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L'editoriale di TerzaRepubblica

L'era della Demagonia

SIAMO (ANCORA) UNA SOCIETÀ SIGNORILE DI MASSA. MA PER POCO SE NON FERMIAMO L’AGONIA DELLA DEMOCRAZIA

di Enrico Cisnetto - 18 maggio 2024

La forza dei numeri. Lo si diceva una volta per rendere incontrovertibile un dato. Già, una volta. Ma nel frattempo devono averne persa molta per strada, di forza, se anche i numeri, nudi e crudi, fanno parte a pieno titolo della delirante contrapposizione italica tra destra e sinistra. L’Istat ha scattato la foto annuale sulla nostra condizione socio-economica, ed ecco che da destra – la stessa che fino a qualche tempo fa evocava il disastro nazionale, imputandolo alla sinistra – salgono grida di giubilo perché l’Italia nell’ultimo periodo è cresciuta più di Francia e Germania, perché il pil reale a fine 2023 è tornato ai livelli precedenti la crisi del 2007 e perché la disoccupazione scende mentre il tasso di occupazione della popolazione tra i 15 e i 64 anni ha raggiunto il 61,5%, guadagnando punti percentuali sia per gli uomini (70,4%) sia per le donne (52,5%). Insomma, l’Italia tira e chi lo nega è un disfattista che ha in mente solo il “pericolo fascista”. Contemporaneamente, a sinistra sale il lamento: è povero un italiano su dieci, cioè un esercito di 5,7 milioni di persone in cui non ci sono solo emarginati, disoccupati e precari, ma anche il 14,6% degli operai e l’8,2% dei lavoratori dipendenti; i salari sono da fame tanto che i consumi delle famiglie nell’ultimo decennio sono calati in termini reali (cioè al netto dell’inflazione) mediamente del 5,8%, con punte dell’8,8% per i ceti più bassi e persino del 3,2% per i più ricchi; la propensione al risparmio è calata del 6,3%. Insomma, coloro che nel passato, quando erano al governo, negavano il declino, oggi accusano chi sta a palazzo Chigi di aver provocato un impoverimento generalizzato del Paese e di incrementare gli squilibri sociali. 

Letti in questo modo, i dati dell’Istat perdono tutta la loro intrinseca terzietà e proiettano un’immagine di un Paese irriconoscibile. Perché tutti i numeri che ho riportato sono veri, ma sono fedeli alla realtà solo se letti insieme e valutati complessivamente, sottraendoli alle narrazioni politiche contrapposte. Così facendo si potrà vedere che i mali italiani sono trentennali, che la responsabilità di averli prodotti e poi di non averli affrontati e risolti è così generalizzata da non escludere nessuno, e che averli sottaciuti e continuare ad occultarli agli italiani è la premessa per quella che Mario Monti in un bel libro di cui consiglio vivamente la lettura (e di cui si è parlato nella War Room di giovedì 16 maggio, qui il link) ha ribattezzato “demagonia”, l’agonia della democrazia. Perché è vero che l’occupazione è cresciuta, e in particolare quella a tempo indeterminato (checché ne dica Landini), ma è altrettanto vero che retribuzioni sono troppo basse, ma è pur vero che la produttività – cioè il misuratore della ricchezza prodotta, da cui deve discendere un aumento dei redditi da lavoro – è stagnate quando non calante. Ed essere tornati al pil ante 2007 è cosa buona ma non deve farci perdere di vista il fatto che in 15 anni si è accumulato un divario di crescita di oltre 10 punti con la Spagna, 14 con la Francia e 17 con la Germania. Distacchi che peggiorano se a fare i calcoli si parte dal 2000: in un quarto di secolo la Spagna ci ha distanziato di 30 punti percentuali, Francia e Germania di 20. Per non parlare dell’inverno demografico, che ci ha sottratto 3 milioni di giovani negli ultimi dieci anni, e non solo a causa della denatalità, visto il forte flusso migratorio (fuga povera dal Sud e dei “cervelli” dal Nord).

Insomma, se è vero che per guarire un ammalato la giusta cura non può che derivare da una diagnosi efficace, continuare a credere e far credere che l’Italia sia o già morta o sia perfettamente sana, è il modo peggiore per fare l’anamnesi e di conseguenza definire la terapia. E questo vale per le condizioni della macro economia, e in particolare per quelle della finanza pubblica, le cui difficoltà facciamo finta di non vedere salvo quando siamo costretti o per i controlli di Bruxelles – e allora definiamo matrigna l’Europa – o per i segnali che ci mandano i mercati con gli spread, che preferiamo immaginare pronti a ordire complotti contro di noi per volontà di chissà quali “poteri forti”. Vale per le condizioni del nostro capitalismo, che giudichiamo in modo ideologico: ricco, sporco e cattivo per le componenti più radicali di sinistra e destra, virtuoso per gli altri, senza per esempio misurare il basso tasso di disponibilità all’innovazione e l’alto tasso di propensione ad attaccarsi al bocchettone dei sussidi e della spesa pubblica. E vale per la società, per giudicare la quale si misurano solo i redditi, e per di più dimenticando l’amplia fascia di sommerso, e non i patrimoni, che rimangono più alti e più vastamente diffusi che negli altri paesi occidentali, nonostante la recente erosione dei risparmi.

Non è un caso che mezzo secolo dopo siamo ancora debitori a quello straordinario economista che è stato Paolo Sylos Labini, il cui “Saggio sulle classi sociali” pubblicato nel 1974 per i tascabili di Laterza – quelli che allora lo divorarono come me, ricorderanno la copertina con una S inclinata rossa in campo bianco – rimane la prima e poi ineguagliata analisi sul ruolo centrale del ceto medio nell’Italia del dopoguerra. Un’analisi della struttura sociale italiana, che il tempo non solo non ne ha limitato l’attualità, ma anzi l’ha irrobustita. Oggi Sylos Labini scriverebbe dell’ascensore sociale che si è fermato, cominciando a minare quella “società signorile di massa”, secondo la definizione del sociologo Luca Ricolfi, il cui benessere ha finora tenuto a galla l’Italia e ha impedito un collasso sociale. Si tratta di un passaggio fondamentale della nostra storia recente, che spiega meglio di qualunque analisi politologica perché nel paese abbia potuto prendere il sopravvento il populismo e di conseguenza ci si sia affidati “a governi molli, che hanno inseguito il consenso immediato e facile, accantonando i problemi e rinviando le scelte impegnative” (Mario Monti dixit). Per decenni, pur con bassi tassi di crescita e tra mille problemi, l’Italia ha garantito alla grande maggioranza dei propri cittadini di poter vivere bene, individualmente parlando, ma al di sopra delle proprie possibilità, collettivamente parlando. Grazie al debito pubblico a copertura del reddito privato, tra bonus, sussidi, sgravi, spesa pubblica incontrollata ed evasione fiscale tollerata.

Ebbene, questa Italia, figlia del boom economico, cioè quando da paese agricolo ci eravamo trasformati in una grande potenza industriale, sta lentamente ma inesorabilmente scomparendo, consumando l’eredità dei padri e dei nonni. La ricchezza degli italiani nel solo 2022 è diminuita del 12,5% e il tasso di risparmio, che 20 anni fa era del 15%, oggi è della metà, mentre negli altri grandi paesi europei si accumula il doppio, ed è inferiore a quello che avevamo nel pieno della crisi dell’euro. Nelle mani delle famiglie restano comunque 5300 miliardi di risorse finanziarie, quasi due volte l’intero ammontare del debito pubblico, ormai prossimo ai 3 mila miliardi. Ma si tratta di risorse mal alloccate. Il grosso va ai titoli di Stato, cosa utile per la sostenibilità del debito nazionale ma disfunzionale rispetto alla crescita visto che la quota destinata al capitale di rischio non arriva al 15% del totale. È quello che Federico Fubini in una War Room ha chiamato il “derby Roma-Milano”, laddove per la Capitale s’intende l’impiego del risparmio in investimenti che non aumentano la produttività, perché naturalmente comprare debito pubblico vuol dire sostenere la macchina notoriamente meno produttiva del paese che è lo Stato, mentre per la “capitale del business” s’intende il risparmio che finanzia le imprese. Non solo, nella stessa War Room il professor Stefano Caselli della Sda Bocconi ci ha anche ricordato che il 90% del capitale investito sulla Borsa italiana è estero, mentre il grosso dei portafogli dei fondi d’investimento, cui gli italiani che hanno smesso la pratica del “fai da te” si sono affidati, sono zeppi di titoli di società non nazionali.

Dunque, il patrimonio è ancora molto, ma decisamente mal alloccato, e si sta erodendo. Anche perché nell’ultimo quarto di secolo prima della pandemia, cioè in una fase storica in cui tutto si espandeva, la nostra economia è cresciuta poco o niente, accumulando un gap rispetto ai principali concorrenti nella competizione globale, che oggi, nel quadro della drammatica incertezza geopolitica in cui viviamo, è molto difficile, per non dire impossibile, colmare. Specie se continua la narrazione di comodo (e, ancor più grave, frutto di crassa ignoranza) sulle origini delle nostre difficoltà. In questi anni è infatti passata l’idea che il benessere ci sia stato sottratto dall’avvento della moneta unica europea, dalla globalizzazione, dalla rivoluzione digitale, insomma dagli incredibili cambiamenti avvenuti nel mondo che ci avrebbero sottratto i nostri privilegi. Mentre la responsabilità è solo nostra. Di una classe dirigente che non ha avuto visione e lungimiranza, praticando la politica delle illusioni, e della vecchia struttura della società che ha preferito difendere le rendite di posizione piuttosto che affrontare a viso aperto le sfide della modernità. È questa la tesi anche del professor Mauro Magatti, docente di sociologia alla Cattolica di Milano, che nella War Room dell’8 maggio con Fubini e Caselli già menzionata (qui il link) spiega come la “società signorile di massa”, figlia del benessere prodotto dalla stagione dello sviluppo, rischi di rivelarsi incompatibile con la nuova fase storica in cui siamo entrati, segnata dal declino. La ricchezza diffusa, quella che ha creato il ceto medio più vasto del mondo indagato da Sylos Labini, si è consentita un livello di benessere tra i più significativi al mondo, anche perché accompagnato da straordinarie eccellenze in quei diversi ambiti che abbiamo definito “made in Italy”. Solo che si è votata, quella società, più a consumare la ricchezza accumulata che a crearne di nuova, assecondata da una classe politica che ha preferito costruire strumenti per mantenere quei livelli di consumo – dalla bonus economy alla tolleranza dell’evasione fiscale e del “nero” – invece che tornare a scatenare gli animal spirits, quelli che secondo la definizione keynesiana hanno dato vita alla stagione della “crescita felice”. Ora il giocattolo si è rotto. Perché in un mondo che corre velocemente, spinto da innovazioni epocali come l’intelligenza artificiale – verso cui è significativa la diffidenza che il sistema paese Italia mostra – la società del benessere conservativo non è fatta per reggere la competizione.

Ci vorranno anni perché le fila del grande ceto medio italico si assottiglino, trasformandoci in una “società miserabile di massa”. Ma è del paese che lasciamo ai nostri figli e nipoti, quello di cui stiamo parlando. Ed è a questa prospettiva, da rovesciare, che dovrebbero guardare coloro che, a destra come a sinistra, continuano ad ignorare i numeri e a chiudere gli occhi di fronte alla realtà.

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.