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L'editoriale di TerzaRepubblica

Il futuro del governo si gioca tutto sulla crescita

UNA SVOLTA RADICALE NELLA POLITICA ECONOMICA O IL PAESE NON TIENE (E IL GOVERNO NEPPURE)

 

27 giugno 2015

Giuliano Ferrara, non dimentico della sua mai esaurita vena leninista che lo porta a schiacciare la realtà dentro schemi predefiniti come seni in un corsetto stretto, sostiene che Matteo Renzi è oggetto di una “caccia all’uomo” che vede unite la destra e la sinistra tradizionali, cui si aggiunge la forte e variegata corrente dell’antipolitica. Facendogli torto lo paragona a Berlusconi, e facendo torto a Craxi lo equipara al leader socialista, tutti accomunati nella triste sorte di essere dei rottamatori di schemi politici consolidati e per questo odiati dall’establishment mediatico-giudiziario, dalla casta dei mandarini di Stato e dal “culturame”. È possibile, anzi probabile, che le cose stiano in questo modo, ma mettendola in maniera così schematica, restano fuori dalla fotografia della realtà coloro, come noi, che non hanno alcun motivo di lagnanza, anzi, per quella che Ferrara definisce l’innovazione radicale di cui sarebbe propugnatore il Royal Baby, come vezzeggiativamente lo chiama lui, e tuttavia misurano – senza per questo esser “gufi” – la distanza che separa le intenzioni del presidente del Consiglio dalle concrete realizzazioni.

Dunque, non essendoci a suo tempo iscritti al partito anti-berlusconiano pur non essendo berlusconiani, tantomeno consentiamo a chicchessia di piazzarci d’imperio tra le fila anti-renziane per il solo fatto che non lo riteniamo affatto rivoluzionario come piace pensare a Ferrara che sia, e che ci permettiamo, settimana dopo settimana, di sottoporlo alla nostra critica costruttiva. Anche perché lo stesso Ferrara scrive che “se non riprende l’economia, l’esperimento Renzi è a forte rischio”. Ed è – scripta manent – quello che sosteniamo noi da molto tempo, prima ancora che il 41% toccato alle europee obnubilasse la vista a Renzi. Solo che noi abbiamo sempre aggiunto: l’economia non riprende per opera dello spirito santo, e mai come in quest’ultimo anno i fattori esterni a noi (petrolio, cambio, tassi, liquidità) sono stati così positivi. Dunque la svolta – perché di questo si tratta – non può che venire dalle scelte di politica economica che facciamo. Non ce la regala nessuno, e a nessuno possiamo dare la colpa – come invece si tenta di fare – se non siamo capaci di costruirla. E lo scarico di responsabilità verso terzi, attenzione, non è la sola litania anti-Merkel (ci sono ragioni, ma si sciolgono come neve al sole alla prova credibilità di chi le agita) o, peggio, le urla belluine di Salvini e soci sull’Europa cattiva. No, ci sono anche quelle, più subdole, di chi – come il successore di Ferrara alla direzione del Foglio – evoca l’immigrazione, la scuola e il caso Marino per dire che è lì che il motore del governo batte in testa. Sì, certo, tutto fa, ma è solo ed esclusivamente sull’economia che il Paese può svoltare, e con essi Renzi e il suo esecutivo. Lo abbiamo detto a caldo commentando la batosta delle regionali, lo ridiciamo oggi con più cognizione di causa: mentre l’Europa si accinge a colmare il buco di ricchezza prodotto dalla recessione, noi che quell’orefizio l’abbiamo avuto molto più grande, a questo ritmo di crescita (lo zero virgola) ci metteremo 10 anni a colmare il gap. Non ce lo possiamo permettere, perché questo significherebbe uscire dal gruppo di testa delle potenze economiche mondiali e ridimensionare per generazioni le nostre aspettative di vita materiale e sociale. Dal declino, che è in atto da due decenni e che la recessione ha accelerato, alla decadenza strutturale. E il tempo che abbiamo per invertire la rotta e imprimere la svolta è poco, e sta tutto nell’arco temporale del cosiddetto “esperimento Renzi”.

Per questo torniamo a suggerire un “piano Marshall”. Vediamo che anche altri – persino il Foglio trombettiere – dicono che bisogna “fare qualcosa”, e per lo più indicano in un drastico taglio fiscale l’idea che ci vuole. Messa così è un po’ semplicistica, ma capiamo che la stagione delle politiche sofisticate è finita da tempo. E dunque okay, quello che ci vuole è una riduzione secca del prelievo fiscale, sulle imprese e sulle persone fisiche. Quaranta miliardi di manovra suggerisce Giorgio La Malfa, e tutti a carico del deficit corrente perché tagliare la spesa è difficile e richiede tempo e ha effetti recessivi. Anche qui: bisognava partire prima e non tutti i tagli sono punitivi della crescita, anzi. Ma va bene, siamo pragmatici. L’unica cosa, però, sulla quale non siamo d’accordo è fare questa operazione fregandosene dell’Europa, o addirittura contestandone le regole. Non perché siano giuste (anzi) o vadano accettate per forza, ma perché, altrettanto pragmaticamente, occorre avere tanta credibilità per sostenere una battaglia di trasformazione dell’incompiuta europea, e non ne abbiano affatto.

Allora, si vada pure in sede Ue a dire che tra taglio fiscale e nuova legge di stabilità (Pesole sul Sole calcola una manovra lorda di 20 miliardi, e di solito non sbaglia) portiamo il rapporto deficit-pil ben oltre il 5%. Ma non gettando il guanto di sfida, bensì proponendo un baratto: più deficit, meno debito. Come? Con un’operazione finanziaria sul patrimonio pubblico, organizzabile in sei mesi. I nostri lettori sanno di cosa stiamo parlando, perché sono anni che battiamo questo tasto. Questo sì che sarebbe un vero cambio di paradigma. Forse non ha il fascino degli inutili 80 euro e si presta poco alla narrazione, ma consentirebbe a Renzi di marcare un punto vero, e di uscire dalla morta gora in cui il governo sembra essere finito dopo il flop elettorale ultimo. O Renzi ha la forza e la lungimiranza di fare questo salto di corsia, oppure la sua corsa rischia di finire ben presto, azzoppato come sarebbe, e come i parte è già, dalla sfiducia e dalla rabbia che crescono nel Paese e che danno spago ai tanti gattopardi che vogliono cambiare tutto per non cambiare niente.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario