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L'editoriale di TerzaRepubblica

Vince la sfiducia

VINCE IL PARTITO DELLA SFIDUCIA, PERDONO BERLUSCONI E RENZI. E ORA? INSTABILITÀ E (FORSE) ELEZIONI ANTICIPATE

06 giugno 2015

Dopo aver scritto sabato scorso, prima del voto, quali sarebbero state le corrette chiavi di lettura da usare per esaminare il risultato delle elezioni regionali e le sue ripercussioni politiche, eccoci ora pronti ad applicarle. Partendo dalle conclusioni: le elezioni le ha vinte il “partito della sfiducia” e le hanno perse Renzi e Berlusconi, a causa del frettoloso abbandono del “patto del Nazareno”; la conseguenza sarà un loro progressivo indebolimento che porterà, presumibilmente, alla frantumazione delle attuali forze politiche e alla nascita (o riaggregazione) di nuove. Con una alta probabilità che il tutto sfoci in elezioni anticipate nella prossima primavera. Vediamo in dettaglio.

1) se fate la somma tra l’astensione e il voto dato ai due partiti “anti-sistema”, il movimento 5stelle e la Lega, si arriva a circa il 65% degli aventi diritto, di gran lunga il partito che esprime la maggioranza assoluta degli italiani. Certo, una quota di astensionismo è fisiologica, e il non voto “consapevole” non può essere mischiato con il voto di protesta dato ai grillini o a Salvini – della serie non tutti gli sfiduciati sono incazzati allo stesso modo – e dunque la somma che abbiamo fatto è per molti versi arbitraria. Tuttavia, la dice lunga sul fatto che, pur prendendo forme diverse, il clima di pessimismo che si respira nel Paese dall’inizio della grande crisi (2008) non solo non è cambiato, ma si è addirittura aggravato. E non crediamo, caro Renzi, che siano tutti “gufi” menagramo.

2) il Pd, l’anno scorso alle europee, aveva ottenuto il 40,8%, un risultato strepitoso, conseguito soprattutto a scapito del centro e del centro-destra e soprattutto al Nord, voto su cui Renzi aveva costruito la sua legittimità politica (dopo il blitz anti-Letta) e basato il suo futuro. Ora – secondo l’analisi, sempre accurata, dell’Istituto Cattaneo di Bologna – il Pd è sceso al 25,2% perdendo in assoluto circa due milioni di voti, nonostante che tre delle sette regioni in cui si è votato siano storicamente “rosse” (Toscana, Umbria e Marche). Quindici punti percentuali in meno, un livello persino inferiore, seppur di poco, a quel 25,9% che la Ditta di Bersani prese alle regionali del 2010 e che Renzi ha sempre indicato come il risultato inevitabilmente modesto di un partito perdente per indole. Non che quel giudizio fosse sbagliato, anzi, ma proprio per questo ora è inevitabile dire la stessa cosa del Pd di Renzi. Il quale perde a sinistra (prevalentemente a favore dell’astensione) e conferma solo marginalmente il voto moderato che aveva conquistato dando l’impressione di essere un riformista deciso a chiudere per sempre con la storia comunista e pansindacalista del suo partito. Ora, è vero che governare a lungo andare logora e che nel Pd c’è chi ha marciato contro – occhio, però, perché chi semina vento raccoglie tempesta, da che mondo è mondo – ma una botta simile non può essere sottovalutata né tantomeno nascosta (come invece si è cercato puerilmente di fare).

3) Forza Italia scende al 10% ma soprattutto cede il passo alla Lega, sia a quella in versione lepenista di Salvini sia a quella moderata di Zaia e Tosi pur concorrenti tra loro (ma se quei voti si sommano, il centro destra a trazione leghista moderata vale quasi tre volte il Pd di Renzi, che solo un anno fa aveva “conquistato il Veneto”). Questo significa che Berlusconi ha ulteriormente perso centralità sulla scena politica e non potrà recitare altro ruolo che quello del comprimario o, al massimo, del padre nobile (si fa per dire) di un aggregazione di centro-destra di cui non si vedono i contorni, anche perché è tutto da verificare se a Salvini convenga attenuare le sue tinte forti per tentare un improbabile scalata a palazzo Chigi o non piuttosto accentuarle per intercettare quanta più rabbia degli italiani possibile (e in giro ce n’è davvero tanta) ritagliandosi il ruolo a lui più confacente di capo di un’opposizione urlante e irriducibile.

4) le sconfitte di Renzi e Berlusconi hanno ragioni differenti, ma è evidente che ne abbiano una comune: l’abbandono del “patto” che li legava e che rendeva la loro alleanza, pur costruita solo su basi di potere, rassicurante per molti, probabilmente per la maggioranza degli italiani. Infatti, agli occhi degli elettori centristi il “patto del Nazareno” dava la certezza che il Pd fosse votabile nonostante le ascendenze, mentre a quelli più a destra restii a farlo ma convinti che a Renzi non ci fossero alternative, il governo ombra dava la certezza che quello al Cavaliere non fosse un voto sprecato. Dopo la rottura avvenuta sul Quirinale – per ingenuità di Berlusconi e per arroganza di Renzi – questo meccanismo di reciproca legittimazione è andato a farsi benedire, ed entrambi hanno pagato un prezzo elettorale altissimo. E non facilmente riassorbibile. Anche perché entrambi appaiono sempre meno quegli argini ai diversi populismi che si erano proposti di essere.

5) il governo ne esce indebolito nella misura in cui le tensioni dentro i partiti, a cominciare da quelle addirittura clamorose (vedi Bindi-De Luca) che dilaniano il Pd, saranno distraenti e condizionanti. In parlamento, e in particolare al Senato, ci potrebbero essere sorprese su alcune riforme, da quella della scuola a quella costituzionale. Mentre il processo di sfaldamento di Forza Italia da un lato e, dall’altro, la sempre più difficile possibilità di normalizzare il Pd – con i veleni campani destinati ad aumentare più che ad essere riassorbiti – rappresentano altrettante spinte centrifughe che renderanno progressivamente sempre più instabile la politica, peraltro sottoposta a nuovi logoramenti di natura giudiziaria. Il risultato sarà un crescente bisogno di elezioni anticipate, che lo stesso Renzi avrebbe dovuto perseguire già da tempo (ci ha pensato molto, ma gli è mancata, strano a dirsi per uno come lui, la necessaria determinazione) e che ora potrebbero tornargli utili. Ma di questo avremo modo di tornare a parlare nelle prossime settimane.

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