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L'editoriale di Terza Repubblica

La bestemmia di sperare in Grillo

La "Guerra dei Roses" grillina procura guai al governo e alla politica

di Enrico Cisnetto - 01 luglio 2021

Come volevasi dimostrare. Nel 2018, al cospetto della loro straripante vittoria elettorale osannata dai media e vigliaccamente subita come inevitabile dalle componenti moderne e liberali della società, io azzardai il pronostico che i 5stelle avrebbero ballato una sola stagione, e nemmeno intera. Ora mancano poco meno di due anni al termine della legislatura, e la loro fine politica, già emersa nelle votazioni intermedie, è certificata dalla scoppiata tra il fondatore-padrone e il pretendente al trono. Una lite da cortile, priva di contenuto politico, che non meriterebbe di godere di alcuna attenzione – al contrario di quanto gli riservano la stampa e persino gli speciali televisivi – se non fosse che essa è destinata ad incidere, ahinoi, sul governo e sulla prossima nomina del Capo dello Stato.

Resisto (senza sforzo) alla tentazione di dire la mia sulle ragioni e i torti dei contendenti, tanto quella tra il saltimbanco Grillo e l’ologramma Conte è una guerra necrófora per contendersi le spoglie di quel che resta del movimento pentastellato, destinata a concludersi desolatamente lose-lose. A Grillo verrebbe voglia di dirne quattro dopo aver letto i suoi giudizi sull’ex presidente del Consiglio che amava farsi chiamare premier pur non essendolo: ma come, lo scopri adesso, dopo avercelo propinato con due governi l’uno l’opposto dell’altro, che l’uomo “non ha né visione politica, né capacità manageriali, che non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione”? Non ti era chiaro che fosse solo una creatura mediatica di Casalino che per di più si è consegnata nelle mani di un ideologo del calibro di Travaglio? E a Conte verrebbe voglia di chiedergli: c’era bisogno di ricevere la porta in faccia dal padrone di casa per scoprire che nei 5stelle vigono statuto e regole che nulla hanno a che fare con un partito democratico? Ma lasciamo stare, sarebbero parole sprecate.

Quel che invece vale la pena di osservare, è una paradossale doppia contraddizione. Da un lato, il fondatore, che dovrebbe essere il custode dell’ortodossia – cioè l’anti-politica basata sul “vaffa” e sul “uno vale uno” – è colui che più di tutti tra gli ortotteri ha voluto la nascita del governo Draghi e in questi mesi lo ha difeso, stabilendo persino un rapporto personale con quel Mario Draghi che anni fa, quando era sulla tolda di comando della Bce, aveva gentilmente definito “una Mary Poppins un po’ suonata”. Certo, è ragionevole pensare che questa posizione l’abbia maturata per ragioni strumentali, a seguito della sua vicenda famigliare, ma intanto è così. Dall’altro lato, viceversa, l’avvocato del popolo, che teoricamente dovrebbe rappresentare la faccia istituzionale e moderata del movimento, non vede l’ora di far cadere l’attuale esecutivo, avendo covato fin dal momento della sua defenestrazione un rabbioso desiderio di vendetta verso chi, a suo giudizio, gli aveva inopinatamente tolto dalle mani il giocattolo del potere da cui si era reso dipendente, sia sul piano psicologico che pratico. Ecco, questa distinzione di posizione su Draghi tra i due contendenti – posizioni del tutto personali, sia chiaro, tanto che rovesciano i rispettivi tratti antropologici – potrebbe essere l’unico motivo per cui parteggiare per Grillo. Ma solo un tantino.

E veniamo alle conseguenze della “guerra dei Roses”. Rispetto al governo Draghi ci sono tre osservazioni da fare. La prima è che la vicenda seppellisce definitivamente il feto mai nato della maggioranza di governo. In realtà abbiamo imparato fin dal primo momento che esiste Draghi e il suo esecutivo (che significa una parte dei ministri, non l’intero collegio), ma che non è mai esistita, se non nei voti parlamentari, la maggioranza che lo sostiene. Draghi ci ha provato, esercitando con pazienza l’arte della mediazione, a tessere un minimo di filo rosso che legasse le diverse forze che lo hanno votato, ma ha dovuto prendere atto che si trattava di una inutile tessitura alla Penelope. La rappresentazione plastica di quanto dico si è avuta con le nomine: l’ex banchiere le ha tutte avocate a sé, cancellando il tavolo di concertazione tra i partiti, ed è tutto filato liscio. Ha però deliberatamente lasciato da parte la Rai, agevolato in questo anche dalle modalità di nomina del consiglio di amministrazione, concedendo quest’osso ai partiti. Risultato: la scelta dei vertici slitta di settimana in settimana, e i partiti, dilaniati al proprio interno prima ancora che in competizione tra loro, non ne vengono a capo. Ora questa spaccatura nelle file grilline certifica in via definitiva che la maggioranza di solidarietà nazionale non esiste e che Draghi dovrà accentuare il suo agire solitario, con tutti i pro (velocità decisionale) e i contro (rischi di imboscate parlamentari) che si possono facilmente prevedere.

 

E qui siamo alla seconda osservazione. Come reagiranno le altre forze politiche? Lo psicodramma che già si è scatenato nel Pd la dice lunga su quante e di quale entità saranno le fibrillazioni cui sarà sottoposto il governo. La spaccatura tra gli assertori dell’alleanza strategica con i grillini, cui si è inspiegabilmente aggiunto Enrico Letta una volta eletto segretario, e coloro (in particolare gli ex renziani) che la detestano, specie se in salsa travagliesca, è destinata ad accentuarsi, portando nocumento a Draghi. Specie se lo sbocco di questo contrasto non fosse, come purtroppo è facile da pronosticare, l’unica chance intelligente che il Pd avrebbe di fronte se solo qualcuno da quelli parti ragionasse di politica: aprire un dialogo con Forza Italia e Lega, cercando di consolidare la traballante conversione moderata ed europea di Salvini, sapendo che non è alleandosi con i 5stelle che la sinistra può vincere le elezioni e comunque riuscire a governare il Paese. E viceversa, se a sinistra al Pd si somma quel che resta del grillismo e della sinistra più radicale e si aggiunge il fantasma del partito contiano che (per ora) non c’è, a destra non resta che sommare i tre partiti esistenti, finendo per regalare il bastone del comando alle componenti più estreme. Cosa che finirà per impedire al centro-destra o di vincere o di riuscire a governare. Bel risultato.

Terza osservazione. Se Conte portasse fino in fondo il suo desiderio di disporre di uno strumento che lo legittimi a stare al tavolo della politica – da cui ora è fuori a tutti gli effetti – facendosi il suo partitino o comunque spaccando gli attuali gruppi parlamentari pentastellati, che rischi di sopravvivenza correrebbe il governo? Partiamo dai numeri: il movimento conta oggi circa il 25% dei parlamentari, e segnatamente 75 senatori e 161 deputati. Ergo, nonostante le quasi cento defezioni subite dall’inizio della legislatura, i gruppi del M5S sono tuttora i più numerosi sia alla Camera che al Senato. Si calcola che basterebbero 12-15 senatori e 30-35 deputati per combinare un guaio serio. E il fatto che Conte li attragga facendo balenare la possibilità di una terza candidatura a chi ha già fatto due mandati, non rende così difficile l’impresa. Certo, tra poco scatterà il semestre bianco, che rende impossibile lo scioglimento delle camere, ma l’idea che ci si possa avventurare, per esempio, anche solo in un rimpasto di governo, mette i brividi, se si pensa che il Paese è alle prese con un crinale della pandemia che potrebbe riservarci la brutta sorpresa di una terza ondata del virus (variato) e con la necessità di dare forza alla ripresa economica per andare oltre il solo recupero del pil perso l’anno scorso, cosa che richiede il combinato disposto degli investimenti del Pnrr e delle riforme strutturali che di quegli investimenti sono la indispensabile premessa, sia perché sono necessarie in sé e sia perché sono la condizione soddisfatta la quale l’Europa erogherà materialmente le risorse del Recovery. Ecco, in questo scenario, ve lo immaginate cosa vorrebbe dire se la guerra in casa 5stelle tracimasse fino a mettere in difficoltà, se non addirittura in crisi, il governo? E, ancora, provate a pensare quale vaso di pandora potrebbe aprirsi se l’implosione dei 5stelle dovesse far sì se nel parlamento che dovrà votare il prossimo presidente della Repubblica, il gruppo più numeroso fosse costituito da sbandati “senza partito”, alla mercé di chissà quali giochi e giochetti.  

Non vi sembri scandaloso quanto sto per dirvi, che già lo pare a sufficienza a me: in questo quadro tocca sperare che Grillo tenga e assicuri un minimo di stabilità fino a fine legislatura, e che nel contempo il partito personale dell’avvocato Conte, di cui nessuno sente l’esigenza, tranne lui e quelli intorno a lui che sperano di averne un qualche tornaconto, abortisca prima ancora di nascere. E poi, come ho già scritto e come più di un amico mi sollecita a ripetere, ci salverà solo la Costituente, che magari vari – perché no a questo punto – una Repubblica semi-presidenziale alla francese. Lo so, chi mi conosce sa che sono sempre stato assertore di un sistema politico-istituzionale alla tedesca, con relativa legge elettorale conseguente. Ma, mio malgrado, mi sono formato la convinzione che l’Italia abbia bisogno di un passaggio che rappresenti uno scarto maggiore rispetto al presente, come anche dell’ultimo quarto di secolo. Ma di questo avremo modo di riparlare.

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.