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Tra pensioni e sussidi

Flat tax dimenticata

Tra Quota 100 e reddito di cittadinanza è scomparsa l'unica riforma che potrebbe servire

di Enrico Cisnetto - 13 gennaio 2019

Di fronte a “quota 100” e al reddito di cittadinanza, la flat tax, l’altra bandiera di questa maggioranza, appare come la sorella sfortunata, entrata com’è solo in maniera minimale nella legge di bilancio. E questo, complice anche il taglio agli investimenti, contribuisce a connotare la manovra come assistenziale, e non di sviluppo, proprio quando aleggia lo spettro di una nuova recessione.

Secondo l’Istat, nel terzo trimestre del 2018 la pressione fiscale è salita dal 40,3% a 40,4% (+0,1%). Ma la situazione peggiorerà, anche per gli effetti della finanziaria. L’anno passato, infatti, il livello di tassazione sul pil si è attestato al 41,9%, ma come ammette lo stesso governo, saliremo al 42,3% (+0,4%) nel 2019, mentre per l’Ufficio Parlamentare di Bilancio si arriverà al 42,4% (+0,5%) e poi al 42,8% (+0,9%) nel 2020 e al 42,5% nel 2021. Con aumenti di gettito rispettivamente di 8,2 miliardi nel 2020 e 11,8 miliardi nel 2022. Insomma, se si considera che dal pesante 43,6% del 2013 la discesa è stata costante, anche se lenta, purtroppo ora s’inverte la rotta e le tasse tornano a salire.

È vero che una parte dell’aumento della pressione fiscale è dovuta agli effetti della rottamazione-ter (o ennesimo condono), che potrebbe arrivare a superare i 7 miliardi di maggiori incassi, e che un’altra parte deriva dalla diminuzione della stima di crescita del pil per l’anno in corso (dall’1,5% all’1%), che peraltro ora rischia di rivelarsi ottimistica (le stime più aggiornate suggeriscono una crescita non superiore al mezzo punto). Tuttavia, il Consiglio Nazionale dei Commercialisti ha calcolato in 12,9 miliardi le maggiori imposte nel prossimo triennio. In particolare, maggiori tasse su banche e assicurazioni (5,6 miliardi), sulle imprese in generale (2,4 miliardi), sul settore del gioco d’azzardo (2,1), sui grandi gruppi dell’economia digitale (1,3), sui consumatori (0,6) e sugli enti del non profit (0,4 miliardi). Ecco, non c’è dubbio che grazie alla flat tax (al 15% per le partite iva fino a 65.000 euro nel 2019, al 20% per quelle fino a 100.000 dal 2020) si riduca la pressione fiscale sulle persone fisiche – pari, secondo i commercialisti, ad un alleggerimento di circa 4,8 miliardi nel triennio – ma si lascia inalterato, anzi peggiora, il quadro per tutti gli altri. Oltretutto, si reitera la possibilità per gli enti locali di elevare le aliquote delle addizionali regionali e comunali. Un’incognita che potrebbe pesare fino a due miliardi in più sul portafoglio degli italiani. Senza dimenticare che ci sono le nuove clausole di salvaguardia imposte dalle Ue – l’Iva dal 22% al 25% nel 2019 e al 26% nel 2020 – che questa volta sarà difficile disinnescare.

Corriamo concretamente il rischio di subire la terza recessione in dieci anni. Dopo la caduta del pil nel terzo trimestre 2018, ora il dato di novembre pesantemente negativo della produzione industriale fa presagire che anche l’ultimo trimestre si chiuda con il segno meno, facendoci entrare in “recessione tecnica” e spalancando le porte ad un primo trimestre 2019 altrettanto negativo, il che farebbe scattare la piena recessione. Di fronte a questo, è logico relegare sul gradino più basso delle priorità l’unico punto del contratto di governo, quello del taglio fiscale, che avrebbe potuto contribuire a mettere un po’ di benzina nel motore della nostra economia? (twitter @ecisnetto)

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