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Public Policy

L'editoriale di Terza Repubblica

Il proporzionale contro il populismo

IL GOVERNO DRAGHI NON CADRÀ MA BISOGNA GIÀ GUARDARE AL DOPO

di Enrico Cisnetto - 21 maggio 2022

Esiste una dicotomia sempre più accentuata, e per me insopportabile, tra la rappresentazione scenica della lotta politica che si proietta attraverso i media e i social, carica di forzature finalizzate a lucrare (presunti) vantaggi elettorali, e la realtà della medesima che se ne ricava nelle sedi proprie, a cominciare dalle aule parlamentari, dove tutto risulta più sfumato, per non dire opposto. Per questo ero e resto convinto che il governo Draghi non corra alcun pericolo reale, e che l’unico che possa interromperne anticipatamente il cammino sia lo stesso presidente del Consiglio, visibilmente contrariato per il logoramento che questo stato di cose procura al suo esecutivo e alla maggioranza che lo sorregge. Ma se come ho detto e ripetuto in questa sede, con la guerra russa in Ucraina e gli obiettivi geopolitici di stampo imperialista di Putin la politica estera è tornata ad essere, come è stata dal dopoguerra fino alla caduta del muro di Berlino, una discriminante fondamentale, anzi una pre-condizione, nello scacchiere politico italiano, allora è evidente che è anche e soprattutto alle prospettive della prossima legislatura che occorre guardare. E per tempo, visto che mancano solo 10 mesi alla fine di questa. Certo, a decidere saranno gli elettori, ma occorre preparare le condizioni giuste perchè dalle urne esca una scelta di governo il più possibile solida e duratura.

Il nodo, con tutta evidenza, è quello delle coalizioni. Il vecchio bipolarismo ha lasciato al bipopulismo, cioè la sua versione peggiorata, il quale ammesso che produca un vincente e un perdente alle elezioni, comunque non regge l’urto delle difficoltà nel governare. Pur applicando anche qui la distinzione tra la realtà virtuale e quella fattuale delle dinamiche tra e dentro i partiti, non si può non rilevare le distanze siderali che i 5stelle versione Conte (ma non Di Maio) hanno con il Pd (non tutto, il radicalismo e il populismo allignano anche da quelle parti), così come si fa prima a contare le poche cose che accomunano i tre principali partiti del centro-destra che le molte che li separano quando li contrappongono in modo netto (fino al punto che l’atlantismo della Meloni fa essere FdI molto più di governo, pur stando all’opposizione, di quanto non lo siano Lega e parte di Forza Italia per via del putinismo strisciante e mal camuffato di Salvini e Berlusconi).

Ora, è possibile, anzi probabile, che la forza d’inerzia che sorregge i vecchi schieramenti, sommata alla complessiva inettitudine delle classi dirigenti dei partiti, spinga il vecchio centro-sinistra e il vecchio centro-destra a riproporsi così come sono. D’altra parte se sulla Treccani si cerca il significato di “coazione a ripetere”, si trova: “tendenza incoercibile, del tutto inconscia, a porsi in situazioni penose o dolorose, senza rendersi conto di averle attivamente determinate, né del fatto che si tratta della ripetizione di vecchie esperienze”. Appunto. Ma la dolorosa esperienza fin qui fatta ci dice che quand’anche prevalesse la “coazione a ripetere”, altrettanto si ripeterebbero i fallimenti di entrambi le coalizioni una volta arrivate al governo. Immaginate Letta e Conte che litigano sui termovalorizzatori o sulla distinzione (inesistente) tra armi difensive e armi offensive, così come potete già scommettere che l’Europa, le scelte di politica economica e i diritti civili saranno i temi su cui si spaccheranno i tre moschettieri del centro-destra, ammesso e non concesso che siano stati in grado di superare il primo scoglio, quello di chi comanda.

Per questo l’unico antidoto è adottare una legge elettorale che aiuti i recalcitranti a sciogliere i vincoli politici derivanti da matrimoni di (presunta) convenienza. E l’unico sistema di voto che assicura questo risultato è il proporzionale, seppure corretto da uno sbarramento (per esempio il 5%) sufficiente ad evitare la frammentazione. Modalità tanto più necessaria dopo che è stata approvata la demagogica riduzione del numero dei parlamentari, visto che avrà effetti talmente distorsivi sulla composizione del futuro Parlamento e sulla rappresentanza dei cittadini che in un Senato di 200 senatori, se permanesse l’attuale legge elettorale in 7-8 Regioni più piccole e nelle Province Autonome avremmo rappresentati solo i primi due partiti. Anche per questo, insieme alla riscrittura della legge elettorale andrebbero varati altri provvedimenti di natura costituzionale – dalla riscrittura dei regolamenti parlamentari alla revisione della mappa delle circoscrizioni, dall’introduzione della “sfiducia costruttiva” (schema tedesco) all’equiparazione delle modalità di assegnazione dei seggi tra Camera e Senato (oggi differenziate, tanto da esporre al rischio che nei due rami del Parlamento si formino maggioranze diverse) – necessari per dare senso compiuto alla riforma elettorale.

Ma ci sono le condizioni e il tempo perchè questo avvenga? Teoricamente sì. Ma quando si sente dire da Enrico Letta – che pure si è mostrato favorevole al cambiamento, e in favore del proporzionale – che è “difficile in un tempo come questo mettere la legge elettorale come priorità”, allora i timori prevalgono. Eppure, un po’ tutti avrebbero interesse a guadagnare spazi e libertà di movimento. A cominciare da Letta, la cui idea di creare un “campo largo” che vada da Leu a Calenda e Renzi passando per M5s rischia di naufragare prima ancora di patire, e dalla Meloni, sempre più insofferente agli alleati via via che i sondaggi le accreditano il peso maggiore, nella coalizione e forse nel Paese. Inoltre, l’adozione del proporzionale favorirebbe la nascita di quel “partito che non c’è ancora”, in stile Macron, di cui si sente un gran bisogno ma la cui nascita fin qui si è scontrata da un lato con la difficile, e probabilmente poco redditizia sul piano del consenso, aggregazione delle forze esistenti più centrali nello schieramento politico, tutte piccole e vittime di un eccesso di personalizzazione, e dall’altro con l’infertilità della società civile, che non riesce a sprigionare energie capaci di generare nuove realtà politiche.

La mia sensazione è che nell’opinione pubblica più attrezzata la vecchia inclinazione favorevole al maggioritario perchè, si dice, “consente di sapere la sera del voto chi ha vinto e chi ha perso”, perchè costringe ad allearsi prima anzichè dopo in Parlamento o perchè favorisce l’alternanza, sia fortemente in declino, nella consapevolezza che la semplificazione “chi vince prende tutto e chi perde si prepara per la volta successiva” sia stata una pia illusione che ci ha inchiodato ad un declino ormai trentennale. E anche chi pervicacemente crede che lo schema bipolare sia giusto in sé e il fatto che sia stato malpraticato non sia motivo sufficiente per abbandonarlo, comincia a vacillare avendo constatato che il cattivo funzionamento del nostro bipolarismo ha cause intrinseche, e cioè che siamo un paese frammentato, che se deve dividersi lungo una faglia bipolare finisce per cadere nella trappola della contrapposizione fra angeli e demoni, buoni e cattivi, guelfi e ghibellini, monarchici e repubblicani, berlusconiani e antiberlusconiani, renziani e antirenziani. Forse si è finalmente capito che non è stato casuale, all’inizio degli anni Novanta, che l’affermazione del maggioritario sia stata accompagnata e favorita dall’esplosione dell’anti-politica. La quale poi, fattasi ceto dirigente, è stata a sua volta spazzata via quando non ha saputo far fronte alla crisi finanziaria degli anni Duemila lasciando il campo al “vaffa” grillino, nuova (e peggiore) versione dell’antipolitica, grazie alla quale i 5stelle prima sono andati al potere e poi (inevitabilmente) sono implosi. Confermando che quando la storia si ripete, la seconda volta è sotto forma di farsa. Ora, per evitare che la terza volta diventi tragedia – e un po’ già ci siamo – dobbiamo fare in modo che la storia cambi. Non si tratta, come si dice qualunquisticamente, di tornare alla Prima Repubblica, ma di capire che siano stati errori esiziali cui occorre assolutamente porre rimedio l’aver introdotto il maggioritario e conseguentemente adottato il bipolarismo senza fare le modifiche costituzionali necessarie per rendere gli ordinamenti istituzionali compatibili con quelle scelte, l’aver fatto credere ai cittadini che eleggessero un premier (consentendo forzature come l’inserimento del nome del presunto candidato nel simbolo), l’aver battezzato gli accordi parlamentari come “inciuci”, mentre il nostro era ed è rimasto un sistema rappresentativo, l’aver demonizzato i partiti condannando a morte quelli che erano ancorati alle culture politiche del Novecento, facendo nascere forze basate esclusivamente sugli individui, l’aver confuso alternanza con bipolarismo.

La verità è che i sistemi bipolari non esistono e non resistono se non in presenza di organizzazioni istituzionali che rendono forte il governo, sia con un’investitura popolare diretta che con un rapporto di non costante dipendenza dal Parlamento. Volendo si può andare in quella direzione, ma non basta una legge elettorale, occorre mettere mano alla Costituzione. Oggi questa condizione, però, non esiste. Mentre è possibile, e indispensabile, scardinare il bipopulismo che si è venuto a creare. Certo, la vera differenza la fanno la cultura politica e la capacità di elaborazione programmatica delle forze in campo (e magari di quelle che ancora non ci sono ma potrebbero e dovrebbero esserci). Ma una nuova legge elettorale, di tipo proporzionale (corretto) aiuta, eccome se aiuta. Dobbiamo essere consapevoli che dopo Draghi sarà necessario ricostruire il sistema politico. E la premessa per riuscirci è liberarsi una volta per tutte di un meccanismo che spinge, anzi obbliga, a creare coalizioni del tutto disomogenee, costruite per vincere le elezioni ma non per governare. Tant’è vero che si frantumano subito dopo le elezioni, sotto il peso delle contraddizioni interne sommate alle bugie raccontate ai cittadini (non è un caso che dal 1992 ad oggi, ogni governo uscente non abbia mai vinto le elezioni successive).

Non è questione per addetti ai lavori, stiamo parlando del funzionamento, o meno, della politica e delle istituzioni. E quindi della vita di tutti. Per questo occorre che qualcuno in Parlamento si muova, magari sospinto dalle componenti riformiste della società civile e da qualche media di buona volontà. Noi di TerzaRepubblica torneremo a battere il chiodo.

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.