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L'editoriale di Terza Repubblica

Giustizia: appello alla sottoscrizione dei referendum

Se raccoglieranno milioni di firme, sarà rivoluzione

di Enrico Cisnetto - 09 luglio 2021

Ho firmato per i referendum sulla giustizia, e vi invito caldamente a farlo anche voi, se già non avete provveduto. L’ho fatto senza aver particolarmente approfondito i contenuti dei sei quesiti referendari, i cui dettagli reputo secondari. Perchè, come ho detto a Radio Radicale (qui il link), il mio lo considero un atto politico, prevalente sugli aspetti tecnici. Sulla giustizia c’è bisogno di voltare pagina, e in modo radicale (aggettivo e sostantivo allo stesso tempo), e occorre che forze politiche, parlamento e governo sentano che i cittadini italiani hanno maturato questa convinzione e in massa accorrono a firmare. Poi lo strumento del referendum abrogativo è per definizione monco, e dunque richiede l’intervento riformatore del legislatore. Oggi la riforma organica della giustizia, civile e penale, è richiesta dall’Europa, alla cui realizzazione ha deciso di subordinare l’erogazione dei fondi del Recovery, e inserita nel programma dell’esecutivo Draghi. Dunque, non nutro dubbi che si faccia. Ma sui tempi di esecuzione, sulla sua qualità e profondità, la partita è ancora tutta da giocare. E il risultato della campagna referendaria – che per essere politicamente efficace non deve fermarsi alla soglia minima necessaria di 500 mila per ciascun quesito, ma deve risultare travolgente – sarà decisivo.

Prendete il compromesso raggiunto giovedì sera in consiglio dei ministri sugli emendamenti proposti dal ministro della Giustizia, Marta Cartabia, al disegno di legge che delega il Governo “per l’efficienza del processo penale e le disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari pendenti presso le corti d’appello”: come tutte le mediazioni non scontenta e non soddisfa del tutto nessuno. Dal mio punto di vista è apprezzabile se si pensa che c’era di mezzo la stabilità se non addirittura la sopravvivenza del governo, ma lascia l’amaro in bocca perchè sulla prescrizione e sui tempi dei processi, come su tanti altri punti, ci vuole ben altro. Insomma, la riforma Cartabia è un punto di partenza, non di arrivo, e i referendum sono la chiave di volta per farle fare un salto di qualità e incisività.

In ballo ci sono due differenti questioni. La prima è di natura giuridica: il fallimento della giustizia, il suo (mal)funzionamento, il venir meno dello stato di diritto. E si cura con una riforma che aggredisca tutti i mali: dalla durata dei processi alla carcerazione preventiva, dalla separazione delle carriere al Csm. Ma non mi addentro, è roba per esperti. La seconda questione, invece, è politica, e qui mi vorrei soffermare, anche perchè la considero propedeutica alla prima. Parlo dello squilibrio dei poteri, prodotto dalla cultura giustizialista, a danno tanto del potere politico e dei suoi strumenti (i partiti), quanto dei corretti assetti istituzionali. E si cura con un’azione culturale e di informazione, di cui il referendum promosso dai Radicali è un tassello importante, che tenda a rimettere in asse ciò che ormai da decenni è disequilibrato. Trent’anni fa gli italiani, di fronte al decadimento della politica che cominciava a non riuscire a dare più risposte alle loro richieste, pensarono che la soluzione fosse un bel repulisti prodotto dalla magistratura, cui peraltro la politica, abdicando ai suoi compiti, aveva già delegato oltre un decennio prima il compito di sconfiggere il terrorismo, ponendo così le premesse per il “sorpasso” nella gerarchia dei poteri. Ma da Tangentopoli a Palamara, ora il paradigma si è rovesciato. La magistratura ha via via perso la credibilità che gli era stata attribuita, sotto il peso del crescere dei casi di custodie cautelari ingiustificate, se non per esercitare pressione sugli indagati, di indagini preliminari accompagnate da clamore mediatico, tenute aperte all’infinito e poi finite nel nulla, così come di condanne rivelatesi ingiuste e ribaltate nel secondo o terzo grado di giudizio. Si è capito che il dogma secondo il quale ciascuno di noi è colpevole fino a prova contraria (e anche dopo) era una mannaia che prima o poi ci avrebbe colpito, direttamente o nella cerchia degli affetti e delle amicizie, senza fare sconti. Si è visto che in molti casi le congetture circa l’uso politico delle inchieste (la famosa giustizia ad orologeria) con il senno di poi sono diventate certezze. Da Di Pietro e la sua fallimentare avventura in politica all’immacolato Davigo e il suo penoso tentativo di restare abbarbicato alla poltrona del Consiglio superiore della magistratura, si è assistito alla progressiva “caduta degli dei”, magistrati che hanno voluto conquistare un improprio consenso popolare e che poi ne sono rimasti vittime quando il vento è cambiato.

Ecco perchè io credo – e molte indagini demoscopiche e sociologiche lo confermano – che ora quella “maggioranza rumorosa” degli italiani che un tempo mise sul podio i magistrati elevandoli ad eroi pronti a punire quei mentecatti di politici – era il tempo del “cappio” in Parlamento, a cura di un partito, la Lega, che oggi, significativamente, è co-promotore dei referendum – si sia trasformata in una “maggioranza silenziosa” che ha acquisito coscienza non solo delle storture della mala-giustizia, ma anche dei danni politici ed economici che lo strapotere della magistratura ha prodotto. Ha capito che in quel solco è cresciuta non una sinistra di governo, moderna e riformista, ma un ceto politico – che definire dirigente è far torto all’etimologia della parola – in cui hanno trovato un posto di prima fila incompetenti, dogmatici, buoni a nulla, che arrivati al potere hanno mostrato bramosia e avidità, altro che giustizieri duri e puri (e non parlo solo dei grillini, perchè i populisti d’attacco li ha coltivati anche sia la sinistra che le destre). Ha capito, la maggioranza degli italiani, che la cultura giustizialista saldata con quella negazionista e anti-scientifica ha prodotto un’incultura che ha mostrato tutti i suoi effetti perniciosi in occasione della diffusione della pandemia e della ricerca dei rimedi, così come saldata a quella del “no a tutto” ha bloccato lo sviluppo e il rammodernamento delle infrastrutture, ha rallentato il miglioramento del nostro sistema energetico, ha allontanato gli investimenti stranieri e disincentivato quelli nazionali. In una parola, ha contributo al declino socio-economico del Paese. Di un’intervista che un comunista d’antan come il vignettista Sergio Staino (per una vita all’Unità) ha rilasciato per annunciare che avrebbe firmato i sei quesiti referendari, mi ha colpito la frase con cui ha smontato la tesi peregrina di chi dice l’impegno della Lega nella raccolta delle firme targa “a destra” il referendum: “Il guaio non è Salvini, ma certa magistratura, coperta dalla mia sinistra, che dal ’92 condiziona la politica in Italia”. Benvenuto tra noi, meglio tardi che mai. Forse c’era bisogno che si avverasse una profezia che anni fa mi confidò il presidente Cossiga, in una delle nostre tante piacevoli chiacchierate private (che rimpiango da morire) a cotè di quelle pubbliche a Cortina. Rispondendo alla mia domanda su quando sarebbe finita la degenerazione secondo cui l’Italia era un paese in mano ad una classe dirigente fatta di criminali, a meno che non si avesse il beneplacito del potere giudiziario, lui mi disse in un divertente slang sardo-romano: “A Cisnè, quando i magistrati si arresteranno tra di loro”. Ci siamo.

Ecco, però, c’è bisogno che questa maggioranza di italiani consapevoli che la giustizia vada riformata perda la caratteristica di “silente” e diventi “vociante”, e la sottoscrizione dei referendum è l’occasione giusta. C’è bisogno di una risposta massiccia, milioni di firme che certifichino senza ombra di dubbio il cambiamento epocale di cui mi sono spinto a dirmi certo. E tra queste ce ne vorrebbero un numero significativo apposte sugli appositi moduli da cittadini che di mestiere fanno i magistrati. Per ora se ne è saputo solo di uno, il giudice Andrea Mirenda di Verona. Ma sono convinto che siano in tanti – forse la maggioranza, che in questo caso più che silenziosa è “nascosta” – i magistrati animati da sincero spirito garantista, coscienti che la giustizia non funziona e che occorre una riforma strutturale per cambiare le cose. Poi sarà il parlamento che potrà, anzi dovrà, recepire lo spirito dei referendum e le loro indicazioni.

Consentitimi, dunque, un appello accorato. Se condividete questi giudizi, se vi sentite idealmente parte di questa maggioranza di italiani consapevoli che la giustizia va cambiata, come peraltro ci chiede in modo insistente l’Europa, non siate pigri o, peggio, pavidi: andate ai banchetti dove si raccolgono le firme, e firmate. Se saremo milioni, la rivoluzione buona si potrà finalmente compiere.

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