ultimora
Public Policy

L'editoriale di TerzaRepubblica

Il buono e il cattivo del "renzismo"

C'E' DEL BUONO E DEL CATTIVO NEL "RENZISMO", MA ORA E' TEMPO DI VOLTARE PAGINA CON L'ASSEMBLEA COSTITUENTE E UN "PIANO MARSHALL" PER L'ECONOMIA 

06 settembre 2014

I tagli lineari sono lo strumento degli impotenti della Seconda Repubblica così come l’aumento delle accise su benzina e sigarette lo erano per quelli della Prima. Quando un governo non ha una politica economica e, dopo aver raccontato balle ai cittadini, è costretto a fare i conti con la dura realtà del bilancio dello Stato, per far quadrare i conti (si fa per dire) ricorre al più ingiusto, anti-meritocratico e inefficace degli strumenti di contenimento del deficit. Se adesso, come sembra, dall’empireo della rottamazione dei vecchi sistemi di (non) governo su cui Renzi ha costruito il suo consenso, mediatico ed elettorale, si dovesse cadere all’inferno del 3% di spese date alla patria da ciascun ministero, saremmo di fronte all’ennesima occasione perduta.

 

Peccato, perché sembra finalmente diventato interessante il dibattito che si è aperto in queste ore sul “renzismo”, di fronte al rapido cambio di umore che si sta registrando (nel Paese o nelle élite?) sulla figura del presidente del Consiglio. Ma per essere anche utile, questo confronto abbisogna di una messa a punto. Partendo dalla diversità, apparentemente abissale, tra le risposte date da Renzi a Roberto Napoletano, in una bella intervista sul Sole 24 Ore, e quelle del sindaco renziano di Firenze, Nardella, al Foglio, si è definito – vedi Luca Ricolfi – populista l’approccio di Renzi, contrapponendolo all’altro, rigoroso fino a rischiare di essere impopolare. Per carità, la definizione ci sta, e il premier l’epiteto – perchè tale è – se lo è andato a cercare a tutti i costi. Anche noi abbiamo battezzato populista il suo approccio politico, la gestualità e i toni, l’esasperata inclinazione mediatica, l’ostentata voglia di rottura con qualunque forma di organizzazione degli interessi. Ma più passa il tempo, e più ci convinciamo che non stia qui il vero limite di Renzi. Intanto, perché ci sono ragioni che militano dalla sua parte quando sostiene che non c’è scritto da nessuna parte che occorra governare “contro” o “nonostante” i cittadini. E pur essendo noi assertori della “indispensabilità democratica” del ruolo delle élite, siamo d’accordo con Renzi quando indica la responsabilità che ha la vecchia classe dirigente, e l’establishment in particolare, del declino del Paese. Anzi, volendo essere più precisi, è la borghesia – incolta e ignara del suo ruolo sociale – che ha delegato alla “mediocrità rampante” il governo (si fa per dire) del Paese, producendo un disastro immane che solo il passare di qualche generazione potrà sanare. Quindi, non è certo affidandosi a presunti ottimati – tecnocrati o intellettuali che siano – che si può invertire la rotta. È la politica che deve avere la supremazia, e la politica, in democrazia, richiede necessariamente il consenso.

 

Detto questo, però, la vera questione riguarda le basi su cui si costruisce il consenso. Esso deve essere il mezzo con cui attuare il proprio progetto di società, e non il fine al cui ottenimento tutto piegare. Dunque, l’analisi del cosiddetto “renzismo” è utile nella misura in cui si focalizza sul progetto e, soprattutto, sugli strumenti con cui realizzarlo. Ed è qui che casca l’asino. Perché una serie di premesse politicamente rilevanti di cui Renzi si è fatto portatore e che in una certa misura ha imposto (specie al suo partito) non hanno generato, almeno finora, un progetto organico con cui identificarlo. Non si tratta di cose da poco: dalla fine dell’antiberlusconismo – che è servito solo a Berlusconi e a generare e arricchire una casta di professionisti anti-Cav – alla caduta di una serie di tabù ideologici della vecchia sinistra, per non parlare della smitizzazione della rappresentanza organizzata degli interessi, sindacati in primis. Peccato, però, che alla parte destruens non abbia fatto seguito quella costruens. Prima di tutto sul piano programmatico. E non ci riferiamo tanto al vituperato “effetto annuncio”, che è prezzo da pagare alla dinamica del consenso nella società della comunicazione, quanto alla miccia corta del pensiero strategico, all’indifferenza verso i contenuti dei dossier – che si traduce nel fatto che la riforma del Senato o della legge elettorale è buona per il solo fatto che si realizza (per la verità si annuncia) visto l’immobilismo degli ultimi due decenni, a prescindere dal merito – e alla scarsa (per non dire inesistente) propensione all’uso di squadre di lavoro che preparino i dossier e di interlocutori d’esperienza e di pensiero con cui confrontarsi dialetticamente. Così come assai poco costruens è anche il metodo di lavoro e la modalità organizzativa del governo Renzi. Il caos che regna nella struttura dirigenziale di palazzo Chigi, l’abitudine a non scrivere le leggi in via definitiva prima della loro approvazione, la cronica mancanza delle norme attuative, l’inevitabile chiusura a riccio della burocrazia ministeriale – giustamente messa sotto accusa da Renzi, ma bisogna averci l’alternativa altrimenti si creano vuoti spaventosi – sono tutti segnali di una non capacità di tradurre le scelte in norme operative. È vero che il duo Monti-Letta aveva lasciato in eredità la mostruosa cifra di 899 decreti non attuati e che ora si sono ridotti a 528, ma nel frattempo se ne sono aggiunti 171 della gestione Renzi, e il numero di 699 complessivi è ancora indecentemente alto.

 

Quando si vuole rottamare un sistema, anche se già collassato – anzi, proprio perché è defunto – occorre avere idee, uomini, metodo e strumenti alternativi. Renzi cerchi pure il consenso – magari risparmiandoci sceneggiate come quella del gelato, che peraltro il consenso glielo fanno calare – ma si convinca che a questo vuoto deve pensare e subito. Occorre far fare un salto di dimensione strategica all’azione del governo: convocazione dell’Assemblea Costituente per le riforme istituzionali; “piano Marshall” per l’economia, partendo proprio da quell’intervento sul patrimonio pubblico che nell’intervista al Sole 24 Ore il premier nega di voler mettere in atto. Se Renzi farà la coraggiosa scelta di rottamare i primi mesi del suo governo cambiando radicalmente scenario, e allora coniugherà il consenso con la capacità di governare, mettendo così a frutto la sua “indispensabilità politica”. Altrimenti sarà peggio per lui. Ma anche per l’Italia, purtroppo.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario