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L'editoriale di TerzaRepubblica

La ripresa tra Draghi e Renzi

I MIRACOLI DI DRAGHI NON BASTANO PER INNESCARE LA VERA RIPRESA È RENZI CHE DEVE FARE IL PRODIGIO

14 marzo 2015

Adesso viene il difficile. Per “colpa” di Draghi. E già, perché con lo spread sotto quota 90 tornato ai livelli pre 2008, con l’euro ormai alla pari con il dollaro e con la liquidità in circolazione in dosi americane tanto che il credit crunch sembra roba di un secolo fa, ora non ci sono più alibi. Se nonostante la cura straordinaria imposta da Draghi all’Europa debilitata dalla lunga recessione e infettata dalla deflazione, cui si aggiunge la fortuna di una bolletta energetica scontata per via del crollo del prezzo del petrolio, la nostra economia non dovesse spiccare il volo – che è qualcosa di ben diverso dallo smettere di arretrare – magari proprio mentre altri membri dell’euroclub dovessero invece cambiare marcia, allora significherebbe che la colpa della crisi non sta a Berlino o a Bruxelles, come in questi anni è stato comodo far credere, ma è la politica nazionale a mancare all’appello. Già proprio quella politica che torna a perdersi dietro a Berlusconi, a cosa farà Verdini, a chissà se Fitto rompe, a Salvini contro Tosi e Bersani contro Renzi che però dialoga con i penstellati, a vuoi vedere che Landini fa sul serio. Quella della Seconda Repubblica bis – blasfemo chi la chiama Terza – che sarà inesorabilmente spazzata via se il vento della ripresa dovesse soffiare solo a forza “zero virgola”, come purtroppo tutte le previsioni ipotizzano. E chi ha mai visto una congiuntura che offre contemporaneamente tassi bassi, cambio favorevole, energia a buon mercato, leva monetaria azionata verso l’espansione e banche strapiene di liquidità? Condizioni simili non si sono mai verificate, neppure negli anni antecedenti alla Grande Crisi. Persino Keynes avrebbe poco da aggiungere. Eppure, i segnali di ripresa – che pure ci sono, per carità – non appaiono neppure lontanamente paragonabili all’intensità dei macroeconomics. Tanto che a gennaio la produzione industriale è calata sia su base mensile (-0,7%) che annuale (-2,2%).

La verità è che l’intervento straordinario della Bce e la fiducia che Draghi si sforza di avere per valorizzare le sue scelte coraggiose, non bastano. E non per loro colpa. D’altra parte il presidente della banca centrale l’ha sempre detto: dopo il quantitative easing, la palla passa ai governi, la Bce più di così non può fare (anzi, aggiungiamo noi, è già un miracolo che sia riuscita a spingersi fin qui). E nel caso italiano, cosa dovrebbe fare il governo oltre a quello che ha già fatto? Rimettere in moto gli investimenti e, di conseguenza i consumi. Come? Con un taglio netto del carico fiscale per stimolare gli investimenti privati e con un piano di investimenti pubblici coerenti con un disegno di politica industriale teso a rinnovare il parco produttivo manifatturiero – che fin qui ha colto la sfida della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica solo per quella parte, ahinoi minoritaria, che ha saputo internazionalizzarsi – e a cambiare radicalmente la struttura dei servizi. Già, peccato che una tale politica, per essere efficace, costi molte decine di miliardi (oltre ad una certa quantità di neuroni capaci di attivare pensiero strategico). Si può fare con i vincoli europei cogenti? Sì, se decidiamo di proporre all’Europa un patto per lo sviluppo in cui da un lato si chiede flessibilità sul deficit corrente, e dall’altro gli si offrono due compensazioni di non poco conto come una dialisi della spesa (giù quella corrente, su quella in conto capitale) e un taglio una tantum del debito (tale da portarlo sotto il 100% del pil) usando il patrimonio pubblico. Una politica impastata di coraggio e lungimiranza, dove si ridimensiona lo Stato onnivoro che mangia ricchezza e produce debito ma senza per questo cadere nella suggestione liberista dello Stato minimo e del mercato immanente, perché si chiede a quello stesso Stato dimagrito e modernizzato di aiutare il capitalismo a fare sviluppo e occupazione. Insomma, quella politica che ci manca da più di due decenni.

Si può osare di riporre qualche speranza in questa direzione? Se si guarda ciò che la cronaca politica offre ai nostri occhi, no. Per caratteristiche genetiche, Renzi è l’uomo giusto per smontare il vecchio. Non ci ha ancora convinto di esserlo per montare il nuovo, pur nella clamorosa (e pericolosa) mancanza di alternative. Le riforme istituzionali che ha proposto, nel migliore dei casi sono fragili, nel peggiore sbagliate. Le scelte economiche accoppiano un sano vitalismo ad una concezione un po’ retrò, quasi fanfaniana (qualche analista ha scomodato La Pira, ma manca l’afflato solidaristico per reggere l’accostamento) che non aiuta a incamminarsi sulla via della modernizzazione. Per di più, il quadro intorno a lui si colora di scuro. Non tanto per i problemi interni al Pd e per la crisi violenta che lacera Forza Italia – fattori che pure spingono Renzi al bivio tra elezioni fatte con il proporzionale e dunque non vincibili, e il proseguimento della legislatura con crescenti difficoltà e una probabile erosione del consenso popolare – quanto per il mutato contesto europeo. Perché la Bce che compra debito pubblico dei singoli paesi, attraverso il QE, prefigura vincoli inediti. Che o si è in grado di rispettare o si è out.

Urge, dunque, un’analisi meno da retrobottega del quadro nel quale ci muoviamo. E la capacità, questa volta non solo mediatica, di riproporre al Paese una nuova strategia di governo (una nuova narrazione, direbbe qualcuno che non siamo noi). Lo spazio per un vero colpo di reni, che spiazzi tutti, c’è. E Renzi, piaccia o non piaccia, è l’unico che potrebbe produrlo. Ma deve convincersene. E deve mettersi a studiare seriamente, se vuole evitare il vitalismo fine a se stesso. Altrimenti sarà peggio per lui. E per tutti noi.

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