengono affatto meno se si critica, com’è giusto fare, la ricetta ottusamente rigorista imposta dalla troika – e che richiedono risposte che finora lo schema “buoni-cattivi” con tanto di opposte tifoserie fin qui praticato non ha consentito neppure di immaginare. Il problema è che la vera ricetta sarebbe l’effettiva integrazione greca dentro il modello economico europeo. Peccato che qui caschi l’asino, perché l’Europa della moneta è fallita proprio per effetto del “caso Grecia”.

Finora si sono scontrate due opposte correnti di pensiero: una, espressa dai paesi nordeuropei, sostiene che se salviamo la Grecia alle condizioni che i greci vorrebbero, facciamo saltare l’euro, perché nessuno accetterà di pagare agli altri quel che a casa propria non può avere; l’altra, manifestata dai greci e da uno strano aggregato che mischia le sinistre e le destre più radicali, gli antieuropeisti e l’intellighentia liberal-chic, dice che se non la salviamo facciamo saltare l’euro perché si cancella ogni meccanismo di solidarietà europea e si mina il dogma dell’irreversibilità della moneta unica. Peccato che siano entrambe sbagliate. Per la semplice ragione che l’eurosistema è già fallito, e proprio a causa del fatto che le cose si sono spinte fino al punto di far scontrare due opposti che postulano entrambi la fine della moneta europea.

In realtà, la crisi greco-europea altro non è che la cartina di tornasole della tara genetica dell’euro, quella di essere nata prima che si formasse uno stato – cosa mai successa nella storia dell’uomo – e senza che si creasse neppure dopo. È dai tempi di Maastricht che andiamo ripetendo che l’euro non avrebbe retto a lungo se quella monetaria fosse rimasta l’unica sovranità sottratta ai singoli stati, ed è dal suo inizio, otto anni fa, che lanciamo avvertimenti circa il fatto che la crisi finanziaria mondiale avrebbe disvelato la debolezza strutturale del progetto europeo fino a farlo saltare. Adesso quel momento è arrivato. Perché quando si scontrano due interessi democraticamente espressi e di eguale legittimità senza ci sia il luogo e gli strumenti per poterli mediare e ricondurre a interesse generale, non c’è più nulla nessuno – neppure la Bce di Draghi che pure fin qui ha svolto una fondamentale azione di surroga – che possa salvare ciò che si è messo a fattor comune. Perché vedete, è perfettamente legittimo che la Grecia si scelga il governo che crede e non sta scritto da nessuna parte che ci possa essere qualcuno che gli impone scelte non volute. Ma nello stesso tempo, è altrettanto legittimo che altri paesi non vogliano far pagare ai propri cittadini i costi che i greci scaricano sulla comunità di tutti coloro che usano la stessa moneta. Sono interessi nazionali che la crisi ha reso contrapposti e incompatibili. E che potrebbero diventare conciliabili solo se esistesse un governo federale democraticamente legittimato a decidere per tutti. Insomma, gli Stati Uniti d’Europa. La cui mancanza ci siamo potuti permettere di far finta di non percepire quando le cose andavano bene, ma che ora diventa criminoso continuare ad ignorare.

Per questo siamo – dolorosamente – perché la crisi greco-europea scoppi fino in fondo. Il nostro non è cinismo, bensì sano realismo: l’unica possibilità di salvare l’Europa da un’irreversibile declino è che il processo d’integrazione tra i paesi dell’euro vada fino in fondo, perché un ritorno alle monete e alle dimensioni nazionali nell’economia globalizzata sarebbe una catastrofe; e l’unica possibilità di toglierci da in mezzo al guado è usare questa crisi per rendercene conto tutti, e attraverso l’acquisita consapevolezza trovare la forza, il coraggio e creatività necessari. Costi quel che costi.

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