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L'editoriale di TerzaRepubblica

Napolitano lascia senza la Terza Repubblica

SI CHIUDE L’ERA NAPOLITANO SENZA LA TERZA REPUBBLICA. ORA SERVE UN PRESIDENTE CHE LA FACCIA NASCERE

03 gennaio 2015

Il commiato di Giorgio Napolitano, seppur non ancora formalizzato, ci induce a iniziare l’anno con una valutazione meditata dell’operato del Presidente della Repubblica nei suoi quasi nove anni di mandato. Giudizio utile non tanto per consegnare Napolitano alla storia, che da presidente emerito e senatore a vita ha ancora impegni da assolvere, quanto per farsi un’idea di chi può il sostituto più giusto.

Il giudizio di TerzaRepubblica è complessivamente positivo. In particolare, lo è proprio su quel terreno dove, invece, si sono concentrate le critiche più severe (qui trascuriamo, come abbiamo sempre fatto, gli insulti, che non meritano commenti e non hanno neppure la dignità di essere bollati come eversivi, giacché non vanno oltre la pura stupidità). Si è detto che il Capo dello Stato si sia spinto ben oltre i confini delle sue prerogative, disegnate dalla Costituzione. Sì, è vero, l’abbiamo scritto più volte. Ma pur comprendendo i pericoli di tali sconfinamenti, li abbiamo di volta in volta approvati, e ora, in sede di consuntivo, li benediciamo. Si dice, per esempio, che quello nei confronti del governo Berlusconi, nell’autunno del 2011, sia stato un “golpe bianco”. La definizione è forte, ma ci può anche stare se ad essa s’intende dare un’accezione politica (sarebbe impropria, invece, se il giudizio fosse di natura costituzionale). Sì, la verità è che nella circostanza, Napolitano – nella totale assenza della politica – si assunse la responsabilità “politica” di riempire quel vuoto. Ascoltò la Merkel, Sarkozy e Obama? Fece bene. L’Italia non sta sulla luna, la moneta che usiamo è anche quella dei tedeschi e dei francesi, il ruolo atlantico di Roma è sempre stato decisivo. Normale che di fronte ad un uomo, un governo e una maggioranza allo sbando, gli alleati europei e atlantici si siano preoccupati e abbiano fatto sentire la loro voce. Sbagliò a non indire elezioni? No. A parte che il ricorso alle urne è sempre una estrema ratio, ma a cosa sarebbe andata incontro l’Italia se con lo spread a quota 600 e il default a un passo, si fosse infilata in una sanguinosa campagna elettorale? Sbagliò a scegliere Mario Monti come traghettatore? Pur capendo tutti i (buoni) motivi che indussero Napolitano a fare quel nome, purtroppo sì, fu un errore. Di cui si è amaramente pentito, abbiamo buoni motivi per credere. Napolitano avrebbe dovuto fare esattamente quel che ha fatto, ma usando un’altra figura, meno tecnica e più politica. Chi? Difficile dire ora, col senno di poi, figuriamoci allora. Forse anche noi, che pure non siamo mai caduti nella trappola mediatica del fascino bocconiano del professore neppure quando era a Bruxelles e tutti (a cominciare dai detrattori tardivi) lo osannavano, non avremmo trovato idea migliore. Una cosa è certa: scrivere libri con presunti scoop su presunte trame di cui il Presidente si sarebbe fatto interprete è, nel migliore dei casi, sprecare carta e inchiostro.

Si dice ancora: Napolitano ha sbagliato ad accettare il rinnovo del mandato presidenziale e, successivamente, a incaricare Enrico Letta per formare il governo post elezioni 2013. Tralasciamo qui di commentare i meschini che gli hanno attribuito giochi e giochetti per farsi rieleggere. Ma nello stesso tempo rivendichiamo di aver in questa sede pronosticato, e auspicato, che fosse proprio lui il “nuovo” presidente della Repubblica. In quella circostanza avevamo previsto che il Parlamento si sarebbe rivelata la palude quale è stato, ed è, specie dopo che Bersani aveva sciaguratamente perso – politicamente parlando – elezioni già vinte. Fallito Monti – pur potendo ascrivere a suo merito la riforma delle pensioni, che ha consentito all’Italia di spostarsi, almeno di qualche passo, dall’orlo del precipizio in cui era arrivata – ed eviratosi il Pd di Bersani, il Paese rimaneva allo sbando. Preda, com’era e come tuttora rimane, di un pericoloso (anche se comprensibile) sentimento di anti-politica cui aveva attinto a piene mani Grillo, per nostra fortuna incapace di essere eversore pur essendo potenzialmente eversiva la spallata che intendeva dare al sistema istituzionale, ormai al collasso dopo due decenni di corrosiva Seconda Repubblica. Provvidenziale, dunque, è stata la disponibilità di Napolitano a farsi carico del proseguo di quella fase di transizione e del tentativo di evitare che fosse verso l’ignoto. Giusto, di conseguenza, imboccare la strada della “grande coalizione” e affidarne la marcia ad un politico con le caratteristiche di Enrico Letta. Dopo non è certo colpa di Napolitano se il premier si è rivelato al di sotto delle aspettative (questa volta anche delle nostre, confessiamo) e delle necessità, se Berlusconi l’ha mollato e se lui si è messo tranquillo con un “stai sereno” proprio mentre Renzi gli soffiava il governo e il partito.

Si dice ancora: Napolitano avrebbe dovuto impedire il golpe di Renzi. A parte il fatto che bisognerebbe smettere di chiamare tradimento ciò che è normale competizione politica (è dai tempi di Macchiavelli che in materia l’ignoranza non è ammessa), ma è singolare che questa accusa gli venga rivolta dagli stessi che denunciano sdegnati i suoi “sconfinamenti”. Abbiamo motivo di credere che Renzi non sia né simpatico né sintonico a Napolitano, non lo sia stato né lo sia tuttora. Ma che avrebbe dovuto fare l’inquilino del Quirinale, soffocare nella culla un tentativo di cambiamento della politica, generazionale e non solo, che tra l’altro la maggioranza degli italiani considera l’ultima spiaggia? E poi i critici di Napolitano che lo accusano di mollezza nei confronti del giovin fiorentino, farebbero bene a considerare una cosa fondamentale: a Renzi il Quirinale non ha concesso l’unica cosa veramente importante cui teneva davvero, le elezioni anticipate. Anzi, è questa, a nostro parere, la vera ragione per cui Napolitano ha scelto di dimettersi proprio ora: tagliare la strada alla voglia matta di urne di un presidente del Consiglio che sa che in primavera ci sarà lo show down sull’economia e i conti pubblici, con il mercato e con l’Europa.

Dieci e lode, dunque, al Presidente uscente? Beh no, gli diamo un buon voto, abbondantemente sopra la sufficienza, per il ruolo di supplenza che ha svolto anche a costo di farsi dare del golpista. Ma non possiamo dargli il massimo dei voti, perché egli ha mancato – suo malgrado – nel compito più importante che aveva: aprire una stagione davvero nuova e stabile della politica italiana, rinnovando le istituzioni e non avendo paura di mettere mano alla Carta fondamentale attraverso una fase (ri)costituente. Ha il merito di aver seppellito la Seconda Repubblica, ma ha il demerito di non averci consegnato la Terza Repubblica. La quale, caro Presidente, non può certo nascere trasformando il Senato in un dopolavoro per esponenti regionali (tra l’altro proprio mentre è ormai acclarato che le Regioni hanno fallito il loro compito) o costruendo a tavolino una legge elettorale che permetta a qualcuno di vincere anche quando ha perso.

Ed è proprio da qui, da questa ambizione non soddisfatta – che al Paese costa il permanere in uno stato di declino ormai cronico – che occorre partire per cercare il successore di Napolitano. Sarà difficile, molto difficile, ma è inutile far finta che il metro per misurare il nuovo Capo dello Stato sia quello di essere all’altezza della sfida delle sfide.

Per intanto grazie, Signor Presidente.

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