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Alleanze europee

Berlino-Parigi senza Roma

L'asse franco-tedesco non fa bene all'Europa e isola l'Italia

di Enrico Cisnetto - 24 febbraio 2019

Ci stiamo autoescludendo. Un mese dopo gli accordi di Aquisgrana, la collaborazione tra Francia e Germania si rafforza con un “manifesto franco-tedesco” sulla politica industriale in materia di innovazione, intelligenza artificiale e information technology. Così, mentre Berlino e Parigi condividono strategie in settori dove solo l’unione produce la forza necessaria ad affrontare la concorrenza mondiale – specie ora che la sfida tecnologica vede l’Europa vaso di coccio tra i due di ferro, Stati Uniti e Cina – l’Italia recita il ruolo di chi si lamenta dei cartelli altrui ma non fa nulla per farne parte. Eppure, essendo in recessione ormai conclamata, litigare con tutti, e in particolare con chi assorbe fette decisive del nostro export, di certo non ci aiuta. Inoltre, nella crescente guerra commerciale in corso, l’unica possibilità di sopravvivere è che l’Ue resti unita, e in questo contesto recitare la parte dei guastatori pur essendo l’ultima ruota del carro, è quanto di più autolesionistico si possa immaginare.

Insomma, nella stagione delle partite globali le vittorie sono degli attori globali. Per questo in Europa c’è chi crea laboratori di campioni industriali in grado di affrontare le sfide globali, sapendo che delle 40 aziende più grandi al mondo solo cinque sono europee. E se Bruxelles ha bloccato la fusione tra Alstom e Siemens, l’accordo franco-tedesco di questa settimana sembra una risposta finalizzata a sbloccare questi veti. Un patto da cui, purtroppo, siamo fuori. E questo non sarà senza conseguenze. Per esempio, parlando di industria aerospaziale, che nel mondo vale quasi 700 miliardi di dollari, la produzione dell’Eurofighter – joint-venture tra Italia, Germania, Spagna e Regno Unito – ha riscosso un buon risultato, ma ora rischia di andare in crisi di fronte al nuovo asse franco-tedesco. Poi c’è la questione Fincantieri-Stx France, che sicuramente non trae beneficio dalle tensioni italo-francesi. È vero che Confindustria e l’omologa francese Medef stanno lavorando congiuntamente, ma senza il sostegno dei governi c’è poco da stare tranquilli, considerato che il valore annuo del nostro export verso la Francia è di 46 miliardi e che i transalpini controllano in tutto o in parte quasi 2mila aziende italiane.

Le partite aperte sono tante, e decisive per il nostro sviluppo. Nel settore automotive, per esempio, Fiat è diventata multinazionale con Chrysler, ma al prezzo di aver perso due terzi di quello che producevamo e se siamo fuori dallo sviluppo dell’auto elettrica e delle batterie – uno degli argomenti centrali del patto franco-tedesco – non possiamo aspettarci un futuro. E non si sottovaluti la partita delle connessioni, da quella dei cavi sottomarini, giocata con Telecom Sparkle, a quella della sicurezza delle reti, in cui il caso Huawei testimonia quanto le grandi imprese siano condizionanti. E poi lo sviluppo futuro, con Fastweb e Samsung che stanno per avviare un accordo per la prima sperimentazione 5G Fixed wireless access (Fwa) su frequenze commerciali a Milano o il patto Tim-Vodafone per unire più di 22 mila torri sotto Inwit, ottimo caso di azienda senza debito e con grandi margini. Inoltre c’è il delicato tema delle produzioni militari bilaterali in assenza di una comune Difesa Ue.

Insomma, l’economia va avanti e sarebbe bene che la politica italiana non giocasse a nascondino. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario