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L'editoriale di Terza Repubblica

Italia-Francia per due riconferme

IL TRATTATO DEL QUIRINALE È UN PATTO DI FERRO DRAGHI-MACRON IN CHIAVE DI LEADERSHIP EUROPEA

 

di Enrico Cisnetto - 27 novembre 2021

Se l’avvento di Mario Draghi sulla scena politica italiana è stato, a inizio anno, la più sonora ed efficace delle randellate appioppate sulla testa del populismo nazionale, ora il patto di “cooperazione rafforzata” con la Francia, che rappresenta l’apice della politica estera del suo Governo e apre scenari nuovi in Europa proprio mentre la Germania si appresta a sperimentare un governo senza i popolari, rappresenta il colpo più duro assestato al sovranismo. Nostrano, francese ed europeo. 

Partiamo da un presupposto ineludibile: l’Italia si salva, cioè esce dalla crisi e rimonta il declino strutturale in cui è scivolata da tre decenni, solo ed esclusivamente in Europa e grazie all’Europa. Da sola non può farcela. E per questo occorre non soltanto che sia saldamente ancorata a Bruxelles e ci resti, ma anche che riesca trasformare lo storico asse Parigi-Berlino in un triangolo con Roma, come terzo lato. Mi sembra che il cosiddetto Trattato del Quirinale, firmato ieri e suggellato dalla stretta di mano congiunta Macron-Mattarella-Draghi, vada in questa direzione. La Francia, timorosa di restare orfana di Angela Merkel, cercava un interlocutore non alternativo, ma integrativo rispetto ai tedeschi. L’Italia, preoccupata che la soluzione “semaforo” (cioè socialdemocratici, liberali e verdi) trovata all’esito delle elezioni tedesche possa ridare fiato alle posizioni rigoriste  a Berlino nel momento in cui andrà riscritto il Patto di Stabilità, aveva bisogno di riconquistare centralità rispetto all’assoluta marginalità in cui gli ultimi governi l’avevano costretta. Questa convergenza d’interessi, unita al desiderio di Macron di essere rieletto l’anno prossimo, e a quello di Draghi di riuscire a convertire la leadership economica e finanziaria conquistata in Europa grazie alla politica monetaria che ha svolto come presidente della Bce, in leadership politico-istituzionale nella sua veste di capo del governo italiano – desideri altrettanto convergenti – hanno creato le condizioni ideali per mettere nero su bianco le ragioni, ma soprattutto gli strumenti, di un’alleanza che non è esagerato definire storica. 

E che si tratti di una scelta giusta lo si evince, per riflesso, dai mugugni sollevati dalle due destre nazionaliste, quella italiana che teme un neo colonialismo transalpino, e quella francese che tenta disperatamente di sottrarre a Macron un’arma che gli può consentire di dare a Marine Le Pen l’ennesima sconfitta. D’altra parte, l’attuale inquilino dell’Eliseo è per definizione la bestia nera del populismo nazionalista francese (e non solo), mentre sul nostro fronte Matteo Salvini, alleato di Marine Le Pen e Giorgia Meloni (a sua volta alleata con quel Viktor Orbán che ha portato l’Ungheria ai margini dell’Unione Europea), faticano a ignorare che il Trattato indica una direzione di marcia opposta alla loro. È forse un caso che nel giorno della firma del patto italo-francese Salvini se ne sia uscito dicendo che “la Lega sta pagando la scelta di entrare al governo”? E che qua e la si cominci a (ri)parlare di “sovranismo europeo” – il Vecchio Continente come “terza forza” è una antica suggestione della destra europea mai limpidamente atlantista – quando è chiaro che il Trattato si colloca senza sbavature sia nella prospettiva della totale integrazione politica e istituzionale dell’Europa, seppure attraverso un processo basato sulla logica dei cerchi concentrici (Germania-Francia-Italia il primo), sia in quella di un ulteriore consolidamento del rapporto con gli Stati Uniti (tanto più ora con Biden), senza indulgere su posizioni “terziste” rispetto a Cina e Russia, pur cercando di evitare di essere stritolati nella morsa della competizione tra Washington e Pechino (e pure con Mosca). Insomma, sia Macron che Draghi vogliono un sano multilateralismo e il patto franco-italiano, pur essendo bilaterale, non contraddice questo proposito, ma semmai lo rafforza sommando i medesimi intendimenti. 

È evidente, però, che una delle ragioni fondamentali per cui quanto si era iniziato a discutere nel 2017 (Gentiloni e Macron a Lione) ha trovato ora la luce sta nella comune preoccupazione di Parigi e Roma, di quanto accade a Berlino. Le incognite che gravano sul nascente governo che sarà guidato da Olaf Scholz, e che vedrà il liberale Christian Lindner assumere la guida del decisivo dicastero delle Finanze, sono molte. A cominciare proprio dal fatto che il liberal-conservatore Lindner, quando era all’opposizione della Merkel, imprecava contro l’Italia e propugnava una linea rigorista che neppure alla Francia stava (e sta) bene. Anche nel migliore dei casi, comunque, ci vorrà tempo perché il cancelliere socialdemocratico prenda il giusto passo europeo, riempiendo il vuoto di leadership creato dall’uscita di scena della pragmatica cancelliera democristiana. Ecco perchè l’asse Macron-Draghi: da un lato per colmare l’assenza di guida, per quanto momentanea, dei processi comunitari, dall’altro per creare le condizioni di redini gestite in modo plurale, riequilibrando il peso, fin qui preponderante, della Germania. 

Perchè ciò avvenga davvero, al di là degli annunci e delle photo opportunity, serve un forte legame personale. E i due, Macron e Draghi, in questi mesi hanno dato la sensazione di averlo creato e di volerlo preservare: fitta agenda di incontri bilaterali, feeling personale, scambio di informazioni e confidenze. Per esempio, proprio in questi giorni un terreno d’incontro è stata la partita Tim, che prima ancora che su quello finanziario si è giocata sul terreno della politica internazionale, e più specificatamente lungo l’asse Roma-Parigi. 

Come si sa, da tempo l’azionista di riferimento (con il 25% del capitale) dell’ex monopolista telefonico è la francese Vivendi, controllata dalla famiglia Bolloré. Ed è degli ultimi giorni la notizia di una manifestazione d’interesse del fondo speculativo americano Kkr (molti l’hanno scambiata per un’opa, ma almeno fin qui non lo è). Ora, i non bene informati o i propalatori di fake analisis raccontano che alla base dell’entente cordiale tra Eliseo e palazzo Chigi ci sia il desidero di Macron di contrastare gli interessi del suo connazionale Vincent Bolloré, reo di aver trasformato un noto giornalista, Eric Zemmour, polemista televisivo su posizioni radicali di ultra destra, in un candidato alle presidenziali del prossimo anno, pericolosamente in concorrenza con il presidente uscente. Errore. L’arruffapopoli Zemmour è sì un’invenzione, prima giornalistica e poi politica, di Bolloré, ma per la ragione opposta: è lì per rompere il fronte dell’elettorato di centro-destra, e dunque per togliere voti all’unica candidatura che può davvero battere Macron, quella della Le Pen. E che questa sia la vera storia di Zemmour, lo dimostra il fatto – che posso raccontare con cognizione di causa – che questo macchiavellico piano sia stato partorito da Nicolas Sarkozy, vicinissimo a Macron e leader di riferimento di molti ministri che sono nel governo guidato da Jean Castex.  L’ex Presidente della Repubblica è il grande elettore dell’attuale inquilino dell’Eliseo, e sa bene da politico scafato qual è che per riconfermare Macron bisogna portare via voti al Rassemblement National della Le Pen. Ora, Bolloré e il suo plenipotenziario Arnaud de Puyfontaine, nato giornalista ed essendosi sempre occupato di media e avendo vissuto a fianco di Sarkozy la dimensione politica, hanno individuato nell’ex editorialista del quotidiano Le Figaro, che ultimamente si è messo a parlare alla pancia del popolo dagli schermi di un canale televisivo (di proprietà di Vivendi) sciorinando invettive contro il declino da globalizzazione e l’islamizzazione della società francese, in modo così radicale da beccarsi un paio di condanne per discriminazione e incitazione all’odio razziali, l’uomo giusto per spaccare la destra transalpina. 

Naturalmente Macron è grato a Bolloré e al suo gruppo di questo aiuto, e della vicenda non ha certo mancato di fare cenno a Draghi, sapendolo ansioso di tenere monitorata la campagna elettorale. Per il nostro presidente del Consiglio l’esito delle elezioni francesi è dirimente per capire cosa succederà in Europa, e quindi anche quale sorte toccherà all’Italia. E Draghi tifa per la riconferma di Macron. Il quale era ieri a Roma per firmare il Trattato del Quirinale proprio nel giorno in cui il consiglio di amministrazione di Tim si è riunito per assumere importanti decisioni. Alcune delle quali stanno a cuore a Bolloré perché gli consentono di confermare e consolidare la presa di Vivendi su Tim. E non c’è dubbio che Macron abbia speso più di una parola a suo favore. I patti, nella geopolitica, sono anche questo. 

Ora, però, da tutto ciò è facile desumere quanto anche per Macron sia importante l’ex presidente della Bce. E la continuità che sarebbe assicurata dal suo permanere alla guida del Governo. Forse dopo la firma del Trattato e lo svolgimento delle cose in Tim in chiave francese, la distanza che separa Draghi dal Quirinale è aumentata.

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