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L'editoriale di TerzaRepubblica

Trucchi elettorali

QUALI TRUCCHI DIETRO LA (PESSIMA) LEGGE ELETTORALE VOLUTA DA MELONI E CHI (PUTIN) CONDIZIONA IL “CAMPO LAVROV” (LARGO)

di Enrico Cisnetto - 19 luglio 2026

Un’ingannevole concatenazione di effetti ottici. Non vi fate fregare dalla narrazione, quello che si è visto in queste ore sulla scena politica e parlamentare italica nasconde altro rispetto a ciò che è apparso. E riguarda tanto la maggioranza di governo quanto le opposizioni. Cerchiamo dunque di fare un po’ di chiarezza. Partendo dalla legge elettorale e dalla questione delle preferenze.

Primo: è proprio necessario riformare il sistema di voto chiamato Rosatellum? Pur essendo decisamente meno peggio del precedente meccanismo, non a caso ribattezzato Porcellum, ha molte storture da correggere. Dunque, è qualunquista la sinistra quando accusa il governo di occuparsi di questa riforma a scapito di altre “ben più importanti”. Sono però sbagliati il metodo – pur non essendo una riforma costituzionale, mettere mano ad una regola del gioco democratico fondamentale come questa richiede un approccio e una procedura non conflittuale – e la tempistica, perché per evitare strumentalizzazioni andrebbe sempre evitato di posizionare questo tipo di provvedimento nell’ultima fase della legislatura. Secondo: la riforma approvata alla Camera e che andrà al Senato dopo la pausa di agosto nasce come surrogato della riforma costituzionale, fortemente voluta da Meloni, che voleva introdurre il premierato e che è stata lasciata definitivamente morire dopo la sconfitta subita dal governo nel referendum sulla giustizia, nel timore di subire una seconda batosta. E i surrogati solitamente non sono una buona cosa. Terzo: la riforma arrivata in parlamento dopo estenuanti mediazioni in seno alla maggioranza – di doppio segno: di merito (questione preferenze) e politiche (gran desiderio degli alleati di Meloni, ma anche di una fetta di crescenti dimensioni di Fratelli d’Italia, di impedire la deriva “ducesca” della presidente del Consiglio – è pessima sia per il principio che afferma sia per il merito.

Trascuro qui i diversi profili di legittimità costituzionale – uno per tutti: si modificano le prerogative del Presidente della Repubblica e del Parlamento con legge ordinaria, mentre mi pare evidente che occorra un potere costituente – perché ci penserà la Consulta a pronunciarsi (sperabilmente prima del voto se, come probabile, si andrà alle urne ad aprile prossimo, non appena sarà maturata la pensione per i parlamentari di prima legislatura). Sul piano dei principi, rilevo che in una fase storica in cui mai così forte è stato il distacco tra politica e cittadini e di conseguenza mai così alta è stata la percentuale degli astenuti, è riprovevole – e alla lunga anche autolesionista – l’idea di sostituire il favore mancante con un consenso virtuale. Perché tale è qualunque premio di maggioranza, tanto più, poi, se assegnato a chi consegue una percentuale bassa di voti (erano partiti con quota 40%, poi l’hanno ritoccata al 42%, cambia poco) e a maggior ragione in termini assoluti, visto il livello di astensione (37% alle politiche del 2022, dato più alto nella storia della Repubblica, 9 punti in più rispetto alle politiche del 2018, ma alle ultime amministrative si è arrivati al 50%). E pensare che fu definita “legge truffa” quella riforma del 1953 che prevedeva un premio alla coalizione di partiti che avesse superato il 50% più uno dei voti veniva assegnato d’ufficio il 65% dei seggi alla Camera: se quella era truffa, non funzionò e fu subito abolita, questa cos’è, circonvenzione d’incapace o estorsione?

Ma anche entrando nei dettagli se ne deduce che si tratta di una legge pessima. E non solo per l’aspetto più evidente: se una coalizione vincesse con il 45% e oltre dei voti (ora i sondaggi accreditano entrambi i poli del 47%), essendo i 70 seggi “regalati” alla Camera e i 35 al Senato pari al 17,5%, arriverebbe ad avere più del 60% dei seggi, con ciò potendo sia eleggere in solitaria il Presidente della Repubblica sia avvicinarsi alla soglia dei 2/3 che serve per eleggere 5 giudici costituzionali e poter così modificare la Carta senza bisogno di sottomettersi a fastidiosi referendum confermativi. Insomma, come fa notare Stefano Passigli, “le modifiche proposte dall’attuale maggioranza con legge ordinaria possono consegnare nelle mani della coalizione vincente non solo Parlamento e Governo, ma anche tutte le Autorità di garanzia”. C’è un emendamento che è passato senza clamore che può persino ribaltare l’esito del voto, facendo vincere la coalizione che ha ottenuto una percentuale di consensi inferiore rispetto a quella effettivamente vincente. Dunque, non solo, come è logico, le liste sotto lo sbarramento del 3% non prendono alcun seggio, e non solo, come prevedeva il testo originario della riforma, viene ripescata la lista partecipante ad una coalizione che rispetto alle altre ottiene il miglior risultato “sotto soglia” e con ciò concorre alla determinazione del risultato elettorale nazionale della coalizione medesima, ma si è stabilito che le liste sotto il 3% e non ripescate oltre a non avere alcun rappresentante in Parlamento neppure possono portare i voti presi alla coalizione ai fini del conteggio che stabilisce a chi spetta il premio di maggioranza. Sono voti buttati via. Questo, oltre ad essere discutibile sia sul piano politico che costituzionale, può determinare una distorsione pazzesca. Infatti, se il distacco percentuale tra la coalizione vincente e la seconda fosse inferiore alla quota della lista non ripescabile partecipante al raggruppamento vincente, si verrebbe a creare la situazione che a vincere sarebbe la coalizione sulla carta arrivata seconda. E, nella pratica, potrebbe essere solo il centro-sinistra ad essere danneggiato e il centro-destra ad essere avvantaggiato da questo perverso meccanismo, per il semplice motivo che salvo sorprese a destra l’unica lista che può finire sotto il 3% è quella di Noi Moderati, e quindi essendo per definizione la prima e dunque ripescabile i voti di Lupi parteciperanno al conteggio nazionale, mentre a sinistra con tutta probabilità potranno essere due o più e di conseguenza saranno tanti i voti non conteggiati, ecco che la coalizione capeggiata da Giorgia Meloni potrebbe agguantare il premio di maggioranza pur arrivando seconda. Una follia, che scatenerebbe una guerra sanguinosa in un sistema politico già militarizzato.

E veniamo alle preferenze. Qui rimane inevasa la domanda: perché Meloni si è infilata, mettendoci la faccia, nel vicolo stretto di quell’emendamento poi bocciato? Perché voleva dimostrare agli italiani che offriva loro la possibilità di scegliere? Ma allora non avrebbe dovuto fare quel brutto compromesso (quelle proposte non erano preferenze, ma una presa per i fondelli). Perché si è fidata delle rassicurazioni di Salvini e Tajani? Peggio mi sento, tutto si può dire della presidente del Consiglio meno che sia ingenua. E poi, sarebbe bastato far partire l’iter di esame della riforma dal Senato, dove non è previsto il voto segreto, perché non accadesse quel disastro di andar sotto per un voto. E ancora, sarebbe bastata che ci fosse pure lei presente al voto per ottenere almeno il pareggio. Allora è fondata la tesi di chi pensa che Meloni abbia architettato il tutto? Può essere, il macchiavello fa parte del suo dna politico, ma qual era lo scopo, andare subito alle elezioni? Beh, non cade un governo per un emendamento (infatti…) e se anche fosse stato, mi rifiuto di credere che Meloni non avesse messo in conto la reazione dei peones, a cominciare dai suoi, che nell’incertezza della rielezione non vogliono anticipare il voto non fosse altro per far maturare la loro pensione. E poi, valeva la pena di incassare uno smacco del genere, lei che della retorica della stabilità ha fatto il suo mantra?

Comunque, quali che fossero le vere intenzioni della leader di Fratelli d’Italia, la vicenda nasconde tre verità. La prima riguarda Vannacci, la seconda Putin, la terza il “campo largo” ormai giustamente ribattezzato “campo Lavrov” dal nome del ministro degli Esteri russo. Andiamo con ordine.

Vannacci: è ormai evidente che Meloni è preoccupatissima dell’ascesa nei sondaggi del partito del Generale in camicia nera (si veda TerzaRepubblica della settima scorsa,qui il link), ed è disposta ad inglobarlo nella sua coalizione come dimostra il voto congiunto FdI-Futuro Nazionale (inutile, ma per questo ancor più significativo) sempre sulle preferenze nel day after del disastro parlamentare. Ma non vuole pagare il prezzo né dell’accordo – che potrebbe portare fuori dal centro-destra Forza Italia, se Marina Berlusconi facesse prevalere i suoi orientamenti, ma anche qualche esponente più moderato e non di origini missine del governo – né del mancato accordo, che sarebbe l’alta probabilità di perdere le elezioni, tanto più se Vannacci dovesse conquistare la doppia cifra. Ma qui, come spiega lucidamente Passigli, entra in gioco il premio previsto dalla nuova legge elettorale: Meloni pensa di stringere un accordo con Vannacci in sede elettorale per massimizzare le possibilità di ottenere i seggi in più, spartendoseli con il Generale, ma senza includerlo nella futura maggioranza di governo. Lei vincerebbe le elezioni senza sfasciare il centro-destra, lui lucrerebbe più seggi e poi farebbe opposizione che è ciò che sa fare ed è, probabilmente ciò che gli chiede il suo dante causa moscovita. Ecco perché sbagliavano coloro che pensavano che Meloni avrebbe rinunciato alla riforma del sistema di voto, e sbagliano a crederlo tuttora.

Putin: deve essere chiaro che la sceneggiata cui abbiamo assistito in Parlamento, con i meloniani a caccia degli oltre 30 franchi tiratori (chissà se hanno iniziato a casa, visto che una fetta non marginale di chi ha approfittato del voto segreto era di “fasci tiratori”) e la sinistra che si è lasciata andare a manifestazioni di giubilo che nemmeno se avesse vinto le elezioni (non era meglio presentare una proposta organica di riforma della legge elettorale alternativa a quella della destra?), è una foglia di fico che nasconde la vergogna di una politica divisa in due coalizioni l’una contro l’altra armate, ma entrambe schiave del letale condizionamento della Russia. Basti pensare alle parole spese da Conte, e ribadite a scanso di equivoci, sulla necessità di bloccare il riarmo e indurre l’Ucraina ad arrendersi, quelle di Salvini che contesta le nuove sanzioni alla Russia, che non considera una minaccia e quelle ancor più sfacciate di Vannacci che non si è fatto scrupolo di dire che accetterebbe finanziamenti dalla Russia per il suo movimento politico, naturalmente “a condizione che siano totalmente legali e trasparenti” (come lo possono essere quelli provenienti da un paese nemico, che bestemmia per un graduato dell’Esercito italiano). Posizioni incompatibili con un governo di un paese occidentale e pienamente europeo.

E qui siamo alla terza vergogna nascosta sotto la foglia di fico del bordello sorto su legge elettorale e preferenze: l’alternativa alla destra meloniana. Ritengo inconfutabile che sia difficile e comunque pericoloso costruire la pur necessaria alternativa a Meloni partendo da posizioni di politica estera come quelle di Conte, non contestate da Avs e di fatto avallate, praticando il silenzio, dalla segreteria del Pd. Il problema non sta solo nel fatto che il “campo Lavrov” sia diviso su un tema decisivo come il posizionamento internazionale del Paese, perché altrettanto lo è la coalizione meloniana, quanto che a sinistra la retorica filo-putiniana è più evidente che a destra, perché le posizioni filo-russe si manifestano in modo spavaldo, mentre i difensori della tradizionale linea euro-atlantica sono timidi o addirittura afoni, lasciando che prevalga la logica Schlein, che preferisce tacere o al massimo preferisce minimizzare in nome dell’unità (sic) del centro-sinistra.

In conclusione, di uno come me che predica da anni la necessità di archiviare la fallimentare esperienza del bipolarismo, si potrebbe pensare che stia godendo delle crepe sempre più vistose che stanno facendo perdere a Meloni il controllo del centro-destra e nello stesso tempo delle evidenti, e crescenti, difficoltà delle opposizioni a darsi un programma e una leadership che consentano non solo di vincere le prossime elezioni, ma di riuscire a governare una volta che ci dovessero riuscire. Non essendo un disfattista, non è così. Anzi, sono molto preoccupato, perché all’orizzonte ancora non compare nulla che possa alimentare la ragionevole speranza che rotte le due coalizioni bipolari – cosa buona e giusta – si possa costruire la vera alternativa. Che non può arrivare da quel gruppetto di forze minori che costituiscono la “nebulosa di centro” – peraltro neppure capaci di aggregarsi (almeno finora) –caratterizzata solo dal fatto di non voler stare (fino a prova contraria) né di qua né di là. No, per chiudere definitivamente la stagione del (cattivo) bipolarismo occorre un soggetto politico (partito o aggregazione di forze) che proponendo al Paese riforme coraggiosamente radicali e indicando la necessità di una nuova Assemblea Costituente abbia come obiettivo la primazia, cosa fattibile solo se ci si rivolge a quella metà degli italiani che non va a votare (confidando, come io credo, che per i due terzi si tratti di astensionismo consapevole e non di qualunquismo). In mancanza, capisco chi predica che le forze di centro si dislochino nei due poli cercando di condizionarli, ma sinceramente non credo proprio che riescano a cavare un ragno dal buco.

(e.cisnetto@terzarepubblica.it)

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