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Tria e conti pubblici

Def veritiero

Rilanciare subito gli investimenti pubblici per dare sprint alla manovra anti recessione

di Enrico Cisnetto - 07 aprile 2019

Eterogenesi dei fini. Non per volontà né per merito della maggioranza pentaleghista, ma piuttosto per le sue contraddizioni interne, il Documento di Economia e Finanza che verrà presentato martedì potrebbe non essere il solito “libro dei sogni” propagandistico. Anzi, è possibile che per la prima volta contenga una diagnosi veritiera, o almeno non esplicitamente menzognera, sull’effettivo stato di salute del Paese. Condizione necessaria – anche se non sufficiente – per stabilire la terapia giusta. Una cosa che fino ad oggi, purtroppo, è sempre mancata.

Il Def non prevede distribuzione concreta di risorse, ma getta solo le basi programmatiche della successiva manovra finanziaria. Per questo, in passato, ogni maggioranza – anche la più eterogenea – si è sempre trovata d’accordo nell’annunciare previsioni virtuose, così da indorare la pillola, inseguire il consenso e fare deficit spending senza dirlo preventivamente. Così, a parte l’ultimo scritto “a politiche invariate” dal governo Gentiloni dimissionario, dal 2011 i Def, come pure le loro revisioni successive, sono sempre stati eccessivamente “ottimisti”, visto che sulle 22 previsioni effettuate da allora ad oggi il rapporto deficit-pil a consuntivo è stato in media superiore di 0,86 decimali rispetto a quanto stimato. Facile andare d’accordo quando i dati economici sono “malleabili”, meno facile farlo durante la legge di Bilancio, quando si passa dagli annunci alle scelte concrete. Tant’è vero che proprio sull’ultima manovra i gialloverdi si sono trovati in un’impasse che ha portato ad un braccio di ferro con l’Europa, cui è seguito lo spread alle stelle e di conseguenza diversi miliardi di interessi in più da pagare sul debito.

Adesso i pentaleghisti sono in campagna elettorale e si ritrovano a litigare su ogni cosa. Quindi pure sul Def. Se questo porterà – come sembra – il ministro Tria a prendere atto della condizione recessiva in cui siamo finiti e a prospettare numeri realistici di finanza pubblica, saremmo di fronte ad un inedito. Perché, mettere nero su bianco una previsione di crescita a +0,1% (che potrebbe rivelarsi ugualmente ottimistica, visto che l’Ocse dice -0,2%) invece che all’1% come ipotizzato dal governo a fine 2018, imporrebbe poi di fissare il deficit come minimo al 2,4% e il debito pubblico non certo al 130% del pil, ma al 133% visto che già ora l’Istat registra il 132,6%. Tutto questo avendo puntata la pistola delle clausole di salvaguardia – per disinnescarle ci vogliono 52 miliardi tra quest’anno e il prossimo – e un rapporto deficit-pil da raggiungere già nel 2020 dell’1,8%, come concordato con Bruxelles.

D’altra parte, è solo accertando il vero stato di salute che è possibile trovare la terapia giusta per le malattie strutturali della nostra economia. Quale? Il rilancio degli investimenti pubblici, volano di quelli privati e strumento di rinnovo dell’offerta. La totale astinenza da ulteriori provvedimenti assistenziali che sotto l’etichetta del rilancio della domanda (peraltro inesistente) puntano solo ad acquisire consenso elettorale. E se sarà necessario, l’aumento di alcune aliquote dell’Iva. Certo, una cura da cavallo, ma l’unica in grado di rimetterci in piedi. Per la quale non basterà il Def più sincero di sempre, ci vorrà qualcuno disposto a mettere la firma sotto ad una manovra altrettanto veritiera. (twitter @ecisnetto)

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