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  • 20190324 - Regole chiare per l'edilizia

Montagna e topolini

Regole chiare per l'edilizia

Per lo Sblocca cantieri servono regole certe e procedure veloci

di Enrico Cisnetto - 24 marzo 2019

La montagna ha partorito il topolino, e pure zoppo. Nella speranza di ridare fiato al Paese di fronte alla terza recessione del decennio, il governo ha varato un decreto sblocca-cantieri, il quale è però “salvo intese”, cioè ancora privo di un testo completo. Ma, soprattutto, potrà servire a qualcosa

solo se modificato con “diverse intese”, perché le misure previste sono perfino peggiorative del già disastroso esistente. Eppure, di fronte ad un settore dell’edilizia raso al suolo – con 600 cantieri fermi e 120 mila imprese polverizzate in dieci anni di crisi – sarebbe indispensabile tornare a mettere su qualche mattone come chiedono costruttori e Confindustria e come hanno invocato anche 15mila lavoratori scesi in piazza sotto lo striscione “rilanciamo l’edilizia per rilanciare l’Italia”.

Purtroppo, la direzione imboccata dall’esecutivo è quella sbagliata, visto che è proprio la parte del provvedimento sui cui c’è l’accordo che preoccupa. Allo stato attuale la norma, infatti, non accelera gli investimenti, non riduce i tempi dei processi autorizzativi e burocratici, abolisce il criterio dell’offerta economica più vantaggiosa e reintroduce quello del massimo ribasso, che oltre ad aver facilitato le infiltrazioni criminali privilegia proposte anomale a cui seguono poi sempre costose varianti. Inoltre, si fa ricorso a commissari dotati di ampi poteri in deroga, si consente alle stazioni appaltanti la verifica dei requisiti solo dopo l’apertura delle buste (così anche chi non ha i requisiti potrà influenzare la media delle offerte) e si alza in modo permanente la soglia al di sotto della quale non è necessario fare la gara. Si tratta di misure superficiali e semplicistiche, che si vanno a sommare alla nefasta strategia decisa nell’ultima manovra economica in cui, dopo le prime promettenti indicazioni, le risorse sono state dirottate dagli investimenti a misure assistenziali (“quota 100” e reddito di cittadinanza) oppure rinviate a data da destinarsi.

Insomma, un decreto costruito sulla sabbia, mentre il settore delle costruzioni meriterebbe solide fondamenta. L’edilizia nominalmente vale l’8% del pil, ma in realtà coinvolge una filiera complessa, che parte dal movimento dei materiali, passando per l’utilizzo di macchinari semplici e complessi, fino alle opere accessorie e di urbanizzazione. Senza dimenticare la progettazione, la manutenzione o l’amministrazione da parte di diversi tipi di professionisti.

Il conto è facile. Negli ultimi undici anni l’Italia ha perso il 35% degli investimenti in costruzioni, cioè 51 miliardi in edilizia privata e 26 miliardi in opere pubbliche, pari a 620 mila posti di lavoro. E non migliora, visto che nei primi 9 mesi del 2018 le ore lavorate sono diminuite dello 0,9%. Se solo si sbloccassero le opere già finanziate per 26 miliardi si avrebbe un aumento del pil dell’1% nei prossimi tre anni. Insomma, più che decreti “salvo intese” per salvare la faccia bisognerebbe fissare regole chiare e procedure veloci, limitare i ricorsi sia riducendo i cavilli per appellarsi sia prevedendo che i ricorrenti depositino un congruo importo rispetto al valore dell’opera. Oltre a non farsi condizionare dalla sindrome nimby e dai comitati del NO. Poi basta spendere le tante risorse che sono già state stanziate. C’è qualcuno al governo che s’impegna a farlo? (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario