ultimora
Public Policy

Di fronte al disfacimento

Aggrappati all'uomo forte

MOLTI INVOCANO L’UOMO FORTE MA BASTEREBBE UN PO’ DI AUTOREVOLEZZA IN CASA COME IN EUROPA

03 novembre 2014

Perché si è voluto celebrare un rito inutile dal punto di vista giudiziario ma soprattutto deleterio per la credibilità delle istituzioni e l’autorevolezza dello stato di diritto come l’interrogatorio di Napolitano al Quirinale? Ci ha forse guadagnato la lotta alla mafia? Non sarà che tra i tanti miti che si sono formati nella nostra società, ci sia anche quello della trasparenza assoluta, della verità a tutti i costi, cui corrisponde un pericoloso disprezzo per la riservatezza? E questo strabismo trasparenza-riservatezza non è forse l’altra faccia della medaglia del binomio “troppi diritti, pochi doveri”? Non sarebbe un atto di saggezza e di coraggio se i politici e gli intellettuali più avveduti dicessero: guardate che è normale che ci siano atti e questioni destinate a non essere rese pubbliche? E la mancata elezione dei due membri della Corte Costituzionale è un ulteriore segno di un decadimento istituzionale senza precedenti? E l’autoreferenzialità fuori controllo della magistratura – tanto grave da generare incredibili lotte intestine come quelle che animano la Procura di Milano – piuttosto che la vicenda De Magistris o il crollo verticale della qualità del Parlamento, non sono altrettanti esempi di un vero e proprio disfacimento?

Alzi la mano chi in questi ultimi tempi non ha sentito con una certa frequenza rispondere a questi quesiti, spesso da persone assolutamente insospettabili, frasi come “ora basta, c’è bisogno di un uomo forte”, oppure “qui ci vuole il pugno di ferro” o addirittura “non ci resta che sperare in un po’ di dittatura, magari soft, ma dittatura”. Si dirà: ma queste sono espressioni qualunquiste tipicamente italiane, ricorrenti e dunque poco significative. Vero, fanno parte di un certo slang – come “addavenì baffone” o “un po’ di purga non ha mai fatto male a nessuno” – ma non sono affatto solo quello. Oggi, infatti, si sta diffondendo in aree della popolazione sinceramente democratiche la convinzione – o se si vuole l’accondiscendente preoccupazione – che il Paese abbia raggiunto un tale livello di degrado politico e istituzionale da rendere inevitabile, e per certi versi auspicabile, pur a malincuore, che qualcuno di polso s’incarichi di rimettere le cose a posto. E, si badi, non è più, come poteva essere fino a qualche tempo fa, una pulsione anti-casta. No, ora si è raggiunta in buona misura la consapevolezza che il declino riguarda tutti ed è responsabilità di tutti, politica e alta burocrazia, mondo economico e società civile. Anzi, proprio perché non si salva nessuno, molti sinceri democratici giustificano il loro cedimento ad una soluzione forte come una sorta di autopunizione.

È pericoloso questo sentimento? In assoluto sì, in concreto no, almeno per ora. Prima di tutto perché l’uomo forte non c’è, né si vede all’orizzonte. E non potrà essere una certa deriva neo-lepenista, che pure a rianimato la Lega con Salvini e verso la quale si è spinta anche la destra di Fratelli d’Italia, a produrlo. In secondo luogo perché molti italiani ritengono che l’uomo di polso ci sia già e si chiami Renzi. Ora è vero che persino un intellettuale liberale come Piero Ostellino ha definito il presidente del Consiglio “un Mussolini minore” – seppure per esprimere tutto il suo scetticismo sulla consistenza di Renzi – ma il tema vero è la cifra del suo decisionismo. Anche noi, come Ostellino, siamo disposti a credere che Renzi stia facendo, come dice Panebianco, una meritoria operazione culturale per cambiare i connotati alla nostra sinistra, vecchia e ancora molto ideologica— e in quanto tale di danno al Paese – e che sbaglino i suoi critici a definirle chiacchiere, “riformismo da convegno”. Ma, nello stesso tempo, diciamo che il Paese va pure governato, qui e subito, e che su questo fronte le cose lasciano a desiderare.

Prendete le ultime vicende europee: l’Italia ha perso 2-0. Di quale partita stiamo parlando? Di quella che misura il peso specifico dell’Italia nell’eurosistema. In particolare, i due goal li abbiamo beccati sul terreno del nostro potere decisionale sulle politiche di bilancio e su quello del sistema bancario e gli obblighi che è costretto a contrarre. Che il primo sia un goal a tutti gli effetti lo ha certificato un arbitro di vaglia come Jean-Paul Fitoussi: Italia e Francia non hanno affatto rotto gli schemi di gioco di Bruxelles, anzi, si sono fatte imporre i vincoli europei molto più di quanto abbiano raccontato ai propri cittadini. Infatti, che la correzione dei conti rispetto al mezzo punto percentuale previsto dall’Europa sia stata dello 0,33 come dice il Tesoro o dello 0,38 come sostiene chi ha rifatto i calcoli, poco cambia: 17 o 12 decimi di punto che sia, non siamo certo di fronte non si dice ad una rottura, ma neppure ad una significativa presa di posizione. Non abbiamo detto, come pure i francesi: noi facciamo così, poi ne riparliamo. O meglio, questo abbiamo raccontato in casa di averlo detto, per mostrare muscoli che in realtà non abbiamo o che comunque non usiamo oltre confine. Al contrario, abbiamo negoziato per ridimensionare una forzatura che già era meno importante di quanto non fosse stato fatto immaginare con le solite slide, e che strada facendo è diventata ancor meno significativa. Alla fine lo scarto sul deficit programmato è troppo per passare inosservato e poco per determinare un cambio di linea, rispetto a quella a marchio tedesco dell’austerità.

Ma proprio perché abbiamo provocato è arrivato anche il secondo goal: le bocciature agli stress test bancari. Nove banche sulle 25 mandate in purgatorio, 4 (poi scese a 2) su 13 quelle bocciate, significa che è stato acclarato che un terzo dei problemi del sistema bancario europeo è tricolore. Possibile? Ragionevolmente no. Specie dopo aver visto con quale disparità valutativa sono trattate (a loro favore) le banche tedesche. Eppure così si è fatto intendere. Mentre sarebbe stato sufficiente ben altra attenzione e un po’ di attività lobbistica da parte del governo di Roma per evitare di essere presi in giro. Avremmo potuto far presente le nostre buone ragioni, e se del caso anche alzare la voce. Invece niente. Altro che decisionismo, altro che polso, altro che “gliene abbiamo dette a quella … della Merkel”.

In fondo, a pensarci bene, tra il manganello auspicato e il decisionismo da chiacchiere al bar praticato, ci sarebbe spazio per la vecchia – e mai così tanto rimpianta – autorevolezza. Vogliamo provarci?

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario