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L'editoriale di TerzaRepubblica

Forza Italia senza Berlusconi

È STATO UN ERRORE CREDERE CHE FI MORISSE CON IL CAV. FORSE (PER DEMERITI ALTRUI) PUÒ ANCORA AVERE UN RUOLO

di Enrico Cisnetto - 03 febbraio 2024

Ho sbagliato, faccio ammenda. Ho sempre pensato che non ci fosse futuro per Forza Italia dopo Berlusconi, anche in conseguenza del fatto che non c’è stato presente dal 2011 in poi, pur essendo ancora in vita il fondatore. E l’ho ribadito qui non più tardi di sette mesi fa, subito dopo la scomparsa del Cavaliere. Il quale, avendo permeato in chiave leaderistica l’intero sistema politico italiano dal 1994 in poi – quella che erroneamente abbiamo chiamato Seconda Repubblica – per poi lasciarcene le scorie dopo averne consumato il fallimento, non poteva avere eredità politica. In più Forza Italia, essendo nata e vissuta esclusivamente a immagine e somiglianza del suo creatore, non poteva avere una reale e duratura successione, se non eventualmente in chiave dinastica, nell’ambito famigliare. Ora, però, pur riconfermando pienamente queste premesse, ho cambiato idea sulle conseguenze. Ma non perché siano accadute cose inattese, o emerse nuove figure politiche, che mi abbiano indotto a questa riflessione autocritica. Anzi, l’unica nota di rilievo, fin qui, è stato il recente auto-pensionamento di Gianni Letta, che certo non giova a Forza Italia. No, il mio ripensamento deriva dal quadro politico generale, ed è figlio del comportamento degli altri attori politici, in primis Meloni e Salvini. 

Era pensabile – e auspicabile – che il radicale spostamento a destra della Lega, avvenuto sia sul piano nazionale che quello europeo, inducesse la presidente del Consiglio a compiere un significativo e convincente riposizionamento verso il centro, che è il luogo dove – Berlusconi insegna, ma prima di lui la Dc – si conquista il governo del Paese. Quel passo c’è stato, ma finora non è apparso né sufficiente né persuasivo. Un po’ per taluni silenzi inopportuni, un po’ per i guai combinati dal suo inner circle, un po’ per l’ambiguità procurata da certe relazioni europee (vedi Orban), sta di fatto che sia quel taglio del cordone ombelicale che lega Meloni a un passato sovranista e populista tanto da essere stata anti-Ue e anti-euro, sia l’allontanamento delle ombre di un passato più remoto di lei che ancora aleggiano sul suo partito, non sono ancora avvenuti, o comunque non fino in fondo. Nei palazzi romani ora gira voce che dopo le elezioni europee di giugno, Meloni “salirà sul predellino”, cioè ripeterà il gesto che proprio Berlusconi fece nel novembre 2007 quando annunciò coram populo dal predellino della sua automobile in piazza San Babila a Milano, la confluenza di Forza Italia in un nuovo partito di tutto il centrodestra, poi battezzato Il Popolo della Libertà. Può darsi. Ma a parte il fatto che l’esito di quella operazione non fu propriamente felice, resta una differenza fondamentale: il Cavaliere partiva dal centro per annettersi la destra, mentre per Meloni sarebbe il contrario, e non è cosa di poco conto. E poi non è affatto detto che attendere l’esito delle elezioni, anziché farlo prima, sia la mossa giusta. Perché se poi non dovesse andare in porto il tentativo che Meloni farà con il suo gruppo dei Conservatori di entrare in una combinazione politica per la guida dell’Unione Europea – sostitutiva dei socialisti nell’alleanza con i popolari con tutta probabilità lo escluderanno i numeri, in aggiunta lo renderanno difficile le diversità politiche visti i rapporti con i mondi del post-fascismo (dagli spagnoli di Vox ai polacchi del primo ministro Morawiecki, fino agli ungheresi del filo-putiniano Orban) – dopo, a Roma, su quale posizione politica Meloni potrebbe chiedere ai suoi attuali alleati (si fa per dire) di governo di fondersi con Fratelli d’Italia in una sorta di “fronte nazionale”? E comunque, la Lega dovrebbe prima “de-salvinizzarsi” per poter immaginare di aderire ad un’operazione del genere, mentre non si vede quale possa essere l’interesse dell’azionista di controllo di Forza Italia – ricordiamo che la sopravvivenza del partito dipende dal mantenimento da parte della famiglia Berlusconi delle fidejussioni sul centinaio di milioni di debiti accumulati – a lasciare per intero il bastone del comando alla presidente del Consiglio, che certo non è stata tenera con Mediaset (ricambiata).  

Ecco perché Forza Italia rimane – suo malgrado, si potrebbe aggiungere con sarcasmo – un attore chiave nella sceneggiatura della nostra politica. Fa parte del Ppe, e in questa fase è un elemento chiave. È fattore di riequilibrio dell’alleanza di “destra-centro”, cosa che appare decisiva stante lo spostamento a destra di Salvini e il solo parziale riposizionamento di Meloni al centro. Paradossalmente, persino la mancanza del Cavaliere le fa gioco, perché ha spento il fuoco dell’antiberlusconismo (sentimento morto insieme con l’oggetto dei suoi strali, come dimostrano le rievocazioni quasi sdolcinate anche dei vecchi nemici, della “discesa in campo” del re delle televisioni, avvenuta trent’anni or sono con il celebre messaggio televisivo del 26 gennaio 1994). E poi, a chi dovrebbero andare i voti dei moderati, dei liberali? Escludendo il Pd, tantomeno ora che è in mano alla Schlein, e i 5stelle (quel pezzo di voto qualunquista che andava al personaggio Berlusconi i grillini se lo erano già accaparrato nel 2018), rimarrebbe solo il Terzo Polo se non fosse che Calenda e Renzi fanno di tutto perché non esista. Si dirà: ma è dal 2014, quando Fratelli d’Italia era nata da nemmeno un paio di anni, che Forza Italia perde consensi (nel 2013, come Pdl, prese ancora il 30%), fino ad arrivare al misero 8% delle ultime politiche. E dunque la sua marginalizzazione politica non nasce per effetto (o colpa) di Meloni. Nel 2018 Forza Italia era arretrata al 14%, ma Fratelli d’Italia era ancora ferma a poco più del 4%. Ciò significa che in quel caso una parte del tradizionale bottino elettorale berlusconiano era andato ai 5stelle, una parte aveva virato verso la Lega consentendole il sorpasso (arrivò al 17%), e una parte non piccola, quella dei delusi, aveva preso la strada dell’astensionismo. Quanto al 2022, una fetta consistente di chi aveva votato Lega o 5stelle ha preferito Meloni, mentre la quota aggiuntiva di ex consensi berlusconiani ha scelto il partito di gran lunga maggioritario, che è quello di coloro che restano a casa perché non trovano più sulla scheda elettorale nulla che minimamente li soddisfi.  

Ed è proprio a chi ha già praticato l’astensionismo o pensa di praticarlo a giugno, che Forza Italia può rivolgersi più di chiunque altro dando a costoro un motivo – nel grande bailamme geopolitico che stiamo vivendo – di rafforzare un partito di governo, tanto a Roma quanto a Bruxelles. E con ciò assicurando agli eredi del Cavaliere un futuro che non sia solo quello della mera sopravvivenza. Certo, è vero ciò che sostiene Giuseppe De Rita (si veda la War Room di giovedì 1 febbraio con anche Dario Di Vico e Nicola Rossi, qui il link) circa la deriva verso il rancore sociale e la paura del cambiamento da parte del grande ceto medio italiano, cui Forza Italia ha sempre guardato come primario serbatoio elettorale. Da quei sentimenti ne è nato un riflusso qualunquista e negazionista (con cui sono andati a nozze Grillo e i suoi seguaci) e una domanda di protezione, per intercettare la quale si è generata la cosiddetta “bonus economy” (intingolo in cui hanno pucciato il pane tutte le forze politiche). E questo clima socio-culturale non è certo quello ideale per una forza moderata e liberale, tanto più se privata dell’istrionismo (pur declinante) di un pifferaio magico qual era Berlusconi. Ma è pur vero che la parte più moderna della società – imprenditori, partite Iva, lavoratori autonomi, specie coloro che per mestiere maneggiano la conoscenza nelle sue molteplici articolazioni – quella che in larga misura si è rifugiata nell’astensione non per qualunquismo ma per scelta ponderata, non aspetta altro che avere a disposizione un’offerta politica che soddisfi, almeno minimamente, le sue esigenze. 

Forza Italia tenterà di percorrere questa strada, e nel caso sarà in grado di rappresentare il punto di approdo che milioni di italiani vanno cercando? Certo, partire dal fatto che il fondatore non abbia mai seriamente pensato ad un suo successore, un po’ perché si è sempre ritenuto eterno, e un po’ perché ha sempre avuto una visione padronale del “partito-azienda”, destinato per forza di cose a finire con lui, non agevola. Così come non aiuta la dipendenza economica dalla famiglia del fondatore. Ma se avrà la lungimiranza di aprire il partito a forze sociali e personalità innovative, rinnovando e svecchiando la sua classe dirigente, se capirà che la circolazione delle idee e l’elaborazione programmatica sono priorità assolute, insomma se sarà più partito vero e meno strumento al servizio di interessi personali, allora forse il miracolo potrà avvenire.   

Qualche giorno fa Angelo Panebianco ha ricordato di aver commesso un errore nel 1994 scrivendo sul Corriere della Sera del 27 gennaio di quell’anno che la “discesa in campo” si sarebbe rivelata un insuccesso elettorale. Io, allora, lo sbaglio di credere che non avrebbe sbaragliato la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto non lo commisi, ma nello stesso tempo, pur auspicando la sconfitta di quella sinistra che non aveva fatto i conti con la sua storia solo per aver cambiato le insegne della bottega, non ho mai pensato che l’avvento del berlusconismo valesse la pena per il solo fatto di aver impedito la vittoria dei comunisti. Era (ed è) perché, contrariamente al mio amico Panebianco, non ho mai creduto che l’avvento del maggioritario e del bipolarismo rappresentasse un vantaggio per il Paese (tema sul quale con Angelo abbiamo amabilmente ma aspramente discusso per una vita). Credo che il declino trentennale che ha vissuto e sta vivendo l’Italia, l’infinita transizione politico-istituzionale mai portata a un qualche compimento, militino più a favore delle mie tesi che di quelle di chi crede che l’alternanza fra schieramenti contrapposti sia una virtù che compensa e sovrasta qualsiasi altro difetto del sistema. Ma qui poco importa stabilire torti e ragioni. Quello che conta che tanto il sottoscritto quanto il politologo bolognese editorialista del Corriere siamo d’accordo sul fatto che la famosa “rivoluzione liberale” promessa da Berlusconi non si sia mai realizzata, neppure di striscio. E che ci sarebbe tanto bisogno di una forza che prendesse in mano quella bandiera, possibilmente con maggiore consapevolezza e minore ostentazione propagandistica. Magari per ottenere, nel breve, che intanto non si compia la “rivoluzione illiberale”.

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