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Rating e affidabilità

Il silenzio minaccioso di Moody's

Solamente rinviato a breve il declassamento del rating italiano

di Enrico Cisnetto - 17 marzo 2019

Moody’s ci ha graziato, ma è solo questione di tempo. Stavolta l’agenzia di rating ha preferito non esprimersi, sfruttando il fatto che il giudizio sull’affidabilità finanziaria dell’Italia non fosse obbligatorio. Però, più che di “no news, good news”, si tratta di un silenzio minaccioso, perché se non invertiamo la rotta scivoleremo inevitabilmente tra i “non investment grade” (cioè a livello “spazzatura”, con alti rendimenti a fronte di altissimi rischi), da cui siamo distanti un solo passo. E un downgrade non sarebbe solo questione di (già scarsa) reputazione o risultare ancor meno attraenti per gli investitori, ma anche tecnica. Infatti se (o meglio “quando”) saremo colpiti da un ulteriore declassamento molti fondi dovranno vendere i nostri titoli del nostro debito e le nostre banche non li potranno più presentare in garanzia come “collaterali” alla Bce.

In ogni caso, se pure il non-giudizio dell’agenzia di rating ci fa guadagnare tempo, per la politica economica del governo lo showdown è solo rimandato di poco. Infatti entro il 10 aprile l’esecutivo gialloverde dovrà presentare il nuovo Def, il Documento di economia e finanza nel quale andrà indicato come recuperare 23,1 miliardi nel 2020 e 28,8 miliardi nel 2021: con aumenti dell’Iva, come recitano le clausole di salvaguardia europee che l’Italia ha firmato, producendo tagli di spesa di quelle entità o facendo crescere il pil più delle previsioni? È evidente che nessuna delle due prime ipotesi può trovare d’accordo i partiti di governo, e tantomeno concorde la maggioranza nel suo insieme, mentre la terza è solo una pia illusione visto che in questo momento ci sono ben 12 punti decimali di stacco tra l’1% di crescita previsto dal governo e il -0,2% che la congiuntura recessiva ci consegna, e non c’è alcun segnale di inversione di tendenza. Dunque, la cosa più probabile che possa accadere è che il governo si limiti ad un Def formale, presentando solo un quadro aggiornato delle stime.

Ma se il governo rinvierà ogni decisione a dopo le elezioni europee del 26 maggio, cosa faranno Moody’s e le altre agenzie di rating, andranno in letargo elettorale concedendo altro tempo o faranno scattare il downgrade di fronte all’evidente paralisi (“nulla nell’agenda del governo cambia qualcosa sulle prospettive di crescita”, sottolinea la stessa Moody’s)? In questo secondo caso la bocciatura sarebbe disastrosa. A ottobre, infatti, Moody’s aveva ridotto il rating a Baa3, piazzando i titoli di Stato italiani un solo gradino sopra il grado speculativo (“junk”). Quanto alle altre due principali agenzie, Standard & Poor’s e Fitch, pur piazzandoci due gradini sopra il livello speculativo, ci assegnano entrambe outlook negativo. Dunque, per tutte le agenzie il passaggio successivo diventerebbe per noi devastante. E, se dovesse esserci uno scivolamento dei Btp tra i titoli speculativi, molti fondi e in particolare quelli pensione – che guardano più alla stabilità che ai guadagni immediati – sarebbero costretti a vendere i nostri bond, per i quali è già un problema trovare acquirenti per gli oltre 400 miliardi l’anno di nuove emissioni. Inoltre, i nostri Btp non sarebbero più “collaterali” validi per la Bce, che quindi avrebbe difficoltà a prestare soldi alle banche, che sarebbero obbligate a una nuova, esiziale, stretta creditizia. Profezia negativa? A noi il compito di smentirla. (twitter @ecisnetto)

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.