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L'editoriale di TerzaRepubblica

Rottamiamo Cernobbio, ma non solo...

MENTRE INFURIA LA GUERRA TRA I "POTERI DEBOLI" DEBOLI (ENI DOCET) NON BASTA ROTTAMARE CERNOBBIO

13 settembre 2014

TerzaRepubblica non ha mai creduto ai grandi complotti, e tantomeno ci crede ora che i poteri – tutti, da quelli politici e istituzionali a quelli economico-finanziari per finire con quelli mediatici – lungi dall’essere “forti”, come si insiste a definirli, sono debolissimi, anzi drammaticamente frantumati. Ergo, non crediamo che esista un gruppo di potere, e neppure un singolo “grande vecchio”, che stia organizzando in Italia chissà quali trame, come farebbe credere – anche grazie ad una sequenza temporale che effettivamente induce al sospetto – il combinato disposto tra le recenti inchieste giudiziarie (Eni), il brutale regolamento di conti ai piani alti di quel che resta del capitalismo italico e il repentino cambio di umore di alcuni media su Renzi e il suo governo. Ma, allontanata l’ombra della dietrologia, rimane necessario analizzare il perché di certi accadimenti, e le loro correlazioni.

 

Partiamo dalla notizia dell’inchiesta giudiziaria che coinvolge vecchi e nuovi amministratori dell’Eni per una fornitura nigeriana. Nonostante fosse cosa già nota, e senza minimamente sottolineare che l’Italia è l’unico paese al mondo in cui si perseguono come reati intermediazioni intercorse in transazioni internazionali che altrove vengono considerate di assoluta normalità, il Corriere della Sera giovedì ha sparato la vicenda in prima pagina. Ma con tutta evidenza, anche leggendo altri articoli il giorno dopo, nel mirino dello scoop (si fa per dire) non è l’Eni ma il presidente del Consiglio, accusato di aver agito con leggerezza al momento delle nomine fatte recentemente ai vertici delle più importanti società a partecipazione del Tesoro. A parte due osservazioni a margine – perché il Corriere non l’ha detto subito, e perché, in un paese dove la magistratura è decisamente fallace dovremmo trarre deduzioni e conseguenze da un capo d’accusa e non da una sentenza – viene spontaneo associare questa scelta sia all’enfasi con cui si è dato conto delle ruvide dichiarazioni della Bce negli ultimi tempi, dalla “minaccia alla sovranità” al “dovete fare una manovra correttiva”, sia al taglio che gli editoriali del giornale del fu “salotto buono” hanno assunto da un po’ di tempo a questa parte, ultimo quello del duo Alesina-Giavazzi in cui si avvisa Renzi che gli è rimasto poche ore per dimostrare di essere capace di governare, altro che “mille giorni”. Insomma, viene il sospetto che dopo l’entusiastico sostegno iniziale al giovinotto di Firenze, ora si voglia fargli la pelle. Per carità, non saremo certo noi – che quando tutti suonavano la fanfara lo abbiamo criticato, pur costruttivamente – a negare che ci sia una lunga lista di doglianze da rivolgere a Renzi. Ma un conto è alimentare un confronto dialettico, altro è cecchinare. Renzi ha dunque fatto bene a difendere la nomina di Descalzi: così facendo ha difeso l’Eni e il suo management e ha difeso se stesso, ma soprattutto ha fatto capire che la magistratura non può diventare il filtro che seleziona la classe dirigente del paese, che abbia scientemente o meno questo obiettivo in testa. Dopodiché sono ben altri i passi che il premier deve fare se vuole dare vera sostanza al cambiamento che sbandiera. Perché le dinamiche in atto sono ben più complesse di quel che appare.

 

Per esempio, non siamo così ingenui da non capire che esiste una relazione tra il benservito di Marchionne a Montezemolo, ma anche quello di Del Vecchio a Guerra, con l’ostentato distacco di Renzi dai cosiddetti “poteri forti”, manifestato platealmente sia attraverso la scelta di non calcare le scene di Cernobbio, sia con il rifiuto di interloquire con Confindustria. No, non è una relazione diretta. Sappiamo bene che tanto in Ferrari quanto in Luxottica abbiamo assistito al regolamento di conti personali in sospeso da tempo, e che l’atteggiamento di Renzi ha solo finalità di comunicazione. Insomma, che si tratta di episodi non solo slegati tra loro, ma pure di bassa cucina, privi di una cornice strategica in cui collocarli. Ma detto questo, il

filo rosso che li lega sta nell’essere convergenti segni del disfacimento del vecchio sistema paese, quell’insieme di ruoli, uomini, prassi, relazioni e abitudini, che hanno costituito l’intelaiatura su cui in Italia si è retta l’organizzazione della politica, dell’economia e della stessa società. Assistiamo alla “fine di un mondo”, o, se si vuole, alla “fine del mondo”: segnali inequivocabili del fatto che nulla sarà più come prima. Declino o rinascita? Dipende. Per ora, il primo è sicuro, la seconda non si vede. Ma è pur vero che del vecchio sistema, ormai consunto, abbiamo comunque bisogno di liberarci. Non ha torto Renzi quando dice che la classe dirigente del paese ha la responsabilità di averlo portato al disastro, e che prima ce ne liberiamo e prima possiamo tentare di invertire la rotta. Sbaglia a definirla “quella della Prima Repubblica”, e tanto più sbaglierebbe se intendesse riferirsi al più longevo di quella generazione, ancora in attività. La colpa è principalmente, se non unicamente, di quelli che hanno popolato i due decenni della Seconda Repubblica, che sono appunto stati gli anni della progressiva decadenza. Nella politica come nell’economia, e nella vita civile e culturale. Ma al netto di questo errore, il fatto che Renzi abbia messo in moto la macchina della rottamazione è cosa buona e giusta. Non è andato a Cernobbio? Ha fatto bene due volte: primo perché è un segnale che va nella direzione del cambiamento, e secondo perché da quel consesso non è mai uscito uno straccio d’idea utile al Paese. Il problema, semmai, è un altro, per Renzi come per il capitalismo made in Italy: avere in testa come ricostruire. Non basta buttarsi alle spalle passato e presente, bisogna avere idea di come costruire il futuro. Altrimenti rimangono solo le macerie.

Per esempio: se, giusto o sbagliato che sia, i salotti (o tinelli) buoni, i patti di sindacato e i tanti altri strumenti del cosiddetto capitalismo relazionale sono superati e desueti, è inutile accanirsi a difendere quel che ne rimane o versare lacrime di rimpianto auspicando che tornino; serve, invece, prenderne atto e però, nello stesso tempo, rendersi conto che un sistema industriale complesso non può essere semplicemente la somma delle imprese esistenti, ma ha bisogno di fare sistema. Sarà un sistema diverso da quello del passato – ormai ridotto ad un pollaio di galli spennacchiati che si beccano – ma pur sempre sistema il capitalismo deve fare.

 

Lo stesso discorso vale per la politica e le istituzioni, come abbiamo già sostenuto: bene la parte destruens se contemporaneamente c’è quella costruens, altrimenti si resta sepolti sotto i detriti. Renzi fa bene a non andare a Cernobbio, ma non può cavarsela facendo visita ad una fabbrica. Quello è populismo. Deve, invece, auspicare che la nuova classe dirigente di cui c’è bisogno – e quando dico “nuova” non mi riferisco solo all’anagrafe – costruisca delle Cernobbio capaci di far circolare idee, produrre progetti, selezionare persone.

 

C’è bisogno di riprogettare tutto: il sistema politico e istituzionale, le imprese e le loro relazioni, la rappresentanza degli interessi, la magistratura, le dinamiche della vita sociale, la mentalità collettiva. Una sfida immane. Che non può ridursi a regolamento di conti, per quanto sia necessario ed opportuno regolarli.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario