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Governo e occupazione

L'eterna tela di Penelope sul lavoro

Dallo smart working ai danni del decreto dignità

di Enrico Cisnetto - 09 dicembre 2018

Come una tela di Penelope, ad ogni passo avanti che si fa per migliorare il mercato del lavoro ne corrispondono due indietro. Un anno dopo l’approvazione della legge sul lavoro autonomo, che ha formalizzato diritti a chi non ne aveva e introdotto novità sullo smart working, non si fa in tempo a verificarne i risultati (positivi), che bisogna contare i danni che sta provocando il decreto cosiddetto “dignità”. Il provvedimento, voluto a tutti i costi dai 5stelle, aveva lo scopo di favorire la stabilizzazione dei contratti, riducendo da 5 a 4 le proroghe possibili e da 36 a 12 mesi la durata totale con un possibile allungamento fino a 24 previo inserimento di una causale. In realtà, sta provocando l’effetto inverso.

Per l’Inps, da quando è stato approvato, i rapporti stabili sono aumentati di 11 mila unità, ma quelli a tempo determinato sono calati di 157 mila. Un saldo decisamente negativo. Secondo Federmeccanica, poi, il 30% delle imprese non rinnoverà alla data di scadenza i contratti a termine. E se il 37% delle aziende è orientato a stabilizzare i rapporti esistenti, il restante 33% è ancora indeciso. Insomma, gli effetti perversi finora rilevati potrebbero essere solo un antipasto, anche perché una circolare ministeriale ha ricompreso retroattivamente anche i lavoratori con contratti stipulati prima dell’entrata in vigore del decreto dignità. Inoltre, secondo Assolavoro già dal primo gennaio circa 53 mila persone non potranno essere riavviate al lavoro perché hanno superato il limite dei 24 mesi.

Se già era anacronistico applicare i modelli novecenteschi delle relazioni industriali in un tessuto produttivo profondamente cambiato, ad aggravare le cose c’è il fatto che questo ritorno alla rigidità del lavoro cade in una fase di crescita zero dell’economia, e rischia di provocare danni irreparabili. Ora, è vero che l’occupazione non cresce per decreto, ma introdurre vecchi vincoli (di stampo ideologico) non adeguati ai nuovi processi produttivi finisce per favorire il lavoro nero, complicare le relazioni tra lavoratore e impresa, moltiplicare le forme contrattuali e, quindi, le relative deroghe e scappatoie. E, purtroppo, in Italia, non si fa in tempo a fare un passetto in avanti, per esempio con il Jobs Act, che si torna subito indietro, come con la questione dei voucher.

Eppure, quanto il lavoro sia cambiato, non più legato alla scrivania e al badge, emerge chiaramente dalla rilevazione che il Politecnico di Milano ha effettuato ad un anno dall’entrata in vigore della legge sul lavoro agile. Gli smart worker, lavoratori dipendenti che godono di flessibilità e autonomia nella scelta dell’orario e del luogo di lavoro, disponendo di strumenti digitali adatti a lavorare in mobilità, sono ormai 480 mila, in crescita del 20%. Una realtà nel 56% delle grandi imprese e, persino, nell’8% delle pubbliche amministrazioni. Lavoratori che si ritengono più soddisfatti di quelli tradizionali, sia per l’organizzazione del lavoro (39% contro il 18%) che nelle relazioni con colleghi e superiori (40% contro il 23%), e vedono il tasso di produttività aumentare del 15% e ridursi del 20% quello di assenteismo. Numeri che sono il frutto di una legge, quella sul lavoro autonomo, pragmaticamente basata sulle reali necessità di lavoratori e imprese. Un vestito su misura, ma è bastata una notte per rovinarlo. (twitter @ecisnetto)

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