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Il virus e l'economia

L'economia ai tempi del coronavirus

Aggredire le cause che frenano la crescita per l'economia subito una terapia choc

 

di Enrico Cisnetto - 08 marzo 2020

Come si risponde alla crisi economica provocata dall’emergenza coronavirus? Anzitutto con una corretta diagnosi, indispensabile per una giusta terapia. Dunque, primo: eravamo già avviati alla recessione anche prima, per cui prioritariamente occorre aggredire le cause preesistenti della nostra mancata crescita. Secondo: sappiamo che ora ci sono settori (turismo, commercio, logistica, trasporti) che stanno soffrendo terribilmente, ma i danni più strutturali li rischia la nostra manifattura. Perché a differenza della crisi economica del 2008 che colpì la domanda (i consumi), stavolta i danni peggiori sono sul piano dell’offerta. Le catene di fornitura internazionali sono andate in crisi, a cominciare da quelle con la Cina, e molte filiere, specie della componentistica, potrebbero interrompere il ciclo a lungo. E c’è il rischio che dopo aver perso quote di mercato e capacità produttiva, quando finirà l’emergenza, il nostro tessuto industriale sarà talmente debilitato da non riprendersi più. Con le aziende estere che compreranno altrove, senza più tornare da noi. E la mazzata peggiore colpirà le imprese esportatrici di comparti (automotive, farmaceutica, biomedicale, macchinari industriali, moda) che ci hanno tenuto in piedi dopo le due recessioni del 2008-2009 e del 2011.

Fatta l’anamnesi, la terapia prevede sì di intervenire sui sintomi più immediati, ma soprattutto sui problemi strutturali: investimenti ridotti al lumicino, ritardo tecnologico, scarsi finanziamenti in ricerca e innovazione, arretratezza infrastrutturale. E ancora: reskilling dei lavoratori e mercato del lavoro troppo rigido, burocrazia farraginosa, lentezza della giustizia ed eccessiva pressione fiscale. In tale scenario, le misure di sostegno al reddito annunciate dal Governo (7,5 miliardi), pur utili, paiono solo palliativi. Intendiamoci, è fondamentale evitare che le imprese falliscano garantendo la liquidità, rinviando o sospendendo il pagamento delle imposte, facilitando la concessione di credito da parte delle banche e sostenendo il reddito dei lavoratori. Ma, se non verrà messa in campo una terapia shock, il Paese potrebbe non reggere.

Negli ultimi cinque anni abbiamo distribuito quasi 50 miliardi in cattivo welfare (80 euro, rdc, quota 100), quando invece avremmo dovuto investire in infrastrutture strategiche per il Paese, che avrebbero fatto da volano di investimenti privati. In concreto: il completamento della rete a banda larga in tutta Italia, lo sviluppo del 5G, il rafforzamento dell’alta velocità (Torino-Lione, Napoli-Bari, Roma-Firenze), il potenziamento del trasporto pubblico locale su ferro, il miglioramento della rete stradale (ovunque). Come anche un serio piano di interventi contro il dissesto idrogeologico. Senza dimenticare l’innovazione digitale: stampanti 3D, big data, intelligenza artificiale e molto altro.

Come? Primo: estendendo il periodo di accesso al super-ammortamento, visto che tutti gli investimenti sono al momento rinviati. Secondo: allargare e prolungare i benefici previsti dal Industria 4.0. Terzo: sgravi fiscali per chi riporta le produzioni in Italia. Quarto: creazione di cluster di ricerca e sviluppo in grado di mettere in connessione pubblico e privato, ricerca di base e applicata. Quinto: interventi sul mercato del lavoro, dalla pianificazione organica dello smartworking fino alla previsione di sistemi di apprendimento e formazione continua. Una cura da cavallo, ma l’unica possibile. (twitter @ecisnetto)

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.