ultimora
Public Policy

Imprenditori e sindacati

Uniti nella lotta

Basta scoraggiare gli investitori servono meno tasse e burocrazia

di Enrico Cisnetto - 23 giugno 2019

Sembra che il mondo della produzione si stia ribellando a come stanno andando le cose. E non alla solita maniera. Quelle cui stiamo assistendo, infatti, non sono le solite proteste di piazza, sia perché bisogna tornare al 2011 per trovare un’altra mobilitazione unitaria dei sindacati (allora furono tre ore di sciopero, adesso otto) o al 2004 per trovare qualcosa di dimensioni simili, ma soprattutto perché le manifestazioni dei lavoratori contro il governo sembrano essere la replica speculare di quelle organizzate nei mesi scorsi da Assolombarda, Confindustria e semplici cittadini, in una sintonia trasversale che riunisce il mondo del “valore aggiunto” contro il governo e l’ideologia della rendita garantita. 

Iniziate a Roma in febbraio, le proteste sindacali nei giorni scorsi hanno visto lunghi cortei di metalmeccanici che hanno attraversato Milano, Napoli e Firenze, per poi sfociare ieri a Reggio Calabria. Tutti insieme con l’obiettivo di denunciare l’immobilismo dell’esecutivo. Paradossalmente, insomma, il governo gialloverde è riuscito a riunire un riformista doc come Bentivogli (Cisl) non solo a Barbagallo (Uil) ma perfino a un (ex?) uomo del Noa tutto come Landini (Cgil), tutti concordi nel denunciare la “campagna elettorale permanente” e la totale assenza di politica industriale da parte del governo.

Ora, le relazioni industriali non sono conflittuali come in passato e in alcune parti del Paese, in particolare al Nord, molte imprese ottengono buoni risultati principalmente grazie all’export. Ma si tratta di una parte minoritaria, perché oltre alle 160 crisi aziendali conclamate – da Mercatone Uno a Whirpool, da Arcelor Mittal a tante altre per un totale di 200 mila lavoratori coinvolti – il peso delle nostre aziende all’interno delle catene internazionali del valore sta progressivamente scemando. Da una parte, infatti, il gap digitale zavorra la nostra economia, come rilevato da Bankitalia e come abbiamo scritto qui. Dall’altra parte, gli investitori sono scoraggiati dall’operare in un paese dove il costo del lavoro è più alto che altrove, dove ogni procedura richiede il doppio del tempo, dove le leggi cambiano in modo retroattivo e dove l’incertezza politica regna sovran(ist)a. Soprattutto, dove le infrastrutture sono bloccate, la manifattura è dimenticata e dove impresa, crescita e sviluppo vengono relegate a ruota di scorta.

Prima dei sindacati, questa è stata l’accusa che nei mesi scorsi hanno mosso al governo anche le imprese più dinamiche. E oggi che viene ribadita dai lavoratori metalmeccanici, viene da pensare che la voce di entrambi i fronti possa unirsi e diventare una sola. Insomma, il malcontento di imprenditori e lavoratori potrebbe convergere fino al punto di manifestare (o addirittura scioperare) insieme, come suggerisce Francesco Delzio nel suo libro “La Ribellione delle imprese” (Rubbettino). E poi, chi una volta apparteneva alla classe lavoratrice, oggi è semplicemente uno dei tanti membri di quel ceto medio che denuncia qualche difficoltà economica o che comunque non ha nessuna rosea prospettiva di fronte a sé. Tanto è vero che la classe operaia, anzichè andare in paradiso, vota con sempre maggiore intensità chi gli promette di farla tornare a guardare con fiducia al futuro. Ma se ciò non avviene, assai repentinamente è pronta a cambiare opinione. (twitter @ecisnetto)

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.