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Public Policy

La proposta di legge sull'acqua

Follia idrica

Gli errori del presente e i fantasmi del futuro

di Enrico Cisnetto - 10 febbraio 2019

L’Italia è ufficialmente in recessione, la produzione industriale registra un altro crollo, Bruxelles certifica che siamo e resteremo ultimi in Europa, lo spread torna a quota 300. Ma potrebbe persino andare peggio se alcuni progetti dovessero essere definitivamente stoppati, dalla Tav alle autostrade da ristrutturare, e altri diventare realtà, a cominciare dalla perniciosa ipotesi di riforma del servizio di gestione dell’acqua.

La proposta di legge attualmente all’esame della Camera prima firmataria la grillina Daga, identica ad una già bocciata nella precedente legislatura, intende tornare alla gestione da parte dei Comuni com’era trent’anni fa, in modo addirittura peggiorativo rispetto al già negativo referendum del 2011. E non per rendere “pubblica” l’acqua, che fa già parte del demanio indisponibile dello Stato e quindi è e rimarrà per sempre pubblica, e nemmeno per eliminare i privati dalla gestione, ma per passare da una logica economica di copertura di costi con i ricavi ad una meramente di servizio. Tra l’altro, già oggi meno del 3% del totale delle società di gestione idrica è a maggioranza privata, mentre nel 12% dei casi la gestione è direttamente dei Comuni e nel restante 85% dei casi si tratta di società totalmente pubbliche o comunque a maggioranza. Dunque, i loro profitti sono preziose entrate nelle esangui casse degli enti locali. E servono per fare gli investimenti necessari a manutenere e ammodernare il sistema idrico (+20% negli ultimi quattro anni), considerato che la rete perde il 41% dell’acqua trasportata durante il tragitto. Mentre la proposta grillina, oltre ad eliminare la possibilità di scelta da parte dei Comuni e negare la libertà di offrire e scegliere un servizio, mira a cancellare un modello di gestione imprenditoriale che punta a ridurre gli sprechi e a migliorare l’efficienza.

E questo senza avere alcuna copertura finanziaria dal governo. Tanto che nella bozza di legge, si dice che bisognerà togliere un miliardo all’anno dal budget, già super contratto, della Difesa. Inoltre, due miliardi dovrebbero arrivare da una non meglio identificata lotta all’evasione fiscale, e altre risorse da nuove tasse su transazioni finanziarie, sostanze chimiche e bottiglie di plastica dell’acqua minerale (che costerebbero un euro in più ciascuna). Insomma, servirebbero tanti soldi, che non ci sono, quando “captare” l’acqua, renderla potabile, trasportarla, distribuirla e poi depurarla e scaricarla, ha un costo enorme.

Insomma, l’acqua è un bene primario, prezioso e scarso e come tale va trattato, cercando di ottimizzarne la gestione senza abbandonarsi a facile demagogia. Inoltre, le nostre tariffe restano tra le più basse d’Europa (5,3 euro al metro cubo a Berlino, 3,4 a Parigi, 1,49 a Roma e 0,76 a Milano) a fronte di un alto spreco. Tornare indietro di 30 anni sarebbe andare nella direzione opposta di quella necessaria. Anche perché bisognerebbe cancellare tutte le concessioni in essere e non aprirne di nuove. Un’operazione che costerebbe dai 10 ai 15 miliardi, più altri 5 di costi di gestione che andrebbero a pesare sui contribuenti. E questo per soddisfare l’ottusa ideologia che preferisce abbandonare la “gestione industriale” del sistema idrico per riportarlo in mano alle amministrazioni locali e alla politica. Che dell’acqua non hanno certo la trasparenza. (twitter @ecisnetto)

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.