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Dibattito su Terza Repubblica

Meglio le elezioni o questo governo?

di Dibattito tra Gianfranco Pasquino ed Enrico Cisnetto - 24 novembre 2018

   Chi intende il “dialogo” come chiacchierata a pranzo, a cena, negli intervalli di lavoro di una giornata, nel quale ci si limita a scambiare senza impegno parole parole parole, non può pensare che questo significhi negoziare e, neppure, ottenere assenso. Se, poi, come ripetutamente hanno detto, in ordine di rilevanza, Salvini, Di Maio, Tria, Conte, sì al dialogo, però, “la manovra non cambia”, allora meglio non andare a Bruxelles, ma andare al mare.

   Ciononostante, non dobbiamo, come interpreto la dura riflessione di Cisnetto, abbandonare le speranze poiché, contrariamente alla scommessa dei governanti giallo-verdi, tirare per le lunghe non significa affatto evitare di tirare le cuoia.  Al contrario, già nel medio periodo, mercati e spread potrebbero insegnare qualcosa anche a chi ha ampiamente dimostrato poca dimestichezza con i numeri (e con Babbo Natale). La letterina della Commissione arriverà e sarà severa. Chi ha la pazienza di aspettare, ma spero che i piccoli e medi industriali del Nord l’abbiano già persa questa pazienza, potrebbe vedere il governo cambiare qualcosa di sostanziale. Magari avendo capito che il mantra al quale fanno ricorso: “i fondamentali dell’economia italiana sono sani”, è profondamente sbagliato. Il 131% di debito pubblico non è sano. E’ molto malsano. Evadere 20-25 percento di tasse non è sano. La crescita più bassa di quasi tutti gli Stati-membri dell’Unione è malsanissima, ed è difficile credere che la manovra riuscirà a rovesciare una tendenza ventennale. Lascio da parte il costo, ingente, della corruzione politica che, naturalmente, non riguarda affatto solamente i politici.

   Se il non-negoziato Commissione-Italia non porta a nulla, allora, sostiene Cisnetto, meglio andare alle urne. La penso molto diversamente per un insieme di ragioni. In maniera sorprendente, ma non incredibile tutti i sondaggi concordi rilevano che né il governo né l’evanescente Presidente del Consiglio (dal quale stiamo attendendo che operi davvero da “avvocato del popolo”) hanno perso popolarità. Probabilmente questa solidità del consenso dipende dal fatto che l’opposizione di Forza Italia è molto ambigua e quella del Partito Democratico è da tutti i punti di vista (leadership, proposte, credibilità) assolutamente irrilevante. E poi né la Lega avanzante né le Cinque Stelle declinanti possono permettersi il lusso di gettare la spugna andando di fronte all’elettorato come dei falliti. Terzo, Mattarella sconsiglierebbe nuove elezioni che, inevitabilmente, avrebbero effetti deleteri sul bilancio dello Stato, e esplorerebbe invece tutte le alternative possibili.

   Ce ne sono? Dipende dal rinsavimento di alcuni dirigenti politici, ma le democrazie parlamentari hanno sempre molte frecce al loro arco. Infine, non è affatto detto che dalle urne uscirebbe un’alternativa numericamente valida all’attuale governo. Potrebbe benissimo succedere che l’ascesa di Salvini si riveli insufficiente ad una maggioranza di centro-destra e che l’unica coalizione possibile torni ad essere quella Cinque Stelle(ine) e Lega.

   Che fare, dunque? Due tipi di azioni sono possibili, entrambe contemplate e praticate nelle democrazie parlamentari. Primo, premere sul governo affinché prenda atto che ci sono politiche che non può attuare. Le cambi, oppure, come dice flautatamente Giuseppe Conte, le “rimoduli”, anche nei numeri (magari con la spinta del Quirinale che non dovrebbe fare fatica a cogliervi già alcuni elementi di incostituzionalità). Secondo, si proceda a un rimpasto, che non è “vecchia politica”: la May in Gran Bretagna l’ha già fatto un paio di volte e certo la vecchia politica non abita lì, mandando a casa i ministri palesemente inadeguati – e se a Toninelli fischiano le orecchie è solo giusto così, ma anche Conte e Tria meritano qualche fischio – reclutando persone più competenti, in grado di avere maggiore capacità di intervento in Italia e di convincimento a Bruxelles. Poco? Certo, ma meglio di niente. E meglio di elezioni quasi sicuramente inconcludenti.

 

 

CONTRORISPOSTA DI ENRICO CISNETTO

Caro Pasquino,

è difficile dirsi convinti di una scelta o l’altra quando si ragiona dentro il perimetro del “meno peggio”. Dunque, puoi avere tranquillamente ragione tu nel pensare che le elezioni anticipate siano il peggiore dei mali. Capisco i pericoli a cui ci espongono e non ho elementi per dire che siano evitabili. Posso solo sperarlo. Ma di una cosa però sono certo: se la trattativa (si fa per dire) con Bruxelles non dovesse avere sbocchi, e di conseguenza lo spread diventasse ancora più penalizzante di quanto non sia ora e magari le agenzie di rating ci punissero ulteriormente, spingendo risparmiatori italiani e investitori istituzionali nazionali ed esteri a non sottoscrivere le nuove emissioni di titoli di Stato, il quadro sarebbe così fosco che francamente fatico a non considerare il rischio di voler morire in altro modo.

Certo che sarebbe meglio che questa maledetta concatenazione di fatti non accada, e se perché ciò non accada occorre tirarla per le lunghe, ben venga il buttare la palla avanti. Ma se non dovesse accadere? Non credo che tu abbia certezza che questo accada. Ci sono mille motivi per essere scettici sull’esito di questo rebus. E allora, se dovesse accadere ciò che io temo, francamente le elezioni le considererei il male minore. E poi, sai una cosa, Pasquino? Non credo che i sondaggi cui fai riferimento fotografino lo stato d’animo degli italiani, in questo momento. Ieri sì, oggi no. Il clima sta cambiando, e se dovessero accadere le cose drammatiche che temo, tutto sarebbe destinato a cambiare.

Infine un pensiero a voce alta: caro Pasquino, non sarebbe meglio che io e te, invece di disquisire sul male minore, ci mettessimo a lavorare per aiutare la nascita del partito che non c’è? Questo sì che sarebbe il bene maggiore…

 

 

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