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L'editoriale di TerzaRepubblica

La guerra delle due torri

MEDIASET-RAI, ECCO COME L’OPERAZIONE DELLE RETI PUÒ DIVENTARE PER L’ITALIA UN’OCCASIONE O UNA SCIAGURA

28 febbraio 2015

I lettori di TerzaRepubblica sanno bene che in questo spazio è abolita la dietrologia, mentre, viceversa, è obbligatoria l’analisi fuori dagli schemi e priva di pregiudizi ideologici. Questa premessa si rende necessaria visto che vogliamo affrontare il tema della parabola politica e imprenditoriale di Silvio Berlusconi alla luce della opas lanciata da Mediaset attraverso la controllata Ei Towers su Rai Way, operazione di Borsa che incrocia il governo, azionista della Rai, e i rapporti tra il presidente del Consiglio Renzi e il capo della (presunta) opposizione Berlusconi.

Ora, noi non sappiamo se davvero il cosiddetto patto del Nazareno sia saltato per via dell’elezione di Mattarella al Quirinale, o se invece sia vivo. Così come non sappiamo, nel primo caso, se possa eventualmente rinascere o appartenga definitivamente al passato, e neppure, nel secondo caso, se sia sempre rimasto vivo e vegeto, alla faccia di chi ne ha cantato il de profundis, o se sia resuscitato in fretta dopo la parentesi quirinalizia. Propendiamo per l’ipotesi che il rapporto Renzi-Berlusconi si sia logorato ma non spezzato, e siamo convinti che proprio la vicenda dei ripetitori televisivi porterà maggiore chiarezza sulla domanda che toglie il sonno alla stampa italiana (ma non agli italiani). Ma andiamo a naso, fidandoci di un po’ d’istinto e di lunga esperienza. Di due cose, però, siamo sicuri: quel patto o serve alla riconciliazione nazionale dopo due decenni di guerra politico-economico-giudiziaria oppure è solo un accordo di potere privato che riguarda l’esclusivo interesse dei contraenti; senza quel patto (nella sua prima versione) si va dritti alle elezioni. Così come siamo convinti che dal novembre 2011 in poi Berlusconi sia tornato quello del 1993, quando progettò la famosa “discesa in campo” non per puntare a palazzo Chigi (non ci pensava nemmeno) ma per difendere i suoi interessi in modo diverso da quello che aveva usato fino allo scoppio di Tangentopoli, cosa resa necessaria dalla falcidie giudiziaria degli interlocutori (Craxi, ma non solo) che fino a quel momento erano stati il suo baluardo. “Ci facciamo un drappello di parlamentari”, aveva detto ai suoi fedelissimi preoccupati sia di rimanere “scoperti” sia che il suo discendere in politica potesse portare più guai che vantaggi. Poi le cose sono andate diversamente: Berlusconi ha inaspettatamente vinto le elezioni del 1994 e si è trasformato, credendo davvero di essere non solo un leader ma anche uno statista. Come le cose siano andate lo sappiamo, quale danno abbia procurato al Paese il bipolarismo imperniato sulla contrapposizione militare tra un uomo-partito privo di cultura di governo e di personale politico, da un lato, e un’armata brancaleone di forze tenute insieme solo dal collante dell’antiberlusconismo, dall’altro, è sotto gli occhi di tutti. Per questo noi, non avendo parteggiato ne per l’uno ne per l’altro fronte, abbiamo applaudito quando con Monti, Letta e Renzi – pur con risultati modesti e comunque impari rispetto alla necessità – si è interrotta la stagione maledetta della Seconda Repubblica e si aperta una fase di transizione che è sperabile porti verso una democrazia più moderna e matura.

In questo quadro è del tutto evidente che Berlusconi è tornato a vestire esclusivamente i panni dell’uomo d’affari e il berlusconismo si è mestamente avviato ad essere consegnato alla storia. E ora l’opas di Mediaset lo certifica. Dopo anni di piatta gestione dell’esistente – cioè di un business maturo, reso remunerativo (sempre meno) dalla possibilità (politica) di neutralizzare la capacità di raccolta pubblicitaria del “concorrente” Rai, altrimenti potenzialmente molto maggiore – il gruppo televisivo del Cavaliere si è finalmente mosso. E, saggiamente, ha deciso di farlo sul terreno di quelle infrastrutture di trasmissione che non solo possono godere di buone economie di scala se aggregate – le “torri” Mediaset unite a quelle Rai – ma che potrebbero moltiplicare il loro valore se fossero integrate con quelle delle telecomunicazioni.

Non sappiamo come sia maturata l’operazione. Ma crediamo di non andare lontano dal vero se immaginiamo che della fusione Ei Towers-Rai Way si sia parlato nei dialoghi nazareni, direttamente e/o tramite gli emissari, già mesi fa, prima che si manifestasse la lacerazione grave ma non mortale) del successore di Napolitano. Che, come abbiamo spiegato, non è un nome di Renzi ma su cui il presidente del Consiglio ha ritenuto di “mettere il cappello sopra” per evitare guai peggiori. Ora, forse, i tempi del lancio dell’offerta borsistica non sono stati propriamente concordati, ma quand’anche questa fosse un ritorsione post-quirinalizia, la cosa non avrebbe particolare rilevanza. E non mette conto neppure di affrontare la tematica – che invece è stata ampiamente dragata dalla stampa – circa l’esistenza o meno del vincolo del 51% e della sua legittimità. In tutti i casi, la Rai deve farsi dire dal suo azionista, il governo, se deve aderire o meno all’offerta. Che decisione prenderà Renzi (tendiamo ad escludere che altri del governo potranno metterci becco)? Difficile sostenere che l’opas sia incongrua, visto che il prezzo si basa su una valutazione di oltre il 50% maggiore del valore di collocamento di Rai Way in Borsa soltanto pochi mesi fa, e che porterebbe alla Rai una cifra tale da sistemare i suoi debiti e rimetterla all’onor del mondo. Dunque, sceglierà di dire di no solo perché l’offerta viene da Berlusconi? Ma, viceversa, è sensato che quella infrastruttura sia messa nelle mani di un operatore tv (chiunque esso sia)?

Non sappiamo se e come a suo tempo Renzi e Berlusconi si fossero accordati, né se ora abbiano uno straccio d’intesa che eviti al primo di rispondere con un sì o con un no (in entrambi i casi sarebbe imbarazzante) e al secondo di doversi sentire dire “no grazie”. Sappiamo però cosa sia meglio per l’Italia. Crediamo, in buona sostanza, che Ei Towers-Rai Way s’abbia da fare, ma non per metterla nelle mani di Mediaset, e tantomeno della Rai (che tra l’altro non avrebbe i soldi per fare una contro-opa). No, qui c’è da fare lo scorporo delle reti dai contenuti televisivi per mettere le prime (non solo quelle del duopolio, ma anche le altre minori) in una nuova società, una public company dove lo Stato potrebbe avere una quota di minoranza attraverso Cdp e detenere la golden share. Sulla falsariga di quello che Terna è stata nel campo dell’energia elettrica. Una società che sarebbe già quotata (sia Ei Towers che Rai Way già lo sono) e pronta, poi, a intercettare la necessità di mettere ordine, secondo una logica di sistema-paese, nel campo delle telecomunicazioni. E realizzare così la convergenza tecnologica di tv-telefonia-internet, prima sul terreno delle infrastrutture e poi su quello dei contenuti, e contribuire con la banda larga a recuperare l’ormai intollerabile digital divide di cui l’Italia soffre.

Questo disegno – che per sua natura incrocia business e politica, occorre dirlo senza infingimenti – richiede però lungimiranza strategica, misura, fermezza, capacità di rifuggire dal populismo. Tanto a palazzo Chigi quanto dalle parti di Berlusconi. Abbiamo letto con piacere un‘intervista del viceministro per l’Economia, Enrico Morando, che va nella giusta direzione. Speriamo che non resti una voce nel deserto. Altrimenti si aprirà nel Paese l’ennesima guerra politico-economica. E non ce lo possiamo permettere.

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