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L'anno che già è

Che bel 2019!

Conte, Visco e le dichiarazioni sul futuro dell'economia

di Enrico Cisnetto - 03 febbraio 2019

Il 2019 un anno bellissimo? Ci attende una ripresa incredibile? Non si può che sperarlo, ma ad ascoltare Ignazio Visco e a guardare gli ultimi dati della congiuntura, le probabilità che i pronostici di Giuseppe Conte si avverino appaiono nulle. Da una parte, la decrescita del pil, che si proietta sul primo semestre 2019 trasformando la recessione da tecnica a strutturale, dall’altro l’andamento dell’occupazione, solo apparentemente positivo perché la crescita, peraltro marginale, del numero degli occupati si sostanzia solo con i lavori precari, mentre quelli a tempo indeterminato sono in calo, sono i dati certificati dall’Istat. A questi si aggiungono gli allerta lanciati ieri dal governatore della Banca d’Italia: ridimensionamento dei piani di investimento delle imprese, peggioramento della domanda estera, la sfiducia generata dall’incertezza del governo sulla politica di bilancio con i relativi effetti sullo spread, un irrigidimento, seppure moderato, delle condizioni di accesso al credito. Segnali che spingono Bankitalia a temere “ampi rischi di ribasso” della previsione di crescita dello 0,6%, che pure viene per ora mantenuta. Giusto per concedere qualcosa all’ottimismo, visto che Confindustria prevede la crescita zero e Pimco addirittura la recessione per tutto il 2019.

D’altra parte, lo stesso presidente del Consiglio si è lasciato sfuggire che la ripresa arriverà solo a partire dal secondo semestre. Il che vorrebbe dire crescere nella seconda parte del 2019 ad un tasso annualizzato di quasi il 4,5%, per sperare di archiviare come decente l’anno. Cosa che appare pura fantasia. Sia perché il rallentamento dell’economia mondiale fa temere un apporto meno positivo del commercio estero rispetto a quanto è stato nel 2018, e sia perché il cambio di segno, da negativo a positivo, del contributo della domanda interna è affidato non a un programma di investimenti o a un piano di massiccia riduzione del carico fiscale sulle imprese, ma a un paio di interventi di welfare assistenziale (quota 100  reddito di cittadinanza). E poi, è pensabile che un’accelerazione del genere avvenga dopo aver realizzato il peggior risultato degli ultimi 5 anni?

Senza contare che con l’inflazione strutturale che non si schioda dall’1,1% e il pil in contrazione, la finanza pubblica rischia di ritornare fuori controllo, costringendoci a scegliere tra due opzioni ugualmente recessive: un intervento correttivo della manovra appena varata e una finanziaria lacrime e sangue a ottobre, oppure una riesplosione dei problemi sul mercati – spread alle stelle e faticoso, oltre che costoso, piazzamento dei 390 miliardi di nuovi titoli del debito necessari per quest’anno – se il governo scegliesse, per ragioni di consenso, di non intervenire.

In tutto questo, neppure l’occupazione conforta. È vero, a dicembre c’è stata una lieve crescita degli occupati (+23 mila nel mese, ma solo +12 mila nel trimestre), mentre il tasso di occupazione è cresciuto di un decimale (al 58,8%) e quello di disoccupazione è sceso di due (10,3%). Ma, è perché i contratti a termine sono aumentati (+47 mila) a discapito di quelli stabili (-35.000). Allargando l’inquadratura, si vede poi che la disoccupazione giovanile è tornata a salire (31,9%), e che in un anno si sono persi 88 mila posti di lavoro fisso.

Insomma, ci sarà da limitare i danni, altro che anno “bellissimo”. (twitter @ecisnetto)

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