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L'editoriale di TerzaRepubblica

Islam e Charlie

COME EVITARE TUTTI GLI ERRORI (CHE RISCHIAMO DI COMMETTERE) DI FRONTE ALLE PROVOCAZIONI DEL FONDAMENTALISMO ISLAMICO

17 gennaio 2015

Quando prendono il sopravvento le analisi schematiche, le suggestioni caricaturali e gli unanimismi ipocriti, quando utopie e distopie s’intersecano fino a confondersi, quello è il momento di sottrarsi, anche a costo di camminare isolati, controcorrente. Ci riferiamo all’attacco terroristico perpetrato in Francia, ma soprattutto alle reazioni, tra l’isteria e il “vogliamoci bene”, che ha suscitato. Per questo noi “non siamo Charlie”, rivendicando nello stesso tempo il diritto di tutti di esprimersi in qualunque maniera e il nostro diritto di dissentire dal loro modo di comunicare. Per questo non proviamo fremiti di fronte alla manifestazione di Parigi, piena di evidenti ed esplosive contraddizioni, pur sapendo che manifestare per la libertà è sempre una buona causa. Per questo non siamo affatto d’accordo con l’idea di creare una super procura anti-terrorismo italiana, pur non militando certo nel partito dell’inerzia. Per questo pensiamo sia non solo stupido ma anche autolesionistico sospendere Schengen, anche perché gli assassini non erano dei clandestini, ma dei regolari cittadini francesi, figli di seconda generazione della Francia. Per questo non ci piace l’impotenza buonista tanto quanto il belluino richiamo alla guerra, non si sa bene contro chi. Per questo condividiamo chi, come Alfonso Belardinelli sul Foglio, in queste ore ha tessuto l’elogio di quella virtù, la prudenza nell’esprimere liberamente il proprio pensiero, che solo gli stolti considerano minore (di solito sono gli stessi che nel proprio vissuto la praticano fino a trasformarla in vile codardia…). Non siamo porgitori dell’altra guancia, consideriamo insopportabile la retorica del “siamo tutti uguali” e del “perdono sempre e comunque”, ma non per questo viviamo con il dito sul grilletto della pistola.

Noi ci riteniamo figli dell’Illuminismo, ma qui Voltaire non ci aiuta più di tanto a capire quello che è successo e come dobbiamo reagire. Cerchiamo dunque di ragionare.

 

Primo: gli assassini di Parigi sono degli sfigati, intellettualmente sottosviluppati. Nulla di paragonabile alla perfetta regia di un’azione complicata come quella dell’11 settembre. Quello era un attentato, questo un volgare omicidio plurimo, privo di alcun supporto logistico, che ha potuto fare vittime per la desolante incapacità e impreparazione delle forze d’intelligence e di sicurezza francesi, non certo per avere dalla propria lucidità, freddezza e organizzazione. L’epilogo della vicenda dimostra il fondamento di questa valutazione, che abbiamo fatto subito, a caldo, e che esce rafforzata dalle rivendicazioni islamiche del gesto, tardive e di maniera. Secondo: è dunque profondamente sbagliato far discendere da quel gesto criminale la conseguenza che l’Occidente – ieri gli Usa, oggi l’Europa – è dentro una guerra, e che non capendolo, rischia di venirne travolto. Anche perché il computo dei morti delle cosiddette guerre islamiche ci dice che la gran parte delle vittime sono inermi seguaci di Maometto. La guerra di religione è nel (e non del) mondo islamico. Quelle di New York e di Parigi sono azioni dimostrative, simboliche, che non servono a fare un’impossibile guerra all’Occidente, ma a legittimare agli occhi dei fedeli la guerra interna all’Islam, finalizzata alla presa del potere da parte di gruppi che usano il fanatismo come mezzo di conquista.

 

Abbiamo a che fare con il terrorismo, questo sì, e dobbiamo essere capaci di combatterlo con il massimo della durezza senza per questo rovinarci la vita con meccanismi di prevenzione di massa la cui logica spesso risponde più all’ansia e alla necessità di pararsi il fondoschiena dalle responsabilità piuttosto che a vere ragioni di sicurezza. Servono più intelligence e azioni preventive, in casa e fuori (senza che poi, almeno nel caso italiano, qualche magistrato forcaiolo riscopra all’improvviso il garantismo, fuori luogo). Per farlo abbiamo bisogno non di inasprire le pene nazionali o abolire la libera circolazione, ma di esprimere una capacità di coordinamento e condivisione delle informazioni – in Europa e in sede Nato – che finora è clamorosamente mancata. Un vuoto – di iniziativa politica e di organizzazione della repressione militare e poliziesca – che, non a caso, è stato pericolosamente riempito dalle forze “islamofobiche”, come il Fronte di Marine Le Pen. Rischiando così di passare dall’eccesso di tolleranza all’eccesso di reazione muscolare (verbale).

 

L’Occidente, che basa la sua forza sulla libertà, sul diritto, sulla civiltà, sullo Stato laico che separa la sfera politica da quella religiosa, non combatte una guerra contro il fondamentalismo islamico per il semplice motivo che l’ha già vinta in partenza. Abbiamo sconfitto nazismo, fascismo e comunismo. Abbiamo prodotto un modello di società senza eguali e oggi, grazie alla capacità della cultura politica occidentale di produrre risultati positivi per i suoi cittadini, circa la metà degli uomini e delle donne del pianeta vivono in democrazie più o meno liberale e/o in regimi economici più o meno di mercato. La crescente pressione migratoria sui confini europei e americani certifica come i luoghi dove viviamo offrano agli occhi di chi sta “nell’altro mondo” chance di vita migliori, e non solo sotto il profilo socio-economico. Le nostre libertà civili sono la peggiore minaccia per regimi che devono fare ricorso alla religione per giustificare la propria legittimità e alla violenza per rinsaldare la propria esistenza. Il processo di secolarizzazione ha cancellato i nostri vecchi fondamentalismi – simbolicamente la Chiesa cattolica che, avendo assimilato la lezione dell’Illuminismo, ha chiesto perdono del rogo di Giordano Bruno, chiude per sempre un’epoca – e affermato in modo irreversibile l’intangibilità della vita umana. Insomma, non c’è partita.

 

Certo, viviamo molte contraddizioni. Abbiamo combattuto una guerra interna all’Occidente di natura finanziaria. Non abbiamo saputo gestire le trasformazioni politico-istituzionali che la globalizzazione economica richiede. Il declino europeo, con l’esplosiva contraddizione di una moneta cui non corrisponde uno Stato unitario, non è un dato congiunturale. Molti paesi, a cominciare dalla Francia quando aiuta i nemici di Israele, flirtano per meri obiettivi geo-politici e geo-economico-energetici con quelle stesse forze (fino ad armarle) che poi esitano a fare attentati a casa loro. Sono debolezze che rischiano di riproporre gli scenari della caduta dell’impero romano? Francamente non lo pensiamo. Ma se anche fosse, non sarebbe perché c’è il nemico alle porte.

 

Dopo la caduta delle torri sembrava dovesse scoppiare la terza guerra mondiale (noi non ci abbiamo mai creduto), sono passati 13 anni e non è successo. Dunque, non facciamo prendere la mano dall’emotività – che ci godono solo quelli come Salvini – e relativizziamo. Abbiamo molti più problemi “interni” – impedire che la curva del progresso, che nell’ultimo mezzo secolo ha messo il turbo, non diventi discendente – che “esterni”. Immaginare una crociata contro il nemico islamico, per esorcizzare le nostre paure, finirebbe solo con l’alimentare le ragioni del fondamentalismo agli occhi dei popoli islamici e col creare un perfetto alibi alla (crescente) deresponsabilizzazione delle classi dirigenti occidentali. Non caschiamoci.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario