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L'editoriale di TerzaRepubblica

Mattarella e la partita di Renzi

CON MATTARELLA, RENZI VINCE MA È SOLO IL PRIMO TEMPO DI UNA PARTITA CHE ANCORA NASCONDE MOLTE INSIDIE

01 febbraio 2015

Avevamo detto che la partita per il Quirinale era nelle mani di Renzi, e solo nelle sue, che non prevedeva il pareggio e che, dunque, subito dopo nulla sarebbe stato come prima sulla scena politica. Ci pare di essere stati buoni preveggenti.

Primo: le carte le aveva e l’ha tenute in mano Renzi, gli altri hanno fatto i comprimari. Solo che non era Mattarella la carta che il presidente del Consiglio e segretario del Pd – ah, che male fa alla tanto invocata “normalità” questa sovrapposizione di ruoli – voleva calare. Ne aveva molte, a cominciare da quella di Padoan (che gli avrebbe consentito di “conquistare” finalmente il Tesoro…), ma si è trovato costretto a sceglierne una che nel mazzo è entrata per ragioni di puro machiavellismo politico. Non ci si faccia ingannare dalla comune appartenenza all’area cattolica e, se vogliamo, alla comune origine democristiana: Mattarella e Renzi sono due soggetti politici totalmente diversi tra loro. E non solo per la differenza di età e per l’evidente tratto personale opposto. No, il neo inquilino del Quirinale è uomo della Prima Repubblica, il conquistatore di palazzo Chigi è espressione della Seconda. Tuttavia, al dunque Renzi ha scelto Mattarella, nonostante che la sua candidatura fosse stata preparata da molto tempo (da prima di Natale) da un manipolo di influenti, con alla testa il Presidente uscente, che non hanno certo lavorato per il consolidamento del debordante potere del presidente del Consiglio. Il motivo è semplice: Renzi aveva capito che avrebbe potuto perdere il controllo del Pd (ai dissidenti conclamati stava per unirsi una fetta importante degli ex bersaniani e dalemiani che formalmente stanno con lui) e non ci ha pensato su due volte a far suo il Mattarella confezionato da altri. Anche a costo di mettere in difficoltà Alfano (che per sua fortuna se l’è cavata in tempo) e Berlusconi (che resta vaso di coccio, soprattutto per le fibrillazioni interne, sempre più ingovernabili, che attraversano Forza Italia).

Secondo: partita senza pareggio, e così è stato. Perché è vero che Renzi ha dovuto far suo un candidato che non lo era (in questo senso la senso la X ci poteva anche stare), ma poi non si può non attribuirgli la vittoria in virtù di un disegno di potere lucido, portato avanti con la determinazione e le capacità manovriere che contraddistinguono il “rottamatore” nella sua irresistibile ascesa. E l’1 nella schedina Renzi se l’è guadagnato proprio perché è stato abilissimo – e lo sarà anche nei prossimi giorni – a far apparire una scelta in linea con il suo rinnovamento ciò che è, invece, nulla di più distante. Tuttavia, suggeriamo di considerare questo come il risultato del primo tempo. La partita continua, e può riservare ulteriori sorprese. Non ci riferiamo al chiacchiericcio di queste ore sulla tenuta del governo e, soprattutto, del “patto del Nazareno”. Renzi sa benissimo che sia Alfano per un verso sia Berlusconi per un altro, non possono alla fine che fare buon viso a cattivo gioco. No, il problema tornerà ad essere dentro il Pd. Perché quella intorno a Mattarella è un’unità specifica, momentanea, fragile. Renzi, che ha pagato dazio a sinistra, sarà tentato di rifarsi, mentre i suoi nemici (espliciti e occulti) proveranno a considerare la scelta del nuovo Capo dello Stato come un punto di partenza per una svolta politica. Che Renzi non potrà concedere, salvo rimetterci la faccia agli occhi dell’elettorato moderato che guarda a lui con fiducia. Umiliando il patto del Nazareno, Renzi ha certamente ricompattato l’intero centrosinistra in nome di quell’antiberlusconismo che dal 1994 ad oggi è stato ed è, nei fatti, il suo unico vero collante. Ma un nuovo Nazareno è necessario per le riforme costituzionali, e così potrebbero riesplodere più violentemente che mai i dissidi nel Pd di chi non mai ha sopportato il patto con il nemico di sempre. Dunque, le fibrillazioni che si sono prodotte in questo frangente e quelle immaginabili come prossime potrebbero sfociare, più prima che poi, in una vera e propria crisi politica. Ciò trasformerebbe quella di Renzi in una vittoria di Pirro? No, perché siamo pronti a scommettere che sarà proprio il presidente del Consiglio a muoversi – diabolicamente – per arrivare ad una crisi e costringere il nuovo Capo dello Stato a concedergli quelle elezioni anticipate che rimangono per Renzi, da quando assaporò il gusto del 41% dei voti nelle elezioni europee, il suo vero obiettivo politico. Come? Semplice: o userà la sinistra Pd per mettere in condizioni l’Ncd di rompere, o viceversa. Ma non c’è dubbio che per raggiungere questo risultato Renzi abbia bisogno ancora di un tempo di gioco.

Terzo: si dice che Mattarella riporterà alla normalità il ruolo della presidenza della Repubblica. Sciocchezza. Perché l’ipertrofia quirinalizia è conseguenza, non causa, dell’anomalia politico-istituzionale in cui viviamo dal novembre 2011, quando la Seconda Repubblica è morta (per fortuna) senza che nulla prendesse il suo posto. E la Terza Repubblica, che tarda a nascere, non può certo essere figlia solo della cifra, personale e istituzionale, del Capo dello Stato. Auspichiamo che questa sia l’ultima volta che un presidente della Repubblica viene eletto con questo metodo, fatto di clandestinità delle decisioni, segno evidente dell’irreversibilità della crisi di sistema che stiamo vivendo. Balza agli occhi, infatti, la clamorosa contraddizione tra le modalità con cui si è proceduto alla scelta del nuovo inquilino del Quirinale e la cifra non solo delle riforme istituzionali in itinere (bicameralismo, legge elettorale) ma anche dell’impostazione culturale con cui la politica oggi si pone nei confronti della società e dei singoli cittadini. Da un lato i riti tipici della Prima Repubblica: consultazioni sotto traccia, incontri più o meno segreti, telefonate, conciliaboli. Nessuna candidatura esplicita, voto segreto, mille grandi elettori che sono dei nominati perché i cittadini non li hanno scelti. Cose normali e lecite, sia chiaro, che noi di TerzaRepubblica non abbiamo mai demonizzato, anzi. Compreso il fatto che il candidato Mattarella, visto il suo basso livello di popolarità (nel senso che è poco conosciuto), non supererebbe lo scoglio di un’elezione diretta da parte dei cittadini: d’altra parte, se così non fosse non avremmo avuto, nel passato, ottimi presidenti che erano espressione di minoranze politiche e culturali. Ma si tratta, dobbiamo dircelo, di metodi e scelte che fanno a pugni con un modo di intendere la politica di tipo iper-maggioritario e plebiscitario, dove i partiti lasciano spazio alle persone e gli strumenti più usati sono le primarie, le consultazioni on-line, i sondaggi. Guardate che questa è una contraddizione che rischia di cortocircuitare qualsiasi assetto politico che non sapesse leggerla e affrontarla. Cosa che non si vede all’orizzonte, se è vero che nessuna riforma costituzionale sul tappeto prevede l’elezione diretta del Presidente della Repubblica e di conseguenza un sistema di tipo presidenziale o semi-presidenziale.

Non stiamo dicendo, sia chiaro, che quella dovrebbe essere la strada da imboccare. Se potessimo scegliere, noi opteremmo per il sistema tedesco nella sua interezza, che prevede un cancelliere forte, un parlamento rappresentativo perché selezionato con metodo proporzionale (salvo l’uso dello sbarramento come strumento per evitare la frammentazione) e un presidente della Repubblica di pura rappresentanza e garanzia. Quello che non si può fare, però, è rimanere a metà del guado, con la Costituzione formale e la prassi istituzionale che recitano una cosa e la cosiddetta Costituzione materiale che prevede l’esatto contrario. A Napolitano è stato rinfacciato (ingiustamente) di essere andato oltre i confini del ruolo, senza capire che le circostanze lo richiedevano proprio perché la politica aveva prodotto quella divaricazione tra forma e sostanza senza saperci porre rimedio. Ora corriamo il rischio che Mattarella venga accusato dell’esatto contrario: di non essere sufficientemente forte in un contesto che richiede capacità di chiudere, facendosi proattivi, la fase di transizione che ancora non porta alla Terza Repubblica. E spesso sbagliare per difetto è peggio che sbagliare per eccesso.

In tutti i casi, da oggi Sergio Mattarella sarà il nostro Presidente. Auguri deferenti.

 

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