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L'unica via d'uscita

Draghi e la vaccinazione di massa

Il Governo si gioca tutto sui vaccini 

di Enrico Cisnetto - 19 marzo 2021

Al contrario di quello che la propaganda ha voluto ed è riuscita in buona misura a far credere, la gestione della lotta alla pandemia realizzata dal governo Conte è stata un vero e proprio disastro. Parzialmente rimediato solo laddove si è potuto incidere – per esempio nell’identificazione dei protocolli di cura per i malati sintomatici – con la libera iniziativa, la forte competenza e l’impegno straordinario del personale medico e paramedico, di ospedali e strutture sanitarie. Ora, a un mese dal suo insediamento, se ne vorrebbe far pagare il prezzo al governo Draghi, all’Unione Europea, alle case farmaceutiche. A tutti, cioè, meno che ai veri responsabili. Sia chiaro, non è il momento di distribuire colpe e fare processi. E non è ancora giunto il tempo di scrivere la storia di questa drammatica vicenda che ci è già costata oltre 100 mila morti e il triste primato di avere avuto il 3,8% del totale dei 2 milioni e 700 mila deceduti per Covid nel mondo, cinque volte di più di quanto sia gli abitanti in Italia rispetto alla popolazione mondiale. Ma se non si individuano correttamente le cause degli errori commessi, che ci hanno fatto pagare tra i più alti prezzi – umani, economici e sociali – alla pandemia rispetto agli altri paesi occidentali, sarà difficile venirne fuori, se non con un’esasperante lentezza.

Iniziata lo scorso anno con la totale sottovalutazione del pericolo incombente pur essendo stato dichiarato già il 31 gennaio 2020 lo stato di emergenza a seguito della dichiarazione di emergenza internazionale dell’Organizzazione mondiale della sanità, la politica anti-pandemica è andata avanti rincorrendo il virus, senza mai dominarne le dinamiche, in un crescendo di contradditori stop and go normativi e comunicativi privi di ogni capacità strategica, e in un susseguirsi di patenti manifestazioni di incapacità organizzativa, per di più terreno fertile per incursioni delinquenziali (vedi il caso delle mascherine, per citare quello più eclatante). Ma il peggio del dilettantismo elevato a presunzione – mix esplosivo, capace di fare disastri immani – è stato dato nella seconda fase, quella nella quale la priorità avrebbe dovuto essere dapprima il predisporre l’arrivo dei vaccini e poi gestire la loro somministrazione. Qui si è fatto filotto: errate le quantità di vaccini prenotati, in assoluto e in relazione ai diversi fornitori; sbagliate le modalità contrattuali sottoscritte; mancato coinvolgimento dell’Esercito e della Protezione Civile, e dei privati (farmacie, imprese, ecc.) nella predisposizione logistica delle strutture di somministrazione; totale disattenzione agli strumenti digitali sia per la preparazione delle liste dei vaccinandi e il relativo avviso da fornire loro, sia per la gestione delle informazioni (registro dei vaccinati) e la creazione dei documenti vaccinali; mancato accentramento in capo allo Stato di tutte le procedure, in modo da evitare il disastroso (e inaccettabile dal punto di vista dell’eguaglianza dei cittadini e dei loro diritti) “federalismo vaccinale” in base al quale gli ultra-ottantenni lombardi stanno ancora aspettando di essere chiamati e altrove sanissimi quarantenni sono già stati vaccinati.

Poi, per fortuna, l’avvocato Conte e la sua testa pensante (sic!) Casalino hanno dovuto lasciare palazzo Chigi. E subito si è capito che la gestione della pandemia, e in particolare del piano delle vaccinazioni – premessa senza la quale è vano ogni tentativo di rimettere in piedi la barca rovesciata della nostra economia – sarebbe stato, ed è, il banco di prova cruciale per Draghi e il suo esecutivo. E il presidente del Consiglio ne è perfettamente consapevole. Oserei dire, dolorosamente consapevole. Vi consiglio di fare un esperimento: recuperate in internet una foto dell’ex presidente della Bce dei giorni del suo incarico di governo e una delle sue (poche, per fortuna) esternazioni pubbliche degli ultimi giorni, peraltro non casualmente tutte dedicate al Covid. Basta confrontare il volto: a distanza di un mese, troverete una differenza che la dice lunga su quanto sia pesante la croce che si è messo sulle spalle. Ora, Draghi ha marcato le distanze con il suo predecessore e le sue fallimentari politiche con una serie di nomine – dall’ingaggio del generale Figliuolo quale commissario straordinario per l’emergenza Covid al nuovo Comitato tecnico scientifico, passando il cambio alla Protezione Civile – che segnalano un sacrosanto desiderio di discontinuità. Condizione necessaria ma non sufficiente per segnare un concreto successo nella pratica delle cose.

So perfettamente che nel palazzo antistante la colonna di Marco Aurelio non esiste la “stanza dei bottoni”, metaforicamente evocata da Pietro Nenni nel 1962, e che idee chiare e volontà non bastano neppure a uno che sia chiama Draghi. Tuttavia, la vaccinazione di massa degli italiani, velocemente ed efficacemente, è e resta il Golgota che il presidente del Consiglio deve salire se vuole superare la prova. Certo, la vicenda AstraZeneca ha reso ancora più aspro il calvario, e bene ha fatto ad annunciare che si sottoporrà alla somministrazione di quel vaccino, oggetto del combinato disposto degli errori della casa produttrice che fin dall’inizio si è messa in condizione di far etichettare come di “serie B” il suo farmaco, della disinformazione interessata e dell’ignoranza diffusa dai social, e dei balbettii dei governi e degli enti di controllo dei farmaci, centrale e nazionali, in Europa.

Apro qui una parantesi nel mio ragionamento per dire con chiarezza che, al contrario di quel che si è detto per il solito riflesso condizionato anti-europeo da cui siamo afflitti, in merito alla questione AstraZeneca sul banco degli accusati non va messa l’Ue, ma per ben tre volte gli Stati nazionali. Una prima volta per non aver attivato, come invece ha fatto Londra, la procedura d’urgenza in capo a ciascuna autorità nazionale del farmaco (Aifa in Italia): si è atteso il pronunciamento dell’autorità continentale, l’Ema, che però, contrariamente all’americana Fda, non surroga i pareri nazionali. La seconda volta per aver fatto il contrario: nonostante l’Ema non avesse né chiesto né suggerito di sospendere l’uso di quel vaccino, gli stati nazionali, Germania in testa, lo hanno fatto, pur non disponendo di alcun elemento scientifico che comprovasse i rischi paventati, per poi appellarsi proprio all’esautorata autorità europea del farmaco subito dopo aver constatato quanto vasta fosse la preoccupazione suscitata nelle opinioni pubbliche, sperando così di cavarsi la patata bollente dalle mani. L’Ema in 48 ore ha ridato la patente ad AstraZeneca, ma intanto il guaio era fatto, in Italia non meno che altrove, e ora ci vorrà ben di più della dimostrazione di Draghi per assorbire la bolla di scetticismo e paura che si è formata. 

Infine, il terzo errore è quello di sempre: l’europeismo temperato da un populismo sovranista mascherato da sana protezione degli interessi nazionali, ha fin qui impedito a tutti i paesi, a tutti i partiti e relativi leader, di passare il Rubicone dell’integrazione federale dell’Europa, almeno di quella che ha in comune l’euro. E l’incompiutezza federale, che non dipende da Bruxelles ma dalle singole cancellerie continentali, si paga a caro prezzo. All’inizio della pandemia si avrebbe dovuto avere il coraggio – non sembri paradossale, anche per vigliaccheria, per scaricare il peso immane della lotta contro il virus – di cedere sovranità all’Ema e di centralizzare in capo alla Commissione Ue la politica sanitaria. Invece, si è preferito l’ibrido. Con il risultato di certificare – speriamo una volta per tutte – quello che l’amico Davide Giacalone ha efficacemente sintetizzato in due lapidarie verità: “l’Europa che fallisce non è quella che c’è, ma quella che non c’è”; “a deprecare l’Europa dove non c’è, sono gli stessi che vorrebbero cancellarla dove c’è, in un trionfo di incoerenza e demagogia”.

Ma torniamo a Roma. È evidente che il contesto in cui si svolge questa drammatica partita che Draghi è chiamato a giocare è a dir poco terribile: l’effetto alone degli errori commessi dal governo Conte e lasciati in eredità; la tradizionale vacuità organizzativa dell’Italia, che in questo quadro moltiplica i problemi e frena se non vanifica gli slanci positivi; l’ineluttabilità di doversi continuare a muovere nell’ambito dell’impostazione giuridica della gestione dell’emergenza ereditata da Conte, quella dei Dpcm e della compressione delle libertà, non certo per condivisione ma per stato di necessità; il solipsismo dei leader europei, e perfino della sua amica Merkel – cui si deve il convincimento che gli ha fatto superare le fortissime resistenze che nutriva nell’approcciarsi alla politica italiana – che vanifica una risposta pienamente federale alla crisi. Cui si aggiunge la veloce trasformazione dei vaccini da straordinario salvavita dell’umanità a strumento di affermazione di enormi interessi economico-finanziari e di conflitti geopolitici planetari, esercitati con ogni mezzo, a cominciare dalla disinformazione su scala mondiale. Una “guerra fredda” che certo non spaventa un uomo navigato come Draghi, ma certo gli rende ancor più scivoloso il già impervio terreno della battaglia.

Tuttavia, alternative non ce ne sono. Gli individui sono depressi, la società compressa, l’economia legata. Dunque, il presente è faticoso e il futuro imperscrutabilmente buio. Ma c’è voglia di reagire. Magari anche per tornare a vivere al di sopra delle nostre possibilità collettive, ma l’Italia è caricata come una molla cha attende solo di poter sprigionare in tutte le direzioni la sua energia. E la sicura che rilascia la molla è rappresentata da una vaccinazione di massa, rapida ed efficace, che ci liberi dal vincolo e dalla paura del Covid. Draghi, che credo ne sia consapevole a giudicare da quanto e come ha interiorizzato la tensione emotiva del momento, si gioca tutto sul buon esito di questa impresa. Già, il potente banchiere freddo e imperturbabile che ha salvato l’euro e si è facilmente abituato a giocare sull’inarrivabile scacchiera della grande finanza planetaria, sarà misurato sulle vite di gente qualunque strappate agli artigli di un maledetto, invisibile virus. Ma non è uno scherzo del destino. È la politica, sublime e stravolgente, e tu non ci puoi fare niente.

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.