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L'editoriale di TerzaRepubblica

Questione Putin

DALL'UCRAINA A NAVALNY: IL CREMLINO E' UNA DISCRIMINANTE PER TUTTI. A PARTIRE DAL GOVERNO DI CUI SALVINI È VICEPRESIDENTE

di Enrico Cisnetto - 24 febbraio 2024

La morte di Alexey Navalny, quali ne siano state le cause materiali ma essendoci la certezza che sia avvenuta dopo una carcerazione portata oltre ai limiti della sopportazione umana, e sapendo qual è il destino riservato a chi si oppone alla tirannia di Putin, da Anna Politkovskaja in poi, potrebbe (dovrebbe) tracciare una linea di demarcazione nelle coscienze e nelle politiche occidentali paradossalmente più profonda della guerra scatenata dal Cremlino in Ucraina. Oggi sono passati due anni esatti da quel 24 febbraio del 2022 quando Kiev si svegliò sotto le bombe russe. E noi europei, con la guerra alle porte di casa, fummo costretti a fare finalmente i conti con noi stessi per i rapporti che negli anni avevamo instaurato – per necessità (il gas), per interesse (il business) ma molto spesso anche per ammirazione (l’uomo forte) – con quella figura di dittatore imperialista e sanguinario, che nel migliore dei casi ci eravamo ipocritamente limitati a chiamare “democrate”, rispondente al nome di Vladimir Putin. Ha ragione il professor Manlio Graziano a sostenere, nel suo bel libro “Il disordine mondiale” (Mondadori) e nella mia War Room del 14 febbraio (qui il link), che Putin la guerra l’ha persa subito, già nel giro di poche settimane, perché una grande potenza come la Russia, una volta scelto di invadere la piccola Ucraina, doveva essere in grado di assestare velocemente il colpo del ko. Mentre non poteva permettersi, per ragioni militari, economiche e politiche, di affrontare un conflitto lungo e incerto, come poi si è rivelato essere.

Tuttavia, è altrettanto vero che neppure gli Stati Uniti e l’Europa, una volta reagito con gli aiuti a Zelensky e le sanzioni a Mosca, avrebbero dovuto permettere il protrarsi della guerra. Prima di tutto per ragioni umanitarie: pur non esistendo dati ufficiali, si stima che in questi due anni complessivamente siano morti almeno 100mila soldati e altri 400 mila siano rimasti feriti, mentre le vittime civili ucraine sarebbero 30mila, cui vanno aggiunti i 6 milioni che si sono rifugiati in altri paesi. E poi per ragioni geopolitiche, essendo stato chiaro fin dall’inizio che il vero obiettivo di Putin non era tanto la presa dell’Ucraina quanto la destabilizzazione dell’Occidente, e dell’Europa in particolare, affamandola di gas e minacciandone i confini (vedi la reazione della Polonia e l’immediata adesione di Svezia e Finlandia alla Nato). La guerra energetica l’abbiamo sostanzialmente vinta, ma quella militare per nulla: è fallita la cosiddetta “controffensiva”, eccessivamente strombazzata da Zelensky, e il livello della resistenza ucraina si è andata riducendo via via che si affievoliva il sostegno occidentale, dei governi e delle opinioni pubbliche, cui si è aggiunto il calo di popolarità di Zelensky e i problemi che il presidente ucraino ha avuto nella gestione del governo e dei vertici militari.

Inoltre, aprendo da protagonista o da interessata comparsa altri fronti, geograficamente lontani ma ugualmente coerenti con il suo disegno destabilizzatore, Putin ha dimostrato di saper giocare sullo scacchiere mondiale. Oltre alle già sperimentate attività in Africa con la Wagner e alla guerra cibernetica, che sa fare, in Medioriente si è schierato dalla parte di Hamas, pur senza dimenticare il girarsi dall’altra parte di Israele quando la Russia ha invaso l’Ucraina (uno degli errori di Netanyahu) ma soprattutto sta spalleggiando il suo alleato Iran nel supporto alle milizie Houthi e al loro tentativo di bloccare i commerci internazionali che passano dal Mar Rosso. Una mossa per provocare aumenti dei prezzi di materie prime e beni energetici, gettando benzina sul fuoco dell’inflazione, nella speranza di mettere in difficoltà l’economia occidentale. Ma il fronte di cui c’è da essere più preoccupati è quello Baltico. Nei giorni scorsi Mosca ha detto chiaro e tondo che i Paesi Baltici minacciano la sicurezza della Russia e che sono russofobici. Il che sembra preparare il terreno ad un’offensiva militare, peraltro descritta come probabile da diverse intelligence europee.

Ecco perché, pur non essendolo, almeno non pienamente, negli ultimi tempi Putin è apparso un vincente. Fino alla morte di Navalny, però, che potrebbe rilevarsi un clamoroso boomerang. E non solo per lo Zar, ma anche per gli amici più o meno nascosti che il dittatore russo ha in giro per il mondo, Italia compresa. Perché più il Cremlino sfida l’opinione pubblica russa e internazionale – avendo la faccia tosta di parlare di “sindrome da morte improvvisa” e nascondendo la salma dell’oppositore per una settimana, salvo poi ricattare la madre Lyudmila Navalnaya facendole vedere il figlio per firmare il certificato di morte senza restituirle il corpo per imporle una sepoltura in gran segreto – più il moto di indignazione sale. Anche perché, mentre sui media russi si parla di banane e gamberetti che tornano nei negozi dopo una lunga assenza, in Spagna viene assassinato un russo dissidente e alla vedova di Navalny, Yulia, viene sospeso l’account Twitter, seppur momentaneamente, perché esorta alla ribellione. E dunque in tutta Europa manifestazioni, fiaccolate, prese di posizione. Mentre Ue e Usa varano nuove sanzioni alla Russia.

In questo coro a stonare – e stonare di brutto – c’è Matteo Salvini, che se ne è uscito invitando ad aspettare il giudizio dei medici e dei giudici russi, come se il regime potesse consentire loro di esprimersi in libertà. Viceversa, non una parola è stata spesa per i 400 russi arrestati per aver manifestato, o anche soltanto deposto un fiore. Si dice: quelli del capo della Lega sono giudizi personali, da leader di partito. Ma è lecito che un ministro e vicepresidente del Consiglio si esprima così? Si può far finta di piangere Navalny e poi ammiccare a Putin? Ma qui il problema non è tanto Salvini, cui se non altro va riconosciuta una certa coerenza nel suo “putinismo”, quanto chi nella Lega lo ha accettato e lo continua ad accettare come segretario e chi nel governo evita un chiarimento aperto che avrebbe dovuto esserci già da tempo e su molte questioni. Di fronte alle tante prese di posizione a favore di Putin che lo hanno visto protagonista – dalle felpe inneggianti e gli stretti legami intessuti con Mosca dal suo amico e sodale Savoini, anche con la sponda di gruppi di estrema destra – ma soprattutto visti i patti di solidarietà (anche economica, come nel caso della Le Pen?) della Lega con il partito dello Zar, Russia Unita, si dovevano pretendere delle pubbliche spiegazioni.  

Non lo si è fatto con la guerra in corso, coprendosi dietro la foglia di fico dei voti favorevoli dati dai parlamentari leghisti sia alle sanzioni alla Russia che agli aiuti all’Ucraina (dopo aver messo in dubbio quelli di natura militare). Lo si faccia ora di fronte al caso Navalny. Si eviti di credere, o far finta di credere, che la manifestazione “unitaria” che si è svolta a Roma sulla piazza del Campidoglio – ma ci voleva Calenda a convocarla – sia stata sufficiente a darci la patente morale di “indignati”. Intanto perché quella fiaccolata è apparsa di un’insopportabile algida freddezza e carica di una bella dose di ambiguità, visto che la dichiarazione più usata è stata “vogliamo sia fatta chiarezza” come se per un dissidente condannato per reati di opinione e fatto morire in carcere in Siberia ci fosse bisogno di altre spiegazioni. E questo non solo perché non c’era nessun esponente di prima fila del centrodestra o perché mancavano Fratoianni e Conte – un altro che tra gli ammiccamenti a Putin, furbescamente esercitati sventolando la bandiera del pacifismo, e la speranza che Trump torni alla Casa Bianca coltivata insieme ai bei ricordi di quando lo chiamava “Giuseppi”, dovrebbe dare spiegazioni politiche – ma perché di certo si è visto più sdegno nelle marce pro-Palestina (in realtà pro-Hamas) e anti-Israele, o in quelle contro l’Occidente da parte degli odiatori seriali della democrazia liberale, così ostinatamente impegnati nella loro campagna ideologica da perdere di vista, oltre ad Hamas, l’Iran che impicca donne e omosessuali, i militanti terroristi di Hezbollah che lanciano razzi, i “pirati” Houthi del Mar Rosso che attaccano le navi commerciali, la Cina che minaccia Taiwan, il pazzoide coreano che manda armi a Mosca e preannuncia l’uso di testate nucleari un giorno sì e l’altro pure.

Nella War Room di mercoledì 21 febbraio (qui), Paolo Garimberti, Davide Giacalone e Francesco Verderami hanno sottolineato come la simpatia verso il regime di Mosca sia passata in tutta Europa da sinistra a destra, pur nella continuità imperialista che Putin ha dato perseguendo il vecchio sogno sovietico. Lo dimostrano le posizioni del Rassemblement National di Marine Le Pen e dei neo-nazisti tedeschi di Afd, per dire di quelle più esplicite e pesanti. In Italia è avvenuto lo stesso fenomeno, con Salvini (ma non il grosso della Lega, che sono sicuro abbia letto con le lacrime agli occhi l’accorata intervista del vecchio Bossi al Corriere della Sera), con i gruppi di estrema destra e con Conte (che è politicamente indefinibile, in quanto tutto e il suo contrario, ma nel quale per quanto mi sforzi non riesco a vedere alcun tratto di sinistra). Mentre va dato atto a Giorgia Meloni di non essere caduta in questo tranello, facendosi sorreggere nel suo cammino euro-atlantista da un lato da Ursula von der Leyen e dall’altro da Joe Biden. Cosa assai positiva che, però, è compensata dal fatto che nella nostra gauche intellettuale (basti vedere la scaletta e gli ospiti di certi “talk show”) e politica (anche in molti dirigenti del Pd, secondo Verderami) non mancano le simpatie per Putin, magari sottoforma di assordanti silenzi per i dissidenti imprigionati e uccisi o i dimostranti che nelle piazze sono allontanati a suon di manganellate dalla polizia. Che sia per nostalgia del tempo che fu, perché in fondo Urss e Russia pari sono, o che sia per i mai sopiti sentimenti antiamericani e più in generale per il desiderio covato nei lunghi anni della Guerra Fredda e a maggior ragione in questa fase storica di disordine planetario, che prima o poi qualcuno s’incarichi di ridisegnare la cartina geografica del mondo facendo finalmente prevalere l’Est sull’Ovest, sta di fatto che sono in tanti a concedere, nei fatti, l’indulgenza al dittatore russo.

Naturalmente, Putin uscirà trionfatore dalle elezioni presidenziali del 15-17 marzo, visto che i suoi tre avversari, espressione di partiti che non hanno mai fatto opposizione al Cremlino, non possono certo ostacolarlo, e considerato che quel voto di libero ha poco e niente. E sono sicuro che quando entrerà nel quarto di secolo di potere assoluto (come primo ministro e come presidente lo detiene ininterrottamente dal 9 agosto 1999), in Italia saranno in pochi a congratularsi apertamente e in molti a fregarsi le mani in gran segreto. Messi insieme sono comunque una minoranza. Per questo occorre che la maggioranza, cioè tutti gli altri, trovino il coraggio morale e la lucidità politica di reagire facendo proprio l’accorato appello del finanziere americano nemico giurato di Putin, Bill Browder, secondo cui “quello che accade in Russia è una minaccia anche alla nostra sicurezza”. Oggi come non mai.

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.