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Perché non abolire le Regioni e riorganizzare le Province?

di Enrico Cisnetto - 05 giugno 2019

Le Province non possono essere “ripristinate”, come si sta proponendo, per il semplice motivo che, di fatto, non sono mai state abolite. Complice il fallimento della riforma costituzionale voluta da Renzi, la legge Delrio ha prodotto un solo effetto semantico – sono state ribattezzate “aree vaste” – visto che le vecchie istituzioni intermedie, previste espressamente in Costituzione, hanno conservato la competenza su 130 mila chilometri di strade e 5.100 edifici scolastici, con risultati disastrosi nonostante che il rifinanziamento aggiuntivo di 380 milioni ottenuto dallo Stato.

Ma siccome insieme alle Province restano in piedi, tuttora irrisolti, i gravi problemi del nostro decentramento amministrativo – dalla dimensione elefantiaca delle Regioni, costose e inefficienti, al numero eccessivo dei Comuni, il 70% dei quali sotto i 5 mila abitanti, e l’universo composto da comunità montane, enti di bacino, consigli di quartieri e i molti altri enti di secondo e terzo grado, con potere di spesa e diritti di veto – che lo rendono disfunzionale, dispendioso e paralizzante, tanto vale raccogliere la provocazione sul rilancio delle Province e provare a delineare una riforma più complessiva. Che vada ben al di là della sterile discussione sul ripristino del voto popolare sui circa 2.500 consiglieri provinciali, oggi privi di investitura diretta.

Ora, se è evidente che tra i Comuni e lo Stato è necessario un soggetto intermedio, bisogna decidere una volta per tutte se quelle istituzioni cuscinetto hanno da essere le Province o le Regioni, assodato che è da escludere, per ragioni di costo e di efficienza, la permanenza di entrambe. Chi scrive ha creduto nell’architettura regionale delineata 50 anni fa e insistito per l’abolizione, per via costituzionale, delle Province. È successo, però, ne va preso atto, che le Province sono rimaste anche quando sono state tardivamente “abolite”, mentre le Regioni, specie dopo la riforma del Titolo V del 2001, sono diventate tanti costosissimi staterelli in conflitto permanente con lo Stato centrale, e la loro competenza fondamentale, la sanità, ha finito per creare 20 sistemi sanitari diversi, in conflitto con il dettato costituzionale che tutela l’uguaglianza dei cittadini. Di conseguenza, la spesa sanitaria, che copre più dell’80% dei bilanci regionali, a livello complessivo è passata dai 42 miliardi di euro del 1990, ai 60 del 2000, fino ai 114 attuali. In pratica, nel decennio precedente la regionalizzazione è cresciuta del 19,3%, mentre in quello successivo del 70%. Senza contare le gestioni clientelari delle Asl – nomine, acquisti, appalti – con i servizi che sono assai peggiorati.

Insomma, le Regioni hanno dato pessima prova di sé, anche se non tutte in egual misura. Allora, perché non abolirle, ricentralizzando la sanità e trasferendo le poche residue funzioni alle Province, ovviamente riorganizzate e razionalizzate. La Società Geografica Italiana ha ridisegnato la mappa d’Italia immaginando la creazione di 35 aree provinciali (ma non sarebbe scandaloso se arrivassero fino a 50, comunque meno della metà delle attuali), cui delegare il compito di raccordo tra lo Stato centrale e un numero di Comuni più che dimezzato rispetto agli attuali 8.100, ottenuto mettendo il tetto minimo dei 5 mila abitanti.

Se questo è il governo del cambiamento, è il momento di farlo vedere. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario