ultimora
Public Policy

L'editoriale di TerzaRepubblica

Niente di buono all'orizzonte

Illusione ottica delle riforme e crisi conclamata dell'economia, niente di buono all'orizzonte

26 luglio 2014

Sì, esiste il partito del “meglio non cambiare niente”. E pure quello del “chi cambia è un dittatore”. Noi, che da anni predichiamo la necessità di una vera e propria rivoluzione del sistema politico e degli assetti istituzionali, tanto da invocare la convocazione di un’Assemblea Costituente, purtroppo fin qui inutilmente, a questi due partiti non siamo iscritti. Al primo siamo opposti, dal secondo, zeppo di giustizialisti, rifuggiamo. Ma questo non vuol dire che si debba per forza aderire, nel merito, alle riforme messe in campo dal governo. L’abbiamo detto e lo ripetiamo: non ce ne piace neppure una. Non quella del Senato, visto che per affrontare un problema vero e serio – la lentezza del lavoro legislativo per effetto del bicameralismo perfetto – risolvibile sdoppiando le funzioni delle due camere, in modo da raddoppiare la loro produttività, si finisce per inventarsi un Senato a rappresentanza regionale premiando il fallimentare regionalismo di questi anni. E questo proprio mentre, attraverso l’intervento sul titolo quinto della Costituzione si vorrebbe fermare la deriva localistica del nostro squinternato e costoso federalismo, Intervento, e questa è l’altra riforma costituzionale in piedi, assai poco radicale, visto che si limita a timidamente riportare in capo allo Stato centrale alcune funzioni a suo tempo scelleratamente decentrate, mentre invece avremmo bisogno di ridisegnare, semplificando e cancellando, l’intero impianto del decentramento amministrativo. Insomma, sulla Costituzione il governo sbaglia, come dicono i suoi detrattori, ma per difetto, non per eccesso. E non ci si venga a dire, dall’uno come dall’altro fronte, che il nostro è “benaltrismo”, perché un paese normale non tollera né quelli che sono contro per definizione, prescindendo dallo specifico delle questioni, né quelli che pretendono di farsi promuovere per il solo fatto che fanno – peggio ancora, poi, se si limitano a dire di voler fare – senza che si possa entrare nel merito e di quello parlare, perché il solo voler discutere significa farsi etichettare come “conservatore disfattista”.

Stesso discorso per la legge elettorale, che pure sembra passata in secondo piano: legge pessima e sconclusionata, ma non per questo liberticida.

Ma c’è anche un motivo più squisitamente politico per cui a noi non piace questa stucchevole contrapposizione tra conservatori e rottamatori che hanno in comune l’abitudine di prescindere dai contenuti: trattasi di illusione ottica. In realtà le parti in campo sono rovesciate: chi vuole cambiare ha in testa non le riforme – delle quali conosce bene i tempi lunghi, al di là delle attuali forzature – ma le elezioni, e chi frena e contesta vuole che il governo non cada e che la legislatura continui. Per questo il Capo dello Stato ripete fino all’ossessione che le riforme vanno fatte e agisce, con discrezione mista a fermezza, per ricondurre a più miti consigli i barricaderi (di entrambi i fronti). Vorrebbe evitare lo scioglimento delle Camere, e capisce che più è alto il livello dello scontro e più Renzi, desideroso – come abbiamo già spiegato su TerzaRepubblica – di patrimonializzare al più presto il consenso che ha saputo abilmente conquistarsi proiettando di sé l’immagine dell’unica speranza e dell’ultima spiaggia, ne può approfittare per rendersi vittima agli occhi dell’opinione pubblica ed essere legittimato di reclamare il voto. In nome di cosa? Ma per regolare i conti con quell’insopportabile pastone che somma il vecchio, la conservazione, i detentori di privilegi castali, i gufi pessimisti e disfattisti, e rendere finalmente governabile il Paese. Se ci pensate, la stessa tecnica usata da Berlusconi a più riprese negli anni passati: non mi fanno governare, datemi i voti che mi consentano di avere la maggioranza assoluta e alla buon ora dare una bella sistema al Paese. Peccato, però, che poi le cose non funzionino così.

Si prenda l’economia – che in definitiva, crediamo, dovrebbe essere la cosa che davvero interessa gli italiani e sul cui andamento, poi, si formerà il loro effettivo orientamento elettorale – e si valuti il dibattito che fin qui c’è stato: Renzi che mostra il suo adrenalinico attivismo e definisce “gufi” quelli che si permettono, con buone tesi (pochi) o con cattive o inesistenti argomentazioni (molti), di obiettare. Fino a che la congiuntura – che nel nostro caso, ahinoi, avevamo perfettamente previsto – non s’incarica di far prevalere la realtà sulle chiacchiere: l’Italia non è affatto uscita dalla crisi e le ricette di politica economica fin qui praticate o evocate si sono rivelate nello stesso tempo sbagliate e limitate. Ergo, se la crescita del pil, come prevedono ormai tutti, dalla Banca d’Italia alla Confindustria passando per l’Fmi, sarà ben che vada appena un quarto di quell’asfittico 0,8% previsto dal governo, si dovrà inevitabilmente mettere mano ad una manovra correttiva a dir poco sgradevole e potenzialmente ancor più recessiva. Si cercherà, c’è da scommetterci, di dare la colpa alla Germania – che ne ha alcune, per la verità, ma non certo quella di averci impedito di fare le riforme strutturali – ma questo non ci eviterà di dover fare i conti con le conseguenze di errori previsionali, figli della demagogia populista, perfettamente evitabili.

I nodi verranno al pettine, e ben prima delle eventuali riforme istituzionali. Dunque, non saranno certo le elezioni a salvarci. Né tantomeno i presunti vantaggi derivanti dall’assoluzione del capo della (finta) opposizione, che i giornali ci hanno fantasiosamente descritto in questi giorni. Anzi, siamo pronti a scommettere che Berlusconi d’ora in avanti cambierà strategia nei confronti di Renzi. Ma dell’ex Cavaliere, del suo prevedibile tentativo di tornare al centro del ring e del futuro dell’area moderata ci riserviamo di parlare settimana prossima, per quella che sarà l’ultima TerzaRepubblica prima della sosta estiva.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.