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Nuovo crack mondiale

Il 2018 ci lascia in eredità il rischio di una nuova bolla finanziaria

di Enrico Cisnetto - 30 dicembre 2018

Il 2018 ci lascia in eredità il rischio di una nuova bolla finanziaria. Lo lasciano presagire i trend dei mercati e le complicazioni dello scenario geopolitico mondiale, ma soprattutto lo evidenziano la quantità di derivati in circolazione e l’ammontare dei debiti di Stati e privati. Insomma, a dieci anni esatti dal crack della Lehman Brothers, la lezione della grande crisi sembra dimenticata. D’altra parte, le misure adottate in questi anni per combattere l’eccessiva finanziarizzazione appaiono insufficienti. Anzi, a ben vedere i rischi sono aumentati.

I derivati, che furono la ragione principale della catastrofe di dieci anni fa, ammontano oggi a 2,2 milioni di miliardi di euro, vale a dire 33 volte il pil mondiale, il 25% in più del livello pre-crisi. Le prime cinque banche americane ne detengono per 157 mila miliardi di dollari, il 12% in più del 2007. Ai rischi di una eccessiva finanziarizzazione, poi, si devono aggiungere altri fattori, come l’avvento delle criptovalute, la crescente guerra commerciale, un ritorno di fiamma dei protezionismi, il pericolo delle shadow bank cinesi e – last but not least – un problema di debiti, sia pubblici che privati. Gli stimoli monetari messi in campo per rispondere alla crisi, infatti, hanno contribuito al raddoppio del totale dei debiti pubblici nel mondo rispetto al 2007, avendo raggiunto quota 55 mila miliardi di dollari, con una percentuale sul pil che sale dal 36% al 52%. In particolare, quello statunitense è duplicato, schizzando da 9.370 a quasi 20 mila miliardi di dollari. Nell’eurozona l’aumento è stato del 40%, per un ammontare complessivo di 10.500 miliardi (calcolati sul pil, si è saliti da una media del 66,4% ad un preoccupante 92,7%, con buona pace dei limiti di Maastricht).

Ma c’è un anche un problema di debiti privati: se si sommano a quelli pubblici si arriva al 318% del pil mondiale, quando erano al 283% nel 2008. Prendiamo i prestiti studenteschi negli Usa. Con l’impoverimento della classe media, le famiglie che si sono indebitate per pagare le università ai figli hanno creato un rischio stimato mille miliardi di dollari, una quantità in grado di scatenare un effetto valanga come fu per i subprime nell’estate del 2007. Senza dimenticare che la tendenza ad allungare le rate nel credito al consumo aumenta gli interessi e i rischi di insolvenza, soprattutto considerando che 30 milioni di americani vivono grazie ai buoni alimentari.

E non è finita qui. La metà delle obbligazioni che circolano (2,5 milioni di miliardi) sono emesse da aziende che hanno un rating definito junk (spazzatura). Tra questi persino colossi come General Electric. Con il pericolo che se crollasse una di queste too big si scatenerebbe una tempesta to fall. E poi il mercato dei bond è reduce da un rally che dura da 30 anni, e negli ultimi tempi si è alimentato delle politiche espansive delle banche centrali. Ma la Fed ha già annunciato due rialzi dei tassi nel 2019, mentre la Bce ha confermato la fine del QE da gennaio e il Giappone si appresta a seguire la stessa strada. Senza contare i problemi delle banche, non solo di casa nostra. La Deutsche Bank, per esempio, ha in pancia derivati per 40 mila miliardi, venti volte il nostro debito e trenta volte il nostro pil.

Insomma, sono molte le scintille che possono innescare la miccia del panico. Perciò incrociamo le dita e…buon 2019! (twitter @ecisnetto)

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