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L'editoriale di TerzaRepubblica

Tutti i rischi del Presidente

INDEBOLITO DAL VOTO, SUL DOPO NAPOLITANO RENZI RISCHIA MOLTO. A MENO CHE…

29 novembre 2014

Renzi, come sempre gli capita, ha ragione e torto nello stesso tempo. Dice il vero quando afferma di aver vinto nettamente le regionali in Emilia-Romagna e Calabria – qualcosa di meno di elezioni di midterm, ma pur sempre una verifica significativa dell’umore degli italiani – ma dice una sciocchezza quando tende a minimizzare la portata del fortissimo astensionismo che le ha caratterizzate. Prendete i dati della regione rossa per eccellenza: alle europee del 25 maggio, quelle su cui il premier ha costruito le referenze elettorali che gli mancavano quando è arrivato al governo per una congiura di palazzo, il Pd prese il 52,5% dei voti con un’affluenza alle urne del 70% (67,6% se si tolgono bianche e nulle). Questo vuol dire che la percentuale ricalcolata comprendendo anche il non voto (cioè sul totale degli aventi diritto) scendeva al 35,5%. Questa volta, a soli sei mesi di distanza, il Pd ha preso il 44,5% dei voti su una platea di votanti pari al 37,67% (il punto più basso mai raggiunto in Emilia-Romagna), che di conseguenza riducono il peso del partito di Renzi sul totale degli elettori ad un misero 16,77%. Che, per carità, è almeno un numero a due cifre rispetto al 7,32% della Lega di Salvini, del 5% del M5S e del 3,15% di Forza Italia. Ma è pur sempre il segno che neppure 17 cittadini su 100 hanno ritenuto di andare alle urne per dare forza a Renzi pur prevalendo in tutti la consapevolezza, o almeno la sensazione, che a lui non c’è alternativa. Certo, Renzi ha buon gioco a dire: in mancanza di avversari che potessero insidiarmi, la gente è stata a casa. Ma altrettanto legittimamente si può ribaltare il concetto, specie considerando che il Pd giocava in casa.

Insomma, il Pd di Renzi ha incassato due governatori (quello emiliano-romagnolo era scontato) ma ha perso una marea di voti, e in vista delle scadenze che lo attendono, rinnovo dell’inquilino del Quirinale in primis, per Renzi la cosa non è certo senza conseguenze. Dalla prima l’ha forse sollevato – involontariamente – proprio Napolitano con il preannuncio, informale ma certo, delle sue dimissioni: le elezioni anticipate. Mai sbandierate in pubblico ma molto coltivate in privato, fino a ieri erano l’oggetto del desiderio del premier. Ora, alla luce dei due test regionali, quantomeno dovrebbe usare molta prudenza. In tutti i casi l’uscita di scena di Napolitano chiude il discorso, almeno per la prossima primavera. Dalla seconda possibile conseguenza negativa dovrà essere la sua (conclamata) abilità tattica e la sua altrettanto certificata spregiudicatezza nel maneggiare le questioni di potere, a salvarlo. Ed è proprio quella di arrivare politicamente indebolito allo show down sul Capo dello Stato e perdere la partita. Cosa che per Renzi sarebbe un’eventualità esiziale. E sì, perché per gli equilibri futuri non si può permettere che al Quirinale ci sia non si dice un suo nemico, ma neppure qualcuno con la schiena dritta e dotato di autonomia. Qualcuno tipo Amato, Bonino, Draghi, tanto per usare qualche nome emerso nell’affollato toto presidente.

Si dirà: ma se il patto con Berlusconi tiene – e noi siamo convinti che tenga, perché il Cavaliere non ha alcun interesse a farlo saltare per il giovanotto di Firenze è la sua unica ancora di salvezza – i numeri di una votazione a camere riuniti ci sono, almeno dalla quarta votazione in poi quando occorre solo la maggioranza semplice. Per esempio, con i voti presi da Violante, se quella fosse stata una votazione di Camera e Senato insieme, a quest’ora sarebbe (come meritava) membro della Corte Costituzionale. Tutto vero. Ma con un piccolo particolare: che Renzi nel frattempo si è politicamente indebolito, e nel Pd il grosso dei parlamentari è formato da quella palude di ex bersaniani e dalemiani che dopo lo sgambetto a Letta sono saliti armi e bagagli sul carro del vincitore. Questo li rendi alleati posticci, che possono scendere dal carro con la stessa velocità con cui ci sono saltati sopra (seconda solo a quella dell’hashtag renziano “staisereno” a dispiegare i suoi malefici effetti sul destinatario dell’affettuoso messaggio). Inoltre, nel frattempo questi renziani dell’ultima ora, nella stragrandissima maggioranza dei casi, non sono stati né gratificati né garantiti di ricandidatura. Anzi, non sono stati neppure degnati di una parola. E per questo hanno cumulato frustrazione. Che sono pronti a tenersi se il carro del vincitore dovesse continuare a marciare a tutta velocità, come è stato con le scorse europee e nei mesi successivi. Ma che con altrettanta probabilità sono pronti ad assecondare, togliendosi qualche sasso dalle scarpe, se solo le condizioni lo dovessero consentire. E cosa c’è di meglio di un’elezione tradizionalmente ricca di giochi e intrighi di palazzo come quella per il Quirinale, che per di più arriva dopo un voto che al di là della propaganda non è un successo per il Pd, per fare sgambetto all’autistico – così lo definiscono in molti tra i parlamentari e persino tra i membri del governo – Renzi? E se questa palude pieddina dovesse palesarsi come a suo tempo si palesarono i 101 al momento di impallinare Prodi, siamo sicuri che non si formi un’analoga area di dissenso anche dentro le truppe berlusconiane (esempio gli amici di Fitto) e dentro quelle centriste (chi non si è già fatto risucchiare dentro gli ingranaggi del Pd)? Difficile in questo momento fare di conto, ma occhio e croce potrebbe essere un numero sufficiente per far saltare i disegni di Renzi.

Se fosse, sarebbe cosa buona e giusta? Sicuramente sarebbe tale da tener aperta la partita della successione a Napolitano per molto tempo, imputridendo ancor di più di quanto già non sia il sistema politico-istituzionale. Ma impedire che ciò accada è responsabilità tutta di Renzi, non fosse latro perché come segretario del partito di maggioranza e come premier ha il pallino in mano: eviti di farsi venire l’idea di imbarcare i pentastellati, anche solo i fuorusciti di ieri e di domani, e tiri fuori un nome con cui spiazzare ogni gioco altrui. Ne sarà capace? Se sì, avrà vita lunga, se no si aprirà una fase a dir poco drammatica della vita politica nazionale.

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