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L'editoriale di TerzaRepubblica

La Grecia e noi

COSA RENZI PUÒ FARE (E FINORA NON HA FATTO) IN QUEL CONCORSO DI COLPE CHE È LA CRISI EURO-GRECA

04 luglio 2015

Matteo Renzi è, notoriamente, un uomo fortunato. La questione greco-europea, infatti, non solo è lungi dall’avergli procurato problemi – almeno finora – ma gli fa pure maledettamente comodo. Da un lato, infatti, distrae l’opinione pubblica dalle questioni interne, che certo negli ultimi tempi non girano a favore del presidente del Consiglio, e dall’altro consente di stemperare gli irrisolti problemi italiani nella cornice di un disfacimento euro-continentale talmente clamoroso da rendere marginale tutto il resto. Inoltre, molti analisti, e noi con loro, ritengono che in caso di default e uscita dall’euro della Grecia, il conseguente rischio di contagio al resto dell’Eurozona, Italia in testa, sia relativamente contenuto, e comunque non paragonabile a quello corso nel 2011. Certo, nessuno ci potrà risparmiare una fase di risk-off sui mercati, ma la Bce ha tutti gli strumenti, oltre che la ferma volontà, per stroncare sul nascere la speculazione. Sempre che, naturalmente, la fine dell’irreversibilità della moneta unica non disarticoli così tanto l’eurosistema da farlo saltare, perché in quel caso i primi a restare sotto le macerie saremmo noi. In fondo, persino i maggiori costi del debito da rialzo dello spread, pur essendo ovviamente un aggravio di cui il Tesoro farebbe volentieri a meno, potrebbero tornar utili a Renzi, consentendogli di giustificare all’opinione pubblica o una manovra sanguinosa o il dover subire lo scatto delle clausole di salvaguardia (come l’aumento dell’Iva) dando la colpa alla speculazione cattiva (che poi questa narrazione convinca gli italiani è altra questione).

Ma, come sempre nella vita, contare solo sulla buona stella può rivelarsi assai rischioso. Per cui sarebbe utile per lui, e per noi, che Renzi riflettesse su alcune questioni. La prima, e più importante, è relativa al ruolo che l’Italia si è ritagliata nel dipanarsi della crisi greca: nessuno. Si dirà: la partita si è giocata tutta lungo l’asse Berlino-Francoforte-Atene. Vero. Ma noi, pur essendo uno dei maggiori creditori di Atene (36 miliardi), siamo rimasti a guardare, mentre gli altri, Francia in testa, almeno sono stati coinvolti nei tavoli ristretti sulla crisi e hanno partecipato alle consultazioni tra leader, compresa quelle sollecitate da Obama, che ha persino chiamato Cameron, che pure con questa partita c’entra poco o nulla. Eppure lo spazio per una mediazione c’era (c’è?), e avremmo dovuto occuparlo. Magari avendo l’umiltà di andare da Draghi a chiedere consiglio, anziché raccontare (intervista al Sole 24 Ore) che l’Italia è fuori dalla linea di fuoco dei rischi di un eventuale default greco perché “abbiamo iniziato un percorso coraggioso di riforme strutturali, l’economia sta tornando alla crescita e l’ombrello della Bce ci mette al riparo” (solo l’ultima delle tre affermazioni è vera). Certo, il precedente della questione immigrazione – con il governo che prima (a casa) annuncia che detterà le regole d’ingaggio europee in materia di accoglienza e di redistribuzione dei profughi, e poi (in Europa) incassa senza colpo ferire il “vaffa” dei partners Ue – non faceva sperare più di tanto, ma veder andare in scena il film di Renzi che si fa fotografare mentre abbraccia Tzipras e nello stesso tempo lascia trapelare l’appoggio sostanziale ai tedeschi, fa male al nostro orgoglio nazionale. Dunque, Renzi smetta di essere lupo nelle scaramucce domestiche e pecora nei teatri internazionali. Anche perché in Europa si è aperta una fase in cui occorre decidere da che parte stare: o facciamo come gli spagnoli, che si sono aggregati ai paesi del nord nel fare squadra con la Germania, lucrando tutti i vantaggi che ne derivano e tenendo di fatto aperte le porte a Putin (come fa la Merkel), o abbiamo la forza di creare un’opposizione reale (non a chiacchiere) allo strapotere tedesco e diventiamo il perno di un’Europa non germanocentrica che approfitta della posizione americana per diventare il punto di riferimento atlantico nell’eurozona. O, come preferiremmo noi, ci candidiamo a recitare un ruolo di mediazione e cerniera, partendo dal presupposto che nella vicenda euro-greca esiste un clamoroso “concorso di colpe” – che somma, da un lato le responsabilità storiche dell’incompiuta europea (solo la moneta senza la preventiva creazione dello Stato federale europeo) e quelle di una politica economica ottusamente rigorista, e dall’altro i peccati capitali di una classe dirigente greca ignorante e truffaldina – per cui una posizione terza tra Schäuble eTsipras non solo è possibile, ma anche auspicabile. Certo, per farlo occorrono idee e credibilità. Alle prime si può sempre attingere, e qui ne forniamo volentieri una noi, mentre la seconda o ce l’hai o nessuno te la può fornire. Ma si può sempre cercare di costruirsela, pazientemente. Per esempio, mettendo tutti intorno ad un tavolo a ragionare sul seguente schema di lavoro: se si obbliga la Grecia a dichiararsi insolvente, non è detto che sia automatica e inevitabile la sua uscita dall’euro, perché non sta scritto da nessuna parte che il default di un paese e la sua partecipazione alla moneta unica siano incompatibili. Partiamo dal presupposto che le due tesi che si stanno scontrando in questo momento rispondono a questa domanda: ci costa di più non far pagare alla Grecia il prezzo dei suoi errori, con il rischio che anche altri paesi si sentano legittimati a fare nuovo deficit e debito (falchi), o viceversa ci costa maggiormente la pressione speculativa che i mercati sicuramente innescherebbero avendo l’uscita di Atene dall’euroclub sancito che l’euro non è più una scelta irrevocabile (colombe)? Ecco, noi dovremmo proporre di rispondere a questo quesito suggerendo un punto di compromesso che da un lato soddisfi il principio di responsabilità cui (giustamente) tiene la Germania, secondo cui quel principio non può operare all’interno dell’euroclub finché l’unione monetaria non mostri di saper “digerire” il default di uno dei suoi membri, e dall’altro eviti di offrire ai mercati l’estro per dissotterrare l’ascia di guerra che nel 2011 portò gli spread ai massimi. E si tratterebbe di un accomodamento che tutto sommato potrebbe andarci bene, perché se è vero che il default ci penalizza in quanto creditori (diretti e come terzo contributore dei fondi europei che hanno in pancia il 60% dei 330 miliardi di debito greco), è altrettanto vero che il primo paese che entrerebbe nel mirino della speculazione se i mercati registrassero la reversibilità dell’euro sarebbe proprio il nostro, con molto più danno.

Certo, questa proposta era da farsi nelle settimane scorse, prima che il duo Tsipras-Varoufakis s’inventasse quella trappola (prima di tutto per i greci) che è il referendum. Ma dopo che si saranno contati i SI e i NO – anche se la nostra speranza è che prevalgano gli astenuti (bisogna che siano oltre il 60% essendoci la soglia di validità del 40%) – ci sarà comunque da ricucire la tela strappata. E quello può essere il momento. A patto di esserne consapevoli e di sapere che non bastano 140 caratteri per sistemare le cose.

 

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